Il magma dell’eros ⥀ Una visione di Franco Scataglini

In vista della proiezione del documentario su Franco Scataglini diretto da Umberto Piersanti, che si terrà lunedì 29 giugno 2025 ad Ancona nel contesto del Festival di poesia totale La Punta della Lingua 2026, pubblichiamo una breve lettura dell’opera dell’autore a cura di Sabrina Malerba. Il programma del festival è consultabile qui

 

Nel 1981 Umberto Piersanti gira per Rai Marche la serie Il verso e l’immagine. Si tratta di quattro videoritratti dedicati a Fabio Doplicher, Mario Luzi, Paolo Volponi e Franco Scataglini.
L’episodio dedicato a Scataglini, intitolato Il magma dell’eros, indaga la triangolazione tra linguaggio poetico, passione amorosa e rapporto con la città. Il filmato, gentilmente concesso da Teche Rai, sarà proiettato, alla presenza di Piersanti, lunedì 29 giugno, ore 19, alla Sala Vanvitelli della Mole Vanvitelliana di Ancona, durante la XXI edizione del festival La Punta della Lingua.
Tutta la serie di videoritratti sarà proiettata in loop negli spazi della mostra Oltre il margine. I versi e le immagini, a partire da sabato 27 giugno.

Rivedere Il magma dell’eros sarà un’occasione per riscoprire l’insegnamento più prezioso di Franco Scataglini: un invito ad aprire gli occhi sul luogo che si abita e amarlo come elemento che ci forma. Perché, per usare le parole stesse di Scataglini, tuto è corpo d’amore1.
Per chi non la conoscesse, offriamo di seguito una nostra breve lettura della sua opera. Franco Scataglini è poeta di due labirinti. Un labirinto esterno, Ancona, città spigolosa, a gomito, sorvolata, come tutti i porti di mare del Mediterraneo, da un animale totemico per Scataglini: il gabbiano, o cucale (con la variante fonetica cocale) in anconetano, che nella sua opera «va de soavità / incontro al mare verde / e grida de sarcasmo / contro chi ’rmane avinto / drento ’l suo labirinto / de paura e d’orgasmo»2.
Il secondo labirinto è interiore e si snoda nei cunicoli della psiche, attraversati alla luce della psicoanalisi, sostenuta da una lingua degli affetti in cui eros e memoria si intrecciano, radicandosi nel luogo come condizione dell’esistenza poetica.
Seguire l’opera di Scataglini significa attraversare entrambi questi spazi: il fuori della città vissuta e il dentro di quella che lui stesso chiamava residenza, fino al punto in cui i due labirinti coincidono, e tutto diventa corpo d’amore.

Franco Scataglini nasce ad Ancona nel 1930, nel quartiere di Vallemiano, attraversato dalla ferrovia, segnato dalla presenza del mattatoio. Nella città, Scataglini compie tutte le sue prime esperienze: vive i primi amori, frequenta le scuole professionali, mai concluse, fino all’impiego lavorativo alle Poste, che lo tratterrà dall’abbandonare la provincia, come invece fecero tanti suoi corregionali.
Ancona è anche il luogo dell’incontro con la poesia: pescando da una bancarella una copia di Ossi di seppia, il giovane Scaglini si imbatte in Eugenio Montale, primo dichiarato amore poetico. Proveniente da una formazione tecnica, diametralmente opposta a quella canonica per un letterato, Scataglini ha la capacità di assorbire la poesia scegliendo, con una naturalezza che è probabilmente figlia del suo talento per la scrittura, tra la produzione a lui contemporanea e una tradizione che proviene dalle origini della letteratura europea, quindi dalle fondamenta del cosiddetto canone.

