Continua la quarta puntata della rubrica OttoMarzo dedicate alle donne straordinarie della storia

Alla fine del 1800, nel ravennate e soprattutto a Cervia, il bracciantato assunse una dimensione sociale importantissima. Questa condizione è fondamentale per la comprensione di alcune dinamiche che riguarderanno il mondo del lavoro e le lotte di rivendicazione di diritti di eguaglianza e di genere.


Maria Goia fu una delle protagoniste dei movimenti socialisti e di rivendicazione politica di diritti. Fin dalla giovane età si formò in un ambiente politicizzato e le sue doti intellettuali le consentirono un ruolo fondamentale nella storia nazionale italiana. Nonostante le umilissime origini familiari, il padre consentì gli studi a Maria, che si iscrisse alla Regia Scuola Normale femminile di Ravenna. Ai brillanti risultati ottenuti nelle discipline umanistiche, si sottolinea la riparazione a ottobre in Lavori donneschi. La sua sarà una vita di studio e di lotta.
Nel 1898 non poté usufruire del contributo del Comune di Cervia per continuare la frequentazione della scuola e, non potendo conseguire il titolo di maestra, concluse l’anno scolastico con voti altissimi fra cui un “10” in Lingua e lettere italiane. Dalle prime note prefettizie emerge che Maria si iscrisse al PSI nel 1901. Si deducono pregiudizi maschilisti nei suoi confronti spesso in contraddizione:

Nell’opinione pubblica risente fama poco buona essendo ritenuta leggera, poco amante del lavoro e di condotta morale censurabile. Ha carattere frivolo, discreta educazione, intelligenza svogliata e coltura piuttosto limitata. […] Non si può dire che frequenti la compagnia di alcuno perché ama starsene da sola; però quelli che l’avvicinano o sono socialisti o suoi adoratori. Si comporta bene verso la famiglia. […] Nel partito ha acquistato discreta influenza in quasi tutta la Romagna. […] Ha tenuto diverse conferenze di propaganda socialista […] spinta principalmente a ciò dal desiderio di emergere e di essere applaudita dalla folla.

Maria Goia si distinguerà invece per il suo spirito di abnegazione nel lavoro e nella lotta politica fino a spegnersi giovanissima, un giorno dopo essersi recata in visita presso la madre di Giacomo Matteotti, ucciso dagli sgherri fascisti. La sua prima apparizione pubblica avvenne alla presenza di Andrea Costa, nel giorno dell’inaugurazione della prima sede socialista in Romagna, dove prese la parola per esortare le donne a una presa di coscienza politica e civile, costretta a improvvisare un magnifico discorso.

In quegli anni, le donne socialiste, differenziandosi dal femminismo borghese di Anna Maria Mozzoni e dalle tesi del Consiglio Nazionale delle Donne Italiane, concentrarono la loro azione sulle rivendicazioni di genere: non si limitarono a sollevare una semplice questione etica, ma si concentrarono su aspetti economici e sociali. Le rivendicazioni riguardavano l’emancipazione nel mondo del lavoro, l’uguaglianza dei salari e il diritto al voto. Maria si distinse molto spesso per le sue brillanti orazioni. Il suo registro linguistico commuoveva, sapeva coinvolgere e toccare i cuori delle persone, la sua cultura era ricca di reminiscenze poetiche e metaforiche che, inevitabilmente da appassionata agitatrice, divenivano chiari riferimenti politici:

Tutti gli occhi sono ridenti e in tutti i cuori è una gran bontà. L’inno della pace, della libertà, dell’amore sale alto nella serenità blanda del cielo e maggio offre i suoi fiori rossi, ardenti come gl’ideali.

La sua visione di socialismo – da pacifista qual era – rifiutava ogni forma di violenza e si avvicinava alla componente socialista riformista tipica del primo Novecento, il cui leader veniva riconosciuto in Filippo Turati. L’idea era quella di una concezione evoluzionistica radicata in una fiducia nell’uomo e nel futuro: un determinismo positivo, generato dallo sviluppo del capitalismo in un nuovo sistema economico e sociale. Nel 1906 Maria Goia si unì in matrimonio con uno stimato farmacista di Suzzara, in provincia di Mantova: Luigi Riccardi era fervente socialista, già sindaco e consigliere provinciale. Dopo soli otto mesi dall’unione con Maria, morì. La giovane socialista era pienamente integrata nella comunità di Suzzara che solidaristicamente si strinse intorno a questa donna tenace. Le venne proposto di assumere l’incarico di segretaria della Camera del Lavoro, che si costituì grazie al contributo dei Circoli socialisti e delle Leghe di resistenza delle Cooperative di consumo e produzione della Società operaia. Maria accettò l’incarico e si distinse per carisma e spirito organizzativo.
Nel 1907 Goia ebbe l’intuizione, insieme ad Achille Luppi Menotti suo compagno di lotte di Suzzara, di organizzare i disoccupati in una cooperativa di produzione metallurgica, chiedendo aiuto finanziario alla cooperativa di consumo. Per la prima volta si creò un sistema cooperativo nel nord Italia che divenne un esempio per tutti. Il cooperativismo nato in questa piccola realtà del mantovano proponeva l’acquisto, la rivendita, la distribuzione ai soci di generi alimentari, vestiario e oggetti di uso domestico a prezzi convenienti. Grazie al progetto di Maria Goia, vennero impiegati lavoratori nella macellazione delle carni, nella produzione del pane, vino, formaggio e nell’allevamento di suini. Gli operai aumentarono di numero, contavano su un’officina di macchine agricole efficientissima e 66 ettari di terreni. Da questo successo di Maria si generò incredibilmente una polemica, che si radicava in una presunta diversità di visioni politiche. Goia polemizzò con la Confederazione socialista mantovana che pretendeva l’accorpamento delle organizzazioni economiche dei lavoratori nel partito. Maria si oppose, ritenendo che le organizzazioni dei lavoratori dovessero avere una loro autonomia nelle attività e nelle idee, senza che fossero vincolati al tesseramento. In discussione c’era anche il rapporto fra il Partito Socialista e il sindacato, uno scontro fra sensibilità diverse divise dalla visione riformista e quella sindacale. Goia non arretrò nella sua azione e organizzò conferenze in tutta l’Italia del nord, soprattutto nelle più importanti città toscane. Nel mantovano, grazie alle sue intuizioni, Maria riunì le lavoratrici in numerose leghe. Le leghe non ebbero tutte una lunga durata, ma servirono a dimostrare alle donne stesse che era possibile decidere e pianificare il proprio lavoro:

le lotte economiche pongono la donna già su una via nuova, verso nuove mete; e danno nuove aspirazioni alla vita.

Dal 1912 Maria si batté per il diritto di voto per le donne, esortandole alla responsabilità civica e politica. Ancora una volta, i socialisti mantovani guidati da Enrico Ferri, dimostrarono scarsa lungimiranza criticando il suffragio universale e l’azione politica di Goia: ritenevano che il voto ai ceti proletari e alle donne avrebbe consegnato al clero e ai borghesi il potere assoluto. Goia non accettava questa posizione, rispettava i lavoratori e credeva fermamente nella loro capacità intellettuale e morale. La rottura con Ferri fu inevitabile. La storia del suffragismo italiano dal 1867 entrò nel dibattito politico con progetti di legge che non trovarono realizzazione