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Luigina Lorenzini

Luigina Lorenzini è nata nel 1972, e vive a Pielungo (PN). Vincitrice ex-aequo nel 2008 della sezione inediti del premio nazionale di poesia “Città di San Vito al Tagliamento”, ha ottenuto la pubblicazione nel 2009, da parte dell’editore Ellerani,  della silloge In cerca di falsamente spietata verità, che raccoglie versi in italiano e in friulano. Nello stesso anno è uscito il suo primo lavoro, un misto di prosa e poesia in friulano, realizzato a quattro “ali” con il sodale Fernando Gerometta, Pavéa un’eštât. La luna tal codâr, per i tipi dell’Omino Rosso di Pordenone.

LA CRISI

A nos son avonda peravolas

ne mùats, ne tonos

par dî di certas rubas

a noi son avonda cidins.

Tortellini in brodo

di secondo le metto bollito misto

purè formaggio

crema di verdure lesse

 

“A nol é tant ben”, la maneča in man

vùai u’nin massa vierts

par pôra da dî la muart

a mešeda las peravolas

cun âtas šbagliadas

 

Elettricisti in piedi all’ingresso

aggiustano il pannello

la valigia aperta

Soi štât una volta

a fâ un lavôr a Cesclans

saštu dulà c’al é Cesclans?”

Squillare di stoviglie in fondo

Guanti usa e getta

 

L’uduar al rešta

tai cjavéi

tai vištîts

I sìa tre turnos, un a la volta

vot-mišdì-dopodimišdì fin seis

po una femina

par fâ la not

Luar a cjasa, cumò

Par un dišguido.

 

Un’infermiera confonde

la sedia a rotelle tra le poltrone del salotto

 

L’inmensitât di chešta ruba

a é co cuant co dut al cola

ai ši confondin i cunfins

e tu sos dal dut libar

da tornâ a fâ su, da gjoldi a plen

di ogni grighel di mâl di mancu.

 

Nato il ventitrè luglio millenovecento e ventiotto

Gugliardini? E’ ancora vivo.

La dottoressa bionda

forse è così indifferente

solo perché è troppo alta.

L’uomo di fronte

sguardo senza fine

di chi aspetta.

E basta.

 

La televi∫iòn a šcor

gno pari al penda

incjimò dut di una banda

Sin uchì, ta las cjamaras da un

di chei c’ai môr, ai paian

o ai romp massa las šcjatolas.

 

A la fin al ši alča

zigant un vaî

a tornâ a la muart

la sô impuartanča

metila tal mieč dal curidùar

e ator o ’tor c’al seti dut cidin

co dut ši fermi un lamp

Qui dove la fine è troppo

di casa

nišun ši ferma a cjalâ cun rišpièt

tria di luar, un cu las moštacjas

c’ai van fôr da la puarta

in man

las športas dai vištîts.

 

Hanno già rioccupato la stanza

accanto.

L’uomo che c’è ora

ha un tumore al cervello

Sospetto stato influenzale”

come la broncopolmonite di mio padre

era “normale nel quadro generale

di un uomo di ottantadue anni, quasi ottantatre.”

Lui dorme ora, e io dico grazie

che non ha un tumore in testa, e non è morto stamattina presto.

 

Rituale di galline

Danza d’inchini a turno

Poi collo disteso al cielo

la prima, terza, quarta, poi la seconda

in un antico rituale

alla divinità dell’acqua

 

E’ tutto diverso, quando non si è coinvolti da emozioni

Una gamba infilata tra spalliera e letto

è solo un buffo, poco riuscito

tentativo di fuga.

 

LA CRISI

Non ci sono abbastanza parole / né modi, né toni / per dire di certe cose / non ci sono abbastanza silenzi. // Tortellini in brodo / di secondo le metto bollito misto / purè formaggio / crema di verdure lesse // “Non è tanto bene”, il guanto in mano / occhi un po’ troppo aperti / per paura di dire la / morte / mescola le parole / con altre sbagliate // Elettricisti in piedi all’ingresso / aggiustano il pannello / la valigia aperta / “Sono stato una volta / a fare un lavoro a Cesclans / sai dov’è Cesclans?” / Squillare di stoviglie in fondo / Guanti usa e getta // L’odore resta / nei capelli / nei vestiti / I suoi tre turni, uno alla volta / Otto-mezzogiorno-pomeriggio fino alle sei / poi una signora a fare la notte / Loro a casa, adesso / Per un disguido. // Un’infermiera confonde / la sedia a rotelle tra le poltrone del salotto // L’enormità di questa cosa / è che quando tutto cade / si confondono i confini / e si è del tutto liberi / di ricostruire, di godere appieno / di ogni granello di male in meno. // Nato il ventitrè luglio millenovecento e ventiotto / Gugliardini? E’ ancora vivo. / La dottoressa bionda / forse è così indifferente / solo perché è troppo alta. / L’uomo di fronte / sguardo senza fine / di chi aspetta. / E basta. // La televisione scorre / mio padre pende / ancora tutto da una parte / Siamo qui, nelle camere da uno / di quelli che muoiono, pagano / o rompono troppo le scatole. // Alla fine si alza / urlando un pianto / a restituire alla morte / la sua importanza / metterla al centro del corridoio / e che tutt’attorno sia tutto in silenzio / che tutto si fermi un istante / Qui dove la fine è troppo / di casa / nessuno si ferma a guardare con rispetto / tre figure, uno con i baffi / che escono dalla porta / in mano / le borse dei vestiti // Hanno già rioccupato la stanza / accanto. / L’uomo che c’è ora / ha un tumore al cervello / “Sospetto stato influenzale” / come la broncopolmonite di mio padre / era “normale nel quadro generale / di un uomo di ottantadue anni, quasi ottantatre.” / Lui dorme ora, e io dico grazie / che non ha un tumore in testa, e non è morto stamattina presto. // Rituale di galline / Danza d’inchini a turno / Poi collo disteso al cielo / la prima, terza, quarta, poi la seconda / in un antico rituale / alla divinità dell’acqua // E’ tutto diverso, quando non si è coinvolti da emozioni / Una gamba infilata tra spalliera e letto / è solo un buffo, poco riuscito / tentativo di fuga.

         

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