Con la sua poesia, egli crea un punto di congiunzione, un ponte tra tempi e luoghi, che però non viene immediatamente compreso dalla critica né accettato dal poeta stesso.
Nel 1950 pubblica la plaquette Echi, un titolo che è già una dichiarazione di intenti. L’eco, la reminiscenza, l’imitazione sono componenti chiave dell’umanesimo che Scataglini costruirà negli anni della maturità poetica. Di quel primo lavoro, l’autore stesso rifiuta ogni parola, allontanandosi dalla letteratura per vent’anni.
La poesia, in termini crociani, nasce da un vuoto e i silenzi poetici rappresentano proprio per questo dei laboratori artigianali di scrittura e per Scataglini gli anni tra il 1950 e il 1973 saranno un susseguirsi di epifanie che lo condurranno a quella pura intuizione lirica, il momento esatto in cui il sentimento si trasforma in immagine contemplata.
Il periodo può essere suddiviso in due atti: il primo è quello dello sviluppo di una nuova consapevolezza politica e di definizione della poetica il secondo. L’impegno politico è anche il luogo di formazione culturale, ben diverso dalla tecnica trovata alle scuole professionali.
Dalla vittoria dei democristiani, nel 1948, Scataglini vive, fino al 1950, un periodo che definisce «di incubazione»3. Nello stesso anno il partito repubblicano si scinde e una parte aderisce al partito comunista dove confluisce Scataglini stesso. Come indipendente di sinistra viene inviato in Russia, nel 1951, con una delegazione di intellettuali. Il desiderio che quello fosse il luogo eletto era forte; Scataglini sperava di trovare il mondo in cui tutto ciò che era latente potesse avere il proprio posto: dal bisogno di dignità, di conoscenza, fino al rispetto di sé e degli altri. Per il viaggio in Russia nutre le speranze di un bambino, ma l’immagine del paese unito, che sperava di trovare, si rivela disturbante: qualcosa, in lui, durante il viaggio, si spezza definitivamente. Alla bellezza della Piazza Rossa corrispondono, secondo Scataglini, immagini di una povertà priva di dignità che il mondo ufficiale del partito cerca di rendere gloriosa, ma che nel paese è relegata ai margini. Il giovane poeta decide pertanto di aderire al partito esclusivamente per gli ideali, rigettando l’aspetto ufficiale. Il pensiero politico troverà riscontro nella sua opera poetica attraverso la quale cercherà sempre di dare voce agli umili, da lui definiti i muti.
I secondi anni ’50, fino al decennio successivo, sono invece anni di ricerca intellettuale. Si susseguono letture epifaniche, in cui Scataglini si imbatte in maniera quasi disordinata e incoerente, ma che andranno a porsi a fondamento di una solida identità poetica. Il ritorno alla scrittura è sancito dalle pubblicazioni degli anni ’70: E per un frutto piace tutto un orto (1973) e So rimaso la spina (1977). Tuttavia è a cavallo degli anni ’80, con Carta Laniena, che raggiunge la maturità poetica e un definitivo scarto da Echi.

Quando Massimo Raffaeli, studioso e collaboratore di Scataglini, descrive lo stile dell’amico e poeta, lo definisce, ricordando la cifra di Flaubert in Madame Bovary, «sublime dal basso»4. È un epiteto formulare utile non solo per racchiudere una personalità poliedrica, ma anche per tracciare la labirintica discesa nell’inconscio che Scataglini intraprende a partire da Carta Laniena. Punto di approdo dopo un percorso di psicanalisi, la raccolta coincide con tre momenti chiave: la riscoperta della dimensione infantile, la scoperta dell’amore e la narrazione della città. Un viaggio interiore cominciato a partire dal risuonare di un’eco lontana: «la malinconia, che mi trascinava irresistibilmente giù nell’abisso dell’infanzia, ridestò sul fondo l’antico suono impotentemente struggente»5. La lingua è eco dell’amore intellettuale, quello per la poesia moderna, ma è anche eco del primo amore originario: quello materno.

