Marco Benedettelli, Günter Spiegelman, Viaggio alle Hawaii – Racconto (2010)
Sotto gli archi la matta della città, mitologica come un cavallo uscito dal mare, riposava le gambe gonfie per l’elefantiasi. Dal bar le avevano portato un bicchiere a cui lei stava aggrappata nella sua mareggiata di pensieri. “Tutta l’acqua è inquinata”, ripeteva con la voce scordata, e mentre passavo per andare in ufficio la sua occhiata policentrica si è posata sopra me: “Buongiorno professore!”, mi ha lampeggiato addosso. Nello stridore della luce di provincia e nel crescere dell’onda di pensieri che la mattina sono sempre tutti raddrizzati ed elettrizzati dall’erezione idraulica dell’alba, pieno di orgoglio ho sorriso al mio oracolo carnoso, perché professore non lo sono stato mai, perché poteva essere una delle mie identità inespresse, ma la barca è scuffiata nel mare dell’ignoto e quella identità è lì che nuota. Senza contare poi, che quando pesto la ghiaia sul selciato della piazza spopolata di mattina e frondosa di palmizi e la luce tagliente che arriva dal mare è ancora bassa e polverizzata in una nube liquida rifratta, capita spesso in quella insignificante eternità di provare agitazione e vivere scampoli di commozione e ebbrezza. E c’è in quel momento un eterno ritorno di ciò che non è stato, allora, ho immaginato, mentre attraversavo il mercato pieno di drappi svolazzanti al vento di settembre e la matta, Silvana si chiama, con la testa grande e rotonda come una matriosca avvolta da mille fazzoletti colorati continuava a urlare e uncinava con morso di sdentata la coda dei miei pensieri e il suo canto sgraziato era il nitrito d’un cavallo di vetro sotto agli archi, alle mie spalle, fuori dallo specchietto retrovisore cioè dal mio terzo occhio puntato sulle altre cinque facce del dado, quelle che il colpo del caso non ha fatto uscire e si sono inabissate chissà dove, nel passato, e lampeggiano di tanto in tanto.
Mi siedo. Nel mezzo delle mie ore tutte incubate, ora, inchiodato a un computer, a qualcosa, al crescere vegetale del pensiero che prima si fa rabbia, e poi liquame e dolce morte e limbo. La mia intelligenza emigra altrove, verso una nuvola fatta di connessioni, verso una gobba e bolsa divinità di peluche che mi sorride morbida e inutile e condiziona dolcemente ogni mio passo, ogni mia scelta, indirizzandomi con le sue risposte preconfezionate verso la completa assenza di luce e di suono e rumore che non sia sintetico. “Complimenti e felicitazioni! Lei è il milionesimo visitatore di questo sito. Ha vinto una vacanza alle Hawaii”. E’ dagli abissi di internet che mi scoppiettata davanti al naso una tremolante finestrella e mi comunica di aver vinto. Di aver vinto qualcosa, un viaggio, una meta esotica, una avventura incredibile e ghiacciata dall’aria condizionata che soffia su di me. Tutto è perfettamente logico, sì è perfettamente logico. Logico, logico, anche questo colpo di dadi rientra nel novero dell’inutilità e delle gioie abortite con l’accavallarsi delle ore. Ci clicco sopra alla finestrella e si srotola una persiana di domande sullo schermo, completo un formulario pieno di caselle e dati affinché sappiano tutto di me, queste improbabili creature che forse non esistono.
Dopo nemmeno cinque minuti squilla il mio cellulare. Frinn frinn frinn. “Pronto chi è?”
“Buona giornata” miagola una voce increspata da piccole onde elettriche. “Ma chi è?”.
“Vogliamo congratularci con lei, professore! Il vincitore del nostro viaggio alle Hawaii”.
“Abbiate pazienza, ma voi chi siete?”, domando stordito a quella voce. “Sono il tuo viaggio alle Hawaii, apri pure la finestra, sono qui!”.
Mi getto alla finestra e spalanco tutto, mi affaccio. I palazzi sono gialli e rossi. Giù in strada c’è il bar appena aperto, nuovo e luccicante e gonfio di carinerie. L’agenzia immobiliare è aggrovigliata nei fili del telefono, le vecchie trascinano buste della spesa mezze piene in una cantilena arcaica di lamenti. Poi da dietro un angolo spunta la matta, la matta del centro, Silvana, goffa ma avvolta in una montagna di parole illogiche e per questo leggiadra come una mucca che cammina sopra i trampoli. Alza la sua mano gonfia e inanellata, stende un sorriso sdentato sul suo viso che suona al vento come una fisarmonica. “Hawaii Hawaii”, grida per strada e il suo canto ha la rotondità di un mappamondo. “Hawaii Hawaii professore!”. Ha al braccio una busta che mai abbandona, ci sono tutti oggetti sconnessi uno con l’altro, che solo una folle può accatastare in una vorticosa torre eretta come una dolcissima bestemmia verso il cielo. Da quel cadente tempio senza centro tira fuori un pezzo di carta e lo sventola festosamente, a me, che la guardo dalla finestra. Io al quel gesto mi precipito in strada, le vado incontro e la chiamo, è lei a seguirmi col suo passo da mastodontico pinguino mentre incede per le scale sgraziata e ignota. Si siede al tavolo e io le do dell’acqua, la beve senza dire nulla. Poi posa il pezzo di carta sulla scrivania e guarda fuori dalla finestra. E’ un biglietto d’aereo per Kahului, lo esamino. C’è tutto, è tutto regolare, già col mio nome stampato sopra e ogni numero è incasellato al posto giusto. “Dopodomani ti accompagno – mi dice – all’aeroporto. Ma poi con te non ci verrò. Tu vai da solo, io resto perché devo bere molta acqua altrimenti mi spoglio nuda e entro nei negozi”.
Siamo partiti col treno verso Roma. Lei è stata con me tutto il viaggio, almanaccava cose assurde, sul governo, le fosse, gli ascensori e l’acqua. Poi stava zitta, guardava scorrere le porte e gli alberi dal finestrino, e ricominciava a cantilenare riesumando volti e città dall’eco della sua memoria. Quando mi sono imbarcato, l’ho salutata mentre si aggirava negli androni dell’aeroporto con le sue gambe elefantiache e una busta in braccio che teneva stretta, quasi inglobata nelle sue stesse carni e mi ha guardato con lo sguardo di chi si avvita in infinite piroette come una ballerina. Forse Silvana oggi è ancora lì che attende qualche ritorno. Non ho mai capito che relazione ci fosse fra lei e il premio per il milionesimo visitatore di quel sito caduto dalla nuvola di internet. Alle Hawaii, però, e questa è una storia che come si dice dovrei raccontare un’altra volta, senza cercarla mi sono tuffato in un’alba e ho incontrato un delfino e ho impugnato teneramente il dito a una pescatrice di conchiglie e ho contemplato franarmi le montagne intorno e tutto quello che potevo essere stato mi è eruttato in mano un giorno, un pomeriggio mentre galleggiando sull’acqua verde dormivo steso su una tavola da surf. Non sono più tornato dal quel viaggio, venite a prendermi alle Hawaii.

