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Madre | Racconto di Eleonora Selvi

Andando a dormire, quella notte, Esther aveva lasciato accesa la luce del soggiorno. La vedeva filtrare sotto la porta chiusa della stanza mentre si agitava nel letto cercando il sonno e tirandosi le lenzuola sopra le orecchie per silenziare il ronzio molesto di una zanzara a cui non aveva voglia di dare la caccia. Pensò alla gara che si sarebbe chiusa il giorno dopo e si disse che se avessero vinto sarebbe arrivato finalmente un premio importante. Allora avrebbe proposto a Tommy un viaggio. Loro due soli. Chissà se lui ne avrebbe avuto voglia. Da un paio d’anni, ormai, alto più di lei, robusto, pieno di vita e di amici com’era, in crociera si lasciava trascinare con educata condiscendenza ma senza entusiasmo. E preparava le valigie lei ogni volta sapendo che poteva essere l’ultima. L’idea la rattristava solo in parte. Ché a pensare a quel figlio in giro per il mondo, in cerca della propria strada, avvertiva un moto d’orgoglio e assieme l’eco di un vecchio brivido, quasi ce l’avesse lei, davanti a sé, tutta quella vita da fare. Scivolò nel sonno lentamente, coi pensieri che colavano via formando un leggero mulinello giusto un istante prima che la testa si svuotasse del tutto.

Quando squillò il telefono, nel cuore della notte, il corpo seppe prima di lei quello che c’era da sapere. Lo seppe innanzitutto quella cavità oscura da tempo disabitata e silente, che fu attraversata all’improvviso da una fitta di dolore, quasi si risvegliasse la memoria dei tessuti e tra le pareti interne risuonasse di nuovo il piccolo e rapido battito. Lo seppe la mano destra nell’istante che precedette il contatto col vetro freddo del cellulare. Lo seppe la bocca, impastata e secca, che trattenne le parole, presagendo che una volta pronunciate non sarebbero più tornate dentro e sotto il loro peso tremendo avrebbero schiacciato il mondo.

La voce nel telefono riecheggiò lontana e metallica. Esther faticò a raccogliere nella testa quei suoni e ad attribuire loro un senso. Era una lingua che aveva conosciuto, una volta, forse in un’altra vita. Ma ora l’aveva dimenticata e le parole la stordivano col loro confuso clangore. Quando ebbe riattaccato e trovato a fatica l’interruttore, gli occhi dovettero ancorare il suo corpo fluttuante agli oggetti della stanza, che prendevano forma traballando nella luce incerta della lampada. Sentì il sangue pulsare dietro le punture di zanzara, sulla tempia, sopra la palpebra, lungo la vena che le percorreva il collo. Il groviglio di vestiti abbandonati sulla sedia la sera prima vomitò fuori un paio di pantaloni neri e una camicetta color crema che Esther indossò in fretta. Cercò a lungo le chiavi della macchina, le cercò nella borsa e nelle tasche della giacca appesa nell’armadio, sopra il mobile dell’ingresso e nella fruttiera, dietro i cuscini del divano e in bagno, prima di realizzare che la macchina l’aveva presa lui, per andare a schiantarsi da qualche parte, contro il muro ingannevole e nero della notte. Allora aveva chiamato un taxi ed era scesa ad aspettarlo sul marciapiede deserto, dove arrivava l’eco smorzata del traffico lontano, uno sciabordio palpitante simile al suono della risacca. Ci si poteva immaginare un mare funesto, che montava dietro i palazzi, avanzando livido dal raccordo anulare e schiumeggiando sul ciglio della Laurentina. Nel taxi c’era odore di fumo. La corsa costò trentacinque euro che divennero quaranta perché non c’era tempo di aspettare il resto. Esther sbatté la portiera e si chiese se da allora tutte le portiere si sarebbero chiuse allo stesso modo, con un tonfo cupo e definitivo. 

Al piano terra dell’edificio deserto c’era un corridoio illuminato da luci fredde al neon. Così si era sempre immaginata un luogo come quello. Come nei film. I tacchi colpivano il pavimento con nude stilettate d’acciaio. Un odore acre, chimico, innescò un’accelerazione improvvisa del cuore. Svenne prima ancora di trovare la porta giusta. 

 

***

 

Il pallone da basket era rimasto incastrato tra l’armadio e il soffitto della stanza. Chissà come c’era finito e per quanto tempo era stato lì. Tutte le mattine, appena sveglia, Esther se ne stava per un bel po’ a fissarlo, rigirandosi quella forma sferica nella testa, come una pallina di metallo in un flacone di smalto. Serviva a mantenere fluidi i pensieri, che altrimenti si sarebbero solidificati per poi creparsi, in quell’estate di siccità devastante.

