Decolonizzare l’immaginario anche in Italia? Un articolo di Emilio G. Berrocal sulla Piazza dei 500 a Roma

 

Il passato schiavista, coloniale e imperiale dell’Europa è oggi sotto attacco, come forse mai lo è stato in epoca moderna. Le statue di schiavisti che vengono gettate nel fiume, come accaduto a Bristol, in Gran Bretagna, o le statue degli ‘eroi’ confederali che subiscono la stessa sorte in America, a cui si sono ora aggiunte anche le statue di Cristoforo Colombo, con grande giubilo degli attivisti nativi-americani, impone una riflessione che tocchi finalmente anche l’Italia, da sempre refrattaria all’apertura di un dibattito serio sul suo passato coloniale. Dibattito sempre facilmente archiviato e reso sterile proprio da quegli intellettuali, tra cui è impossibile non citare proprio Indro Montanelli, oggetto in questi giorni di polemiche sull’eventualità di rimuovere la sua statua dai giardini a lui intitolati a Milano, che con la loro narrazione consolatoria hanno consciamente assolto il colonialismo razzista e fascista, in un’ottica ben calibrata di rimozione e falsificazione storica, declassandolo a reato minore e nella legittimazione delle più abominevoli pratiche di stupro nei confronti di minori africani. Il testo che oggi vi presentiamo, scritto nel 2010 dall’antropologo Emilio G. Berrocal e artista Boika Esteban alla vigilia delle celebrazioni dei 150 anni dell’Unità d’Italia, e il video cui fa riferimento (QUI), intende ribaltare tale prospettiva consolatoria, proponendo con forza l’istanza della decolonizzazione dell’immaginario, oggi finalmente di assoluta attualità e necessità, ripartendo proprio da riferimenti silenziosi, che si riflettono nei nomi di piazze e strade attraversate distrattamente e monumenti dimenticati, tanto più violenti proprio perché nessuno sa più capirne la storia rimossa, e che parlano di una violenza coloniale precedente al fascismo, che anzi ne pone le basi, e che smentisce, nella longevità della pietra scolpita, il principio di autodeterminazione dei popoli su cui si sarebbe incardinato il Risorgimento italiano. La centralissima Piazza dei 500 a Roma, attraversata da milioni di persone ogni anno, rappresenta esattamente l’inizio di questa discussione: l’inizio della possibilità di decolonizzare la nazione e il conseguente disinnesco della contrapposizione, lì inventata, tra bianco e nero.


 

Sentirsi diversamente italiani:
per un diversamente non politically correct *

 

Forse non è più possibile rimandare. Dopo la morte di Abba (ucciso a sprangate il 14 settembre 2008 per un furto di una scatola di biscotti, ndr), le botte di Emmanuel (giovane aggredito e picchiato dalle forze dell’ordine a Parma nel 2008, ndr), i numerosi episodi di caccia allo straniero (da ultimo Rosarno, lunga serie di aggressioni razziste nel 2009, ndr) e le vergognose misure anti-immigrati del governo Berlusconi**, è opportuno che il “balzo della tigre nel passato”, di cui parlava Walter Benjamin, si configuri come strumento di rottura. Non solo per affermare, contro gli equivoci del senso comune (“non sono razzista ma…”), che il razzismo agisce al livello dell’inconscio e del desiderio, ma soprattutto per rendere l’istanza di rinnovamento dell’immaginario nazionale nel XXI secolo nei termini per i quali, agli “stranieri nella propria nazione”, possa essere consentito di sentirsi anche italiani. Mi spiego così.

Chi sa che il nome della Piazza antistante la Stazione Termini di Roma, Piazza dei 500, proviene dai 500 caduti (in realtà non erano proprio 500) di Dogali, la prima seria sconfitta dell’esercito coloniale italiano, nove anni prima (1887) della più clamorosa disfatta di Adua (1896)? Chi è a conoscenza tra le persone che lì lavorano, transitano, si incontrano, che il nome di quella Piazza eterna l’onore di patria che i 500 “eroi” di Dogali difesero in terra abissina?

Cinque anni prima che il ritorno dei feriti in Italia suscitasse un’ondata di commozione popolare e una vera e propria campagna politico-culturale di martirizzazione, lo Stato del Re sabaudo rilevò dalla società navale dell’armatore Rubattino il porto di Assab, nel Mar Rosso, e tre anni dopo provvide, con il beneplacito degli inglesi, che così intendevano porre un freno alle mire espansionistiche francesi nell’area, all’occupazione militare di Massaua: parliamo dell’avvio della missione coloniale italiana in Africa Orientale.

È da ricercare nel clima culturale dell’Europa pre e post congresso di Berlino (1885), il modo attraverso cui sono stati fatti gli italiani, una volta fatta l’Italia, perché è proprio questa modalità qui che nega in radice ciò per cui l’Italia si fece.

Lo sappiamo che l’Italia non è maturata nel modo in cui l’aveva immaginata Giuseppe Mazzini, l’anti-monarchico per eccellenza del risorgimento italiano, che certo diventò sempre più tale dopo che Carlo Alberto rifiutò, con la condanna a morte in contumacia comminatagli nel 1833, la sua proposta di farsi il “Napoleone della libertà italiana” (1831), ma forse sappiamo meno, a causa dell’ “obbedisco” a Vittorio Emanuele II (1866), che il Garibaldi dell’Aspromonte (1862) così come quello di Mentana (1867), così come quello francese (1870) lottava perché l’Italia non marcisse nel modo in cui invece ciò è accaduto. Sono entrambi i padri della patria, diciamo oggi, e soprattutto il secondo sarà così ricordato negli anni seguiti alla sua morte (1882); ma non conviene chiedersi se questi siano padri per metà, della cui altra metà, soprattutto per Garibaldi, è meglio non parlarne per fare gli italiani in un modo anziché in un altro?

È il governo di Agostino Depretis, affiliato alla “Giovane Italia” in gioventù e nominato dittatore pro-tempore da Garibaldi nella Sicilia dello sbarco a Marsala (1860), a manovrare la campagna di martirizzazione dei 500 di Dogali, ed è Francesco Crispi, altro giovane mazziniano e tra gli organizzatori della spedizione dei Mille, ad insistere prepotentemente ed arrogantemente sul versante abissino. Sarà lui che provocherà le ira di Menelik per il raggiro dell’art. 17 del Trattato di Uccialli (1889), lo stesso trattato che mentre istituiva la colonia dell’Eritrea (1 gennaio 1890), non finiva di rifornire il negus, come maggiormente avvenuto negli anni precedenti, di quelle armi con cui, in buona parte, ras Alula e gli altri comandanti dell’esercito imperiale avrebbero nuovamente battuto gli italiani, ma stavolta del generale Baratieri, ad Adua. Baratieri, già; camicia rossa a diciannove anni nel 1860, arruolatosi nell’esercito regio nel 1862, esponente della Destra Storica subito dopo, per poi, subito dopo ancora, vestire i panni del governatore dell’Eritrea, dal 1892 fino a che Adua non pose fine alla sua, e a quella di Crispi (tornato al comando del governo nel 1893), carriera politica. Ecco qui, in poche righe, un breve excursus sul prima e il dopo dei figli e fratelli minori di quei padri.

In poche righe sì, ma non c’è già in queste mostrata la metà non-detta del rapporto di filiazione fondativo? Questa metà ci dice che la Sinistra Storica non solo ha dato avvio alla missione coloniale italiana, ma per di più ha gettato le fondamenta ideologiche di ciò che sarà la genocidiaria vendetta fascista di Adua (’35-‘36). Riponiamo la domanda allora: chi non sa dei 500 di Termini, sa che non è il fascismo che fa conoscere le “negrette da scopare” e i “negri da comandare” agli italiani? Sa che la discontinuità fascista consistette solo nel rendere il “madamato” reato e nel proibire al “meticcio” di divenire cittadino italiano?

A questo punto, occorre proprio tornare alla negazione originaria. Di cosa si tratta, lo fa capire il deputato socialista Andrea Costa nel dibattito parlamentare per il rifinanziamento della missione militare in Abissinia. “Né un uomo né un soldo”, come eleverà a slogan il nascente movimento anti-colonialista, che a dir la verità non sarà mai veramente compatto né coerente, ma forse sarà così anche perché non rifletté adeguatamente sull’altra cosa che egli disse. Disse che tutta la retorica sull’onore di patria messa in campo dal governo assomiglia molto alla “roba che si adopera per far passare la merce molte volte avariata”.

Carlo Lucarelli (L’ottava vibrazione) ci costruisce un personaggio con la fermezza di tali parole. Pasolini, l’anarchico di buona famiglia arruolato nel battaglione appena giunto a Massaua, è sfuggito al carcere, a differenza dei suoi compagni braccianti di Argenta, pianificatori di un attentato contro il questore di Ferrara, perché suo padre è un vecchio amico del capo del governo, l’on. Crispi. Amici da quando entrambi presero parte all’impresa dei Mille, quindi in nome di quei tempi Crispi è più che… ma poi siamo alla vigilia dell’offensiva in grande stile contro Menelik e l’esercito regio, dopo la sconfitta di Amba Alagi (dicembre 1895), ha bisogno di uomini. In Abissinia dunque.