Canettieri definisce il linguaggio poetico di Scataglini un idialetto: non si tratta quindi dell’anconetano, ma di un italiano scancellato6. Non l’attualizzazione di un rifiuto sistematico, dove ogni parola arcaica andava sostituita con un inserto popolaresco, ma una lingua spontanea, di grado zero, da cui partire per giungere, a forza di labor limae, quindi di cancellature, a una sua idiomatica lingua della poesia.
Scataglini lavora alla ricerca di una lingua originaria, ma allo stesso tempo richiama un ricordo infantile e affettuoso: il rimprovero della madre che lo costringeva ad aggiustare il linguaggio, a non imitare quello domestico, a parlare invece l’italiano senza errori. La lingua si rivela quindi à rebours su due livelli, attraverso la riscoperta del suo passato e attraverso il viaggio a ritroso nella storia letteraria.
Se, quindi, ricerca l’immortalità poetica come Ezra Pound e la dimensione popolare (riletta alla luce dell’aurora romanza) del Pasolini di Casarsa, allo stesso tempo Scataglini resta folgorato da un libretto di Gianfranco Contini intitolato I poeti del Duecento; mentre legge Adorno e Simone Weil, depura il suo lessico come Giacomo da Lentini e coltiva il suo brolo, il suo giardino, di tradizione provenzale, stilnovista, piantando un’inestirpabile rosa. La lezione di Guillaume de Lorris emerge come un archetipo nell’opera di Scataglini, con quella riscrittura del Roman de la Rose che gli permette anche di raggiungere la più ampia attenzione nazionale. È sempre la rosa a orientare il lettore, simbolo e spia, in un intricato e diffuso citazionismo dei poeti siciliani e degli stilnovisti. È la rosa a veicolare il senso profondo della lingua poetica di Scataglini, una vera e propria rivoluzione melodica.

Il dialetto per Scataglini è, innanzitutto, la lingua degli affetti: «Mi trovo ad usare il dialetto ogni volta si tratti di esprimere un senso affettivo della circostanza. Nei rapporti di prossimità, quindi, soprattutto nelle forme mimetiche, interietive e fatiche della comunicazione. In famiglia, con gli amici, nei vezzeggiativi della relazione amorosa quando la tenerezza è una diversione cauta dell’aggressività erotica»7. La lingua poetica d’elezione diventa quindi il transfert per l’eros, luce nel buio del vivere così come lo è la poesia. L’eros per Scataglini è antidoto, come lo definisce Moscè, di fronte a una condizione precaria, di fronte al dolore e allo sconforto che l’uomo prova nei confronti del proprio destino8. La rosa fresca e aulentissima per Cielo d’Alcamo, la rose provenzale, si incarna in Scataglini, diventa nome e simbolo della donna amata, Rosellina Massi, conosciuta già a metà degli anni ’60 e presente nella sua poesia sin dai tempi di E per un frutto piace tutto un orto, un incontro che assume per la vicenda poetica dell’autore i contorni della predestinazione9. La donna è allora correlativo oggettivo del fiore più bello, è la donna-angelo dei poeti stilnovisti, porta un bene in grado di placare l’animo del poeta, ma non è eterea e irraggiungibile, piuttosto corporea presenza. La donna attraversa l’intera opera poetica di Scataglini: è una cioca di capelli, è magra come ‘n’alice, ochi de menta, / aria bionda la testa, è come un’oliva tonda. Il sentimento realmente incarnato ha la capacità di esercitare un effetto quasi devastante sul poeta:

«Est’amore m’ha coto
come ’na mugelina.
Spolpato sopra e soto
so’ rimaso la spina»10

Come evidenziato nel saggio di Matteo Trillini Lingua poetica di Franco Scataglini: un classico moderno:

«È  la  donna  di  tutta  la  nostra  tradizione  lirica fino alla Clizia delle Occasioni, le cui luminose apparizioni sono rivelatrici  di  quei  valori  che  in  un’ultima  analisi  coincidono, proprio  come  per  Scataglini,  con  i  contenuti  umanistici  della  cultura europea»11.