Il caffè sapeva di fiele. I vetri delle finestre sembravano diventati più spessi e avevano preso un alone opaco che nessun detergente riusciva a lavare via. Nella quiete asfittica del soggiorno ristagnavano vapori di candeggina che irritavano le mucose del naso.

Erano passate settimane e non aveva ancora scelto la foto. Non era un compito semplice. Nel Mac ce n’erano centinaia, per non parlare della sterminata produzione caricata su iCloud. Ora i frammenti della vita di Tommy fluttuavano nella rarefatta atmosfera di nuvole informatiche impossibili da localizzare, ed Esther si chiedeva se si sarebbero ricomposti, da qualche parte, in una immateriale forma di vita ultraterrena. 

La ragazzina si era offerta di aiutarla. Era sottile e graziosa, indistinguibile dalle altre biondine di buona famiglia di cui Tommy amava circondarsi. Esther aveva declinato la proposta, provando un vago risentimento per quell’impudica e maldestra intromissione. Il giorno del funerale, quando quella era scoppiata in singhiozzi all’ingresso della chiesa, si era trovata persino a consolarla come fosse stata una figlia. Appena una settimana dopo, però, sbirciando il suo profilo Instagram, Esther si era imbattuta in un selfie ammiccante appena scattato nel bagno di un locale alla moda, labbra arricciate, scollatura profonda e tutto il resto. L’aveva cancellata immediatamente dai contatti.

Alla fine aveva scelto una foto dell’estate precedente. Tommy sorrideva fiero di sé, guardando dritto nell’obiettivo. Esther aveva corretto l’esposizione e ritagliato l’immagine del viso, lasciando fuori la penombra della faggeta insieme all’odore di funghi e foglie umide e al pungente calore dell’acido lattico che si andava accumulando nei muscoli delle cosce durante il trekking.

Il tempo al mattino scorreva più rapido, col dolore ovattato dai residui delle benzodiazepine prese la sera, ma col trascorrere delle ore rallentava, si dilatava penosamente, e la parte centrale della giornata restava sospesa, una lancetta bloccata nel quadrante in un impotente ticchettio privo di sbocco. Il telefono all’inizio non aveva fatto che squillare, e la mole di messaggi che arrivavano via whatsapp e social network era stata impegnativa da gestire. In un primo momento Esther aveva trovato naturale rispondere a ciascuno in modo diverso, ma alla fine, esaurite le parole, si era rassegnata a una frase standard di ringraziamento da copiare e incollare distrattamente. 

Esaurite le pratiche non le restava molto da fare, così aveva deciso di tornare a lavoro prima del previsto. I colleghi l’avevano accolta con tutte le sfumature dell’imbarazzo e della pietà, con abbracci umidi di lacrime trattenute e sospiri di sollievo, non appena si allontanava, all’idea che quella sventura fosse toccata ad altri e non a loro. 

Esther aveva ripreso la sua postazione. Aveva dovuto chiamare il tecnico perché all’improvviso aveva dimenticato la password per accedere al computer e non l’aveva appuntata da nessuna parte. Quindi aveva cambiato l’immagine dello sfondo, sostituendo la foto di lei e Tommy abbracciati sul divano con un paesaggio di montagna all’alba in un parco naturale americano, offerto di default agli utenti Microsoft. Infine si era gettata a capofitto nel lavoro. Ma c’era sempre un grumo duro nella testa, proprio in mezzo agli occhi, alla radice del naso, un grumo che premeva dolorosamente, offuscandole i pensieri e talvolta persino la vista. Lì dentro, lo sapeva, si era condensato il suo desiderio segreto. Un desiderio di dissolversi all’istante, in modo indolore, come il sogno di qualcun altro. 

 

***

 

Sabato mattina, rientrando dal supermercato, Esther sentì che la busta della spesa era più leggera del solito e capì che si sarebbe dovuta abituare a quella nuova assenza di gravità. Il postino che incrociò nell’androne la salutò con aria gioviale porgendole una raccomandata e il tablet dove apporre la sua firma. Una volta rientrata a casa Esther mise in ordine la spesa e sedette al tavolo della cucina. Aprì la busta bianca. Dovette leggere e rileggere più volte la lettera per essere certa di non essersi ingannata. Settecento euro. Questo era il conto. Ciò che l’assicurazione pretendeva da lei per lavare dall’asfalto il sangue. Avevano dovuto usare un macchinario speciale per pulire la carreggiata, le spiegavano, e il costo dell’operazione ammontava a quella cifra esatta, che lei avrebbe dovuto sborsare. 

