Nel nuovo appuntamento con Mixis, Marco Benedettelli e Giacomo Bufarini (aka RUN) si incontrano fra le pieghe e i colori del mondo.

Nel ritorno alla contaminazione operata da Mixisla scoperta onomatopeica si mostra in un nomadismo dell’esperienza e della trasformazione in continuo divenire. Il racconto si fa spirale di disegni come geometrie di linee morbide, aperte, che rincorrono un filo che traccia i contorni di una prova confusa e insieme scandita dal suono partecipato di una metamorfosi naturale in atto.

 

Bau Bau

Ci sono infiniti varchi in giro per la città. Bau Bau esce di casa
si cala lungo scalinate fra pareti gialle e tetti spioventi e porte
sgangherate, attraversa gigantesche rotonde frastornanti. Vede
gabbiani sulle carcasse di pesce, poi un cavallo rosso, immobile,
su un muro arancione. C’è una vetrina inaspettata, la osserva, ne
è risucchiato. Capita spesso a Bau Bau di venire risucchiato.

Gli alberi hanno spesso cortecce argentate e virgulti carnosi. I
baobab sono così. Bau Bau ne osserva uno da vicino, abbraccia
il suo tronco grasso e gibboso e da quel momento la sua vita non
sarà più la stessa. Dico ciò perché Bau Bau si è ritrovato in un
luogo che non aveva mai visto. Ci sono molti alberi, molte
fronde, è una foresta di baobab ma il sottobosco è denso di
fronde. Bau Bau le discosta in cerca di luce e quando il sole
filtra fra il fogliame, i raggi si infrangono su cose per terra.
Hanno forme oniriche e funzionali, morbidezza ammiccante,
disciplina geometrica. Sono grandi bulbi, pieni di cassetti aperti
o ornati di bottoni.

Bau Bau si siede su una poltrona, una di quelle dai cuscini
soffici, violacei. È una poltrona girevole e Bau Bau inizia a
roteare, si sente come un cane che voltola per terra, si sente una
creatura irriverente. Guarda i lampadari appesi al soffitto. Ora
gli alberi sono scomparsi. La foresta si è tramutata in un
giardino dove grappoli di lampadine gli ricordano che si è
scordato di tutto. Il sole che diventa sole, il tempo che non si
ferma.

Prima viene la corsa, il colore, la linea che diventa mare,
il mare che corre sulla spiaggia, la spiaggia che rotola verso il cielo. Le
linee si chiudono, si aprono, respirano, raramente si intrecciano
alla pesantezze, ma non temono neanche quella. Non temono i
giganti che emergono dal mare e si posano sui tetti delle case. O
i volti dagli occhi a spirale che spuntano dietro le porte. O una
fila indiana di pensieri che procedono lungo solchi di parole.
Fiotti di immagini scatenano il piacere della regressione, una
scarica liquorosa si innesta alle radici del collo. Bau Bau ha il
volto incapace di stare fermo e produce un flusso di spigolosità
espressive.

Il luogo dove Bau Bau continua a girare su se stesso,
avvitandosi sulla sua poltrona, è profondo. Contiene una
disposizione di mobili che se potessero parlare, emetterebbero
un boato potente, quello del tempo che si è accumulato sulle
nostre spalle. Bau Bau non è solo in questo momento. Non lo è
più, non lo è mai stato. Sente un brulichio di voci crescergli
nella testa, è un rumore dal forte timbro dialettale. È un suono
irriverente. Ci sono foglie che si tramutano in mani e mani che si
tramutano in occhi.

Ora è il momento di uscire. Le mani e gli occhi che incontra
lungo il marciapiede lo salutano con il suo nome, gli fanno tutti
Bau Bau e lo abbracciano, irrefrenabili. Bau Bau è contento,
sicuro, non sente né paura né esaltazione, ha attraversato tutte le
prove necessarie ora che muove le gambe, che tende le braccia,
che sorride immaginando la sua città, le sue cose, i suoi immensi
fossili silenziosi sbocciare ogni secondo. Bau Bau si ritrova in
una piazza, su una panchina, dentro un bar, in un campo da
calcetto con le porte dai pali colorati e le reti a brandelli.
Conosce una donna che ha i capelli riccioluti, nerissimi, le dice
tu sei Afrodite, sei nata dalla schiuma, la schiuma dei tuoi
capelli è nera perché il mare era notturno.

Bau Bau si affaccia da una grande casa con le pareti trasparenti,
c’è il mare che sciaborda sul cornicione della finestra e una
barca piena di donne e di uomini gli si fa incontro e i passeggeri
a bordo gli fanno tutte e tutti “Bau Bau”, lo chiamano tutti per
nome. «Ma potrò io mai lasciarvi con la sete e con la fame?»
Dice lui ridendo, e li invita dentro casa, la casa dalle pareti
trasparenti. L’Afrodite ricciuta frigge un piatto di fave per tutti
su un grande tavolo, tratto fuori da una epoca iniziata e mai
finita. Ovunque grandi baobab crescono silenziosamente, altre
donne e altri uomini arrivano dalla città, scivolano attorno ai
tavoli mentre il sole fa il sole nel cielo. La foresta si fa sempre
più rigogliosa e vasta. Grandi bulbi spuntano dal terreno, si
schiudono. Se non fosse per le persone che quando parlano
fanno anche, con irriverenza, Bau Bau, se tutto il vociare dal
timbro dialettale fosse un po’ più pacato, si sentirebbe la musica
che viene dal profondo del bosco.