Il carcerato mancato non è soddisfatto di quello che il commilitone socialista veneto gli sta confidando durante la tragica spedizione; avrebbe sparato, can de l’ostia se lo avrebbe fatto; anche lui era stato mandato lì di non spontanea volontà, ma can de l’ostia, si sarebbe salvato la pelle! Il giovane anarchico non ci sta ed affida la propria risposta ai versi de “Dopo il disastro”, dalla raccolta Ribellione di Ulisse Barbieri: “ma non capite, o branco di cretini, che i patrioti sono gli abissini?”

Nel 2009, quando lavoravo all’Ep, al video e al testo “Sentirsi Diversamente Italiani”, resi disponibili online nel marzo 2010, ho avuto la sensibilità di chiamare il tutto “Aspetto il Momento”. Adesso il momento sembra veramente arrivato.

Sono i nomi di Barbieri e Costa che oggi dovrebbero campeggiare nella targa di Piazza dei 500 di Termini. Se nel momento in cui quella targa è stata apposta, il principio di autodeterminazione del risorgimento italiano è venuto marcendosi, allora sono proprio quei due nomi che servirebbero a mantenerlo ancora giovane. (Pure un Matteo Renato Imbriani non guasterebbe, anche se per Dogali quei due nomi sono i più appropriati.) Giovane appunto, perché dovrebbero essere i “giovani italiani” a farsene propri, a farli divenire dei simboli. Al di là di ciò che dice ora il documento posseduto, il passaporto, la carta d’identità, il permesso di soggiorno, o il foglio di via, è difficile non pensarsi anche italiani quando si vive da venti anni o più in Italia, ed i propri figli sono nati nel belpaese; quando se ne ha 23 di anni e 16 se li è passati nella penisola, e magari i primi 7 proprio in una ex-colonia italiana; quando magari da 15 anni si suole utilizzare Piazza dei 500 come luogo d’incontro domenicale, dove fare chiacchiere con i propri paesani ed improvvisare picnic. È proprio difficile, proprio proprio difficile pensare possibile che queste persone non siano anche italiane! Chissà che allora Barbieri e Costa non servano per far sì che gli “stranieri nella propria nazione” a livello dell’immaginario collettivo (come gli italiani neri per esempio), non lo siano più a livello giuridico (come i loro genitori, se non addirittura loro stessi)…

Alla fine ha sparato ed ha ucciso. Non voleva farlo ma è stato fregato. Si è denudato perché non voleva uccidere per il Re, ma solo per avere salva la vita. E l’ha avuta, ma è stato fregato. Pasolini pensava che avrebbe potuto portare la sedizione in colonia, che magari sarebbe riuscito a far disertare i soldati e convincere anche gli ufficiali a fare lo stesso. E poi, chissà, a diventare amico dei patrioti abissini, a costruire con loro una nuova pratica internazionalistica. Macchè! Tutte cazzate!

Ed invece no. Invece Pasolini era alla ricerca di un nuovo modo di essere italiani. È rimasto fregato perché questo non era stato pensato, perché la sua condizione di pensabilità se ne è andata con il divenire marcio del principio di autodeterminazione del risorgimento italiano. Ed è da lì che tocca ripartire: dal rivendicare il diritto a sentirsi diversamente italiani; qui ed ora e per le generazioni future; qui ed ora e per tutti i vecchi e nuovi abitanti d’Europa. Questa sì, non l’onore di patria di Dogali, non la colonialista ed ottocentesca idea di nazione, la vera questione di civiltà nel XXI secolo.

Emilio G. Berrocal

 

* Questo il titolo originale dell’articolo precedentemente pubblicato su Archivio El Ghibli, Anno 6, Numero 27, Marzo 2010.

** Per una pratica dell’innesto, abbiamo deciso, d’accordo con l’autore, di lasciare inalterato questo incipit, seppur datato, a testimonianza del dibattito di allora e della lettera morta, inascoltata, che fu questo articolo. Nulla in Italia è cambiato, se un testo scritto dieci anni fa risulta attualissimo ancora oggi. Proprio di ieri la morte di Mohamed Ben Ali, tra le fiamme divampate nel ghetto di Borgo Mezzanone in provincia di Foggia. Possiamo parlare di razzismo strutturale? Si.

 


Emilio G. Berrocal è un antropologo (PhD, Durham University) e attore/autore (con il nome di Boika Esteban). Ha all’attivo diverse pubblicazioni e partecipazioni a conferenze internazionali sul tema del razzismo, hip-hop, cambiamento climatico, decolonizzazione dell’immaginario e dell’antropologia. Al momento è impegnato in un progetto di ricerca sul rapporto tra scrittura e Antropocene e sta lavorando alla realizzazione di un libro e film/documentario sul passato preistorico e antico dimenticato dell’Etruria. I suoi lavori antropologici possono essere consultati qui .
Questo il suo canale youtube con i lavori musicali/attoriali e il “diario dell’insurrezione” con cui segue le vicende del movimento mondiale Black Lives Matter.