Esther affondò il viso nelle mani, le dita a spremere gli occhi mentre l’immagine della lettera impressa sulla retina si sfaldava in tante ombre bianche vorticanti e le lettere scure graffiavano come granelli di sabbia sotto le palpebre. Il grumo nella testa ora pulsava dolorosamente. 

Restò a lungo in quella posizione, immobile, il respiro spezzato, fino ad avvertire una contrazione ai muscoli delle spalle. Ridestatasi si alzò, accese il pc e cominciò a scrivere. Parole fredde, compassate, come in una delle sue dettagliate relazioni tecniche. Neppure una nota di autocommiserazione a velare l’oggettività dei fatti. Tutti dovevano sapere. Rilesse la lettera, quindi la inviò alle redazioni di un paio di giornali allegando quella dell’assicurazione. Poi le stampò entrambe in diverse copie e infilò i fogli nella borsa. Una volta in taxi faticò a pronunciare il nome della strada, ma quando l’ebbe fatto si sentì sollevata. Se ne stava sprofondata nel sedile posteriore stringendo i fogli in grembo, rigida e determinata come una pioniera, una suffragetta pronta a una solitaria manifestazione. Il mal di testa non faceva che aumentare, mentre la strada si materializzava sul navigatore satellitare come un solco metafisico già tracciato attraverso il futuro, una linea gialla predeterminata che segmento dopo segmento anticipava le svolte della strada reale. Solo che quest’ultima, a differenza della sua proiezione nel monitor, era sconnessa, piena di buche e tombini che il tassista sembrava conoscere a memoria e aggirava con leggeri colpi di sterzo preceduti da fugaci occhiate nello specchietto retrovisore. Quando arrivarono all’incrocio Esther chiese di accostare e scese. Si guardò intorno come fosse appena sbarcata in una terra straniera, inospitale e fredda. Il traffico di giorno era intenso, il rosso del semaforo splendeva con una fluorescenza psichedelica. Doveva essere l’ultima cosa vista da Tommy prima dell’impatto che lo aveva sbalzato fuori dall’auto e ucciso sul colpo.

Esther affisse al semaforo la propria lettera e quella dell’assicurazione. Fece lo stesso ad ogni lampione e cartello stradale, sul muro coperto di graffiti, all’ingresso dei palazzi. Aveva pensato di fermare i passanti per strada, ma ora che si trovava lì, in mezzo a quel fiume compatto e indifferente di volti che andavano e venivano, non trovava il coraggio. 

D’un tratto la figura si materializzò davanti ai suoi occhi. Somigliava alle streghe delle favole russe, quelle che volano su un mortaio o su una scopa di betulla e vivono dentro capanne fatte di ossa umane. Era minuta, coi capelli bianchi raccolti in un nodo disordinato e se ne stava in ginocchio sotto il muretto di mattoni, poco prima dell’incrocio. Da una sacca blu tirò fuori una fotografia incorniciata, un vaso d’ottone, una bottiglia d’acqua, un mazzetto di margherite, gerbere bianche e crisantemi, un lumino elettrico, una sciarpa bianca e azzurra.

Esther si avvicinò piano, incespicando nelle radici degli alberi che sporgevano dall’asfalto del marciapiede come le vene nelle mani della donna che in quel momento allestiva il suo altare. Dalla cornice l’uomo guardava sua madre. Era un figlio eppure era quasi un vecchio anche lui, con la pelle olivastra, la barba mal rasata e un sorriso sghembo, giallastro, il sorriso fatalista delle borgate. Certo non s’aspettava che la fine del tempo arrivasse con un ragazzino alla guida, ubriaco al volante come tante volte doveva esserlo stato lui. 

La vecchia oscillò come un piccolo arbusto esposto al vento e ad Esther parve che da quel corpo legnoso e ricurvo salisse un sibilo acuto, mentre si chinava sull’angolo di strada dove s’era fermata per un attimo la vita di suo figlio, prima che il traffico se la riportasse via per sempre. Esther guardò i fiori sistemati nel vaso, fiori che presto sarebbero appassiti. Si domandò chi ne avrebbe portati di freschi quando la vecchia, di lì a poco, sarebbe morta, incapace di sopravvivere a quel dolore. Chi avrebbe lavato, di tanto in tanto, quella sciarpa bianca e azzurra che la strada avrebbe ricoperto di un grigio uniforme? Chi avrebbe pulito il vetro della foto e rassicurato il bambino, il ragazzo, l’uomo, condannato a fissare in eterno quel traffico di periferia dall’asfalto crepato di un marciapiede? E lo seppe immediatamente, mentre tornava sui propri passi, silenziosamente come era arrivata. Lo seppe senza incertezze. Come può saperlo solo il cuore di una madre.

 

(La foto è di Eleonora Selvi)

         

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