Il sentimento amoroso non viene esercitato solo attraverso la presenza della figura femminile, ma per Scataglini ha anche una residenza. Carlo Betocchi osservò: «La sua poesia nasce con tutta la sua carne e con tutti gli echi della vita che l’hanno investita, dilettata, tormentata. La parola sorge su dalla carne ventilata del suo paese, del suo mare, delle sue donne»12. L’amore trova spazio nei luoghi marini, urbani e domestici della città vissuta dal poeta.

Il dialetto, dunque, è anche la lingua della città. Emblematica è da questo punto di vista la fondazione di Residenza, che Scataglini stesso definisce «settimanale radiofonico di riflessioni marchigiane sulla cultura». Scataglini teorizza l’aliquid della residenza13, sintetizzando il pensiero di Adorno per il quale l’intellettuale residenziale è Kant mentre passeggia per le strade della sua Königsberg. Il luogo della quotidianità è l’elemento che costituisce, con il corpo, l’esistenza di una persona e la sua identità: nella poetica di Scataglini c’è una perfetta conciliazione tra la persona e il luogo. Ecco allora che ogni parola di amore, che ogni donna amata e ogni scancellatura si legano saldamente ad Ancona: non solo il luogo dove si può fare poesia, ma quello da cui scaturisce ogni poesia. Ancona è allora presente nell’opera di Scataglini a partire dal suo mattatoio, che sorgeva nel quartiere della sua infanzia, sull’antica via dove si affaccia il brolo. È presente con un carcere demolito, con il duomo dove volano cucali rosa, con il mare che è punta de scòio e con i suoi personaggi come Paganelli.

Nel documentario di Piersanti Il magma dell’eros, sarà possibile ascoltare questa voce incarnata, situata, radicata nell’hic et nunc, riprodotto in formato Betacam, dei luoghi che l’hanno plasmata.

 

 


Note

1 F. Sca­ta­glini, Rima­rio agon­tano, 1968-1986, Libri Schei­wil­ler, Milano 1987.

2 Id., Carta Laniena, Residenza, Ancona 1982, p. 177.

3 S. Meldolesi, Franco Scataglini – Stella vermiglia – di Stefano Meldolesi – 1995 – Poesia ’900 Marche.

4 M. Raffaeli, Scataglini, sublime dal basso, in «Il manifesto», 9 ottobre 2022.

5 F. Scataglini, La “nuance” dialettale.

6 Raffaeli, Scataglini cit.

7 F. Scataglini, Questionario per i poeti in dialetto, in «Diverse lingue», I (dicembre 1988), n. 5.

8 A. Corbetta, Franco Scataglini dal Medioevo a oggi: intervento critico a cura di Alessandro Moscè, in «Alma Poesia», 19 luglio 2022.

9 C. Segre, Prefazione, in F. Scataglini, La Rosa, Einaudi, Torino 1997.

10 F. Scataglini, So’ rimaso la spina, L’Astrogallo, Ancona 1977.

11 M. Trillini, Lingua poetica di Franco Scataglini: un classico moderno, in Un recorrido por las letras italianas en busca del humanismo, a cura di V. González Martìn et al., Ediciones Universidad de Salamanca, Salamanca 2004, pp. 549-62.

12 C. Betocchi, Introduzione, in Scataglini, So’ rimaso la spina, L’Astrogallo, Ancona 1977.

13 M. Guzzini, Residenza. Settimanale radiofonico di riflessioni marchigiane sulla cultura. Rai delle Marche 1980-1981, il lavoro editoriale, Ancona 2000, p. 6.

 

 

 


Sabrina Malerba (Ancona, 1997) è dottoranda in Umanesimo e Tecnologie all’Università di Macerata, dove si occupa di Digital Humanities applicate alla ricerca letteraria e linguistica. Nel corso dei suoi studi si è occupata anche di critica letteraria del Novecento, curando un progetto dedicato agli autori anconetani Franco Scataglini e Francesco Scarabicchi.