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Marco Bisanti, Christine – Racconto (2012)

Basato su una storia vera: Brian Thomas, affetto da una grave forma di sonnambulismo, ha ucciso la moglie nel sonno senza rendersene conto. Per questo, il tribunale lo ha assolto.

Un intero blocco (quello in cui parla Brian) è volutamente preso da dichiarazioni ai giornali inglesi.

Ho strangolato mia moglie durante il sonno. Soffro di sonnambulismo da quando ero bambino e al risveglio me la sono ritrovata accanto, fredda. Stavamo insieme da quarant’anni. Ho chiamato io stesso la polizia di Aberporth. Il tribunale mi ha assolto con formula piena per malattia, e i giornali hanno parlato di “amnistia dell’inconscio”. Ma sono stato io. Sono io ancora adesso.
Avevo sognato di battermi con alcuni ladri entrati nel nostro camper e ho scambiato Christine per uno di loro. Volevo essere condannato ma il processo è già finito, continuo a prendere le  medicine ma i disturbi del sonno restano. Così come la mia ombra di assassino. Ho sessant’anni, e per i media un nuovo nome: “lo strangolatore dei sogni”.

Ieri sera ho sognato di addormentarmi nella nostra vecchia casa di campagna. Ci andavamo sempre, quando si aveva un momento libero, per stare insieme solo noi due, per staccare la spina. Christine amava occuparsi del giardino, e dato che abbiamo molte piante anche dentro casa, ogni tanto mi diceva “con questa pioggia le mie piccole staranno benissimo, caro, ma ci pensi a quelle in veranda?”. Era uno dei suoi tanti modi per chiedermi di andare.
Così, ieri ci sono andato. Ho trovato la sua camicia da notte bianca a fiori ancora piegata sul cuscino. L’ho abbracciata e poi, come dicevo, ho fatto questo sogno: mi addormentavo, lì da noi, e al risveglio girovagavo al buio nel secondo piano. Non so perché ma non volevo accendere la luce e, mentre fuori montava il temporale, me ne andavo in giro per le stanze con dei libri in mano. Li sistemavo a coppie su tutti i ripiani, in tutti gli angoli possibili delle mensole, delle scale, dei divani e delle finestre. I corridoi della casa si erano moltiplicati in modo esponenziale. Erano molto lunghi. Li ho percorsi tutti fermandomi ogni tanto per guardarmi alle spalle.
A un certo punto ho sentito un brusio che aumentava, come se delle persone si stessero avvicinando sempre più alla porta di casa. Erano i parenti che rientravano. Ho sperato che ogni coppia di libri si illuminasse come per magia, preparandosi ad accogliere i miei affetti con la loro luce soffusa. Ma così non è stato. Allora ho capito che era quello il segnale.
Ho imbeccato le scale e sono salito in soffitta. Il buio umido mi ringhiava sulla testa. Da fuori i colpi dell’acqua contro le assi oblique e le tegole del tetto diventavano sempre più violenti. Ogni passo sulla polvere del tavolato mi faceva crescere una febbre gialla. Ma io continuavo. Da questo calore emisi la strana luce che mi indicò, tra le cianfrusaglie del solaio, una corda che poteva andare bene.
I parenti erano già entrati in casa quando sono salito sulla sedia. Ero pronto, deciso a farla cadere. Le ho dato un calcio ma qualcosa non ha funzionato, neanche stavolta. Mi sono risvegliato a letto pieno di sudore per la disperazione. Sto ancora piangendo sul mio lato. Il sale del sudore e quello delle lacrime mi brucia la pelle e in parte si incrosta sulla faccia. Di riaddormentarsi non se ne parla: mi trascinerò fino all’alba in giro per casa, come sempre.
I piedi mi formicolano in modo strano, sarà il torpore ma sembra di camminare a un centimetro da terra. Scivolo sul pavimento e, per quanto fiacco, il mio passaggio alza un vento che basta ad aprire le porte delle stanze: gusci vuoti. È come se fossi qui per la prima volta. Sono tornato per sottrarmi ai cronisti, agli amici, ai parenti, alle domande, ma a quanto pare ho sbagliato: il luogo più caro mi respinge in modo avvilente. Questa vecchia finestra, per esempio, perché non si vuole aprire? Il vetro crespo ingigantisce la luna azzurra di stanotte, la fa troppo luminosa, quasi accecante, ingiusta. Mi volto e riprendo a ciondolare. Sul divano c’è una coperta. Non posso continuare a tremare così dal freddo: almeno devo riuscire a tenere ferme le mani. I palmi aperti delle mie mani. Le linee rimaste sulla gola di Christine.
Per la luna che ho alle spalle le mie mani sono bianche. Per me sono rosse. Per il buio sono nere. Per la tagliola sono perfette. Perciò vado in cucina. Anzi no, dritto verso il ripostiglio. Stavolta la casa di campagna è generosa: mannaie, coltellacci, seghe, taglierini. Le trappole per la caccia di mio cognato non aspettavano altro. Basta un clic, il meccanismo si aziona, poi lo scatto, un rumore sordo, e lei che fa il suo dovere. Avevo ragione: le mani sono rosse, staccate, e con un calcio finalmente lontane, sotto al tavolo. A terra c’è una scia nera. Il dolore è insopportabile. Non ne posso più. L’angoscia in cui mi sveglio di nuovo fa troppo male. Lei invece continua a dormire tranquilla.
Non sembra ma c’è anche lei. Il mio vagare da una stanza all’altra non la disturba affatto, è abituata. Quando le passo accanto, Lottie non si sveglia nemmeno. Non alza neanche un orecchio, dorme beata. Domattina potrei ammazzare anche lei. Le preparo un pasto abbondante, la porto fuori, ci gioco, lei si stanca e poi lo faccio. Sì, mi piazzo davanti alla telecamera, dico due cose per dimostrare che sono cosciente, l’ammazzo in diretta, e mando il video agli animalisti. Mi faccio denunciare. Mi faccio rinchiudere. Aspettami, Christine. Registro tutto e sono da te.
«In campeggio non si poteva fare. A casa invece, visto il mio problema, dormivamo in stanze separate ormai da dieci anni. Ogni sera, prima di andare a letto, ci davamo un bacio, ci coccolavamo. Poi, al mattino, chi si svegliava prima andava nel letto dell’altro. Non abbiamo mai iniziato una giornata in modo diverso. E poi passeggiavamo, andavamo in bicicletta, nuotavamo, e abbiamo cresciuto Debbie e Claire. Come hanno detto al giudice le mie figlie, in famiglia si scherzava sul mio disturbo.
La prima a farlo era mia moglie. Diceva “ci risiamo, vostro padre ha otturato il bagno e ora è tutto allagato”. Ero molto protettivo con lei, facevo di tutto per Christine. Le dipingevo le unghie dei piedi, le tingevo i capelli, facevo la spesa. E lei si prendeva cura di me. Da piccolo mi svegliavo coi piedi tagliuzzati per aver camminato sul vetro rotto senza accorgermene, o sulle pietre, durante passeggiate fuori casa a piedi nudi che neanche ricordavo. Perciò mia moglie ogni sera, prima di andare a letto, chiudeva la porta di casa a chiave. A volte, mentre dormivo, ho cucinato fagioli e pane tostato. Una volta ho fatto pure una nuotata nel canale qui vicino.
Negli ultimi cinque anni il disturbo è aumentato; da quando mi hanno prescritto quegli antidepressivi. In effetti, ecco, aumentava quando smettevo di prendere i farmaci per poter fare l’amore con mia moglie. Con quella roba, qualsiasi cosa diventa impossibile. In quei giorni avevo anche le allucinazioni. Ora so che la cosa che ha distrutto di più la mia vita sono stati quei periodi senza medicine. Ma non avrei mai pensato di poter arrivare a tanto. Così, una settimana prima di andare in vacanza insieme, ho smesso di prenderle.
Quattro anni fa, Chris aveva lottato contro il cancro, ma era tornata dal dottore perché si era ritrovata una macchia nera sullo sterno. Allora, mentre aspettavamo i risultati del test, per tirarla un po’ su le ho proposto di staccare, di prendere il camper e fuggire per una settimana. Sono stati sette giorni bellissimi.
Sulla strada del ritorno una deviazione ci ha fatto passare da Aberporth. Era un bel posto. Abbiamo deciso di regalarci un’ultima notte. Ci siamo sistemati, abbiamo camminato sulla spiaggia mano nella mano, e guardato il tramonto. Poi siamo tornati sul camper, lei è andata a letto e, prima di raggiungerla, io ho guardato il telegiornale fino alle undici e mezza.
Verso mezzanotte, dei tizi hanno fatto irruzione nel parcheggio del camping, si sentivano sei, sette, otto motociclette. Facevano un casino incredibile, davano gas e poi frenavano in testacoda. Sento ancora i fischi di quelle gomme sullo spiazzo. Dissi a mia moglie che dovevo intervenire ma lei disse che era meglio di no, potevano essere malintenzionati, potevano avere dei coltelli o Dio sa cosa, con quello che c’è in giro. Loro però continuavano.
Così mi sono messo al posto di guida, ho acceso il motore e sono andato nel parcheggio del livello superiore per non sentirli più. Quando sono tornato a letto mia moglie già dormiva. Io invece pensavo “ho messo l’allarme? Con questi tipi non si sa mai. Se lo provo adesso, però, lei si sveglia”.
Quando mi sono riaddormentato deve essermi rimasto in mente che il camper non era al sicuro. Poi, non so dopo quanto tempo, ricordo di aver visto mia moglie a letto dall’altro lato del camper e un tizio che le stava sopra. Dissi solo “sei entrato, bastardo”. Poi l’ho preso per il collo e ho cominciato a stringere. Ma non c’era nessun intruso. E non c’è più Christine».

Il video è pronto, tesoro. Fra poco torneremo insieme. Forza, ora tocca a te, piccola. Mi dispiace per Lottie ma devo farlo, anche se ora comincia a fissarmi con i suoi occhioni neri. Forse ha capito cosa le sto per fare. Però resta ferma, calma. Più mantiene quello sguardo sereno, più mi cresce dentro un albero nero. Inizio ad agitare i miei rami spogli, ma Lottie non si muove. Mansueta, immobile come un rimprovero, resta sotto la mia ombra e mi fissa con la lingua penzoloni.
«Sei un uomo dignitoso e un marito devoto», dice.
«Grazie, Lottie. Adesso però è ora di fare la nanna, mi dispiace».
Ho sempre saputo che mi voleva bene. Ora che mi sta sbavando tutta la faccia, le croste di sale si sciolgono. L’alba mi condanna a un nuovo giorno.

Marco Bisanti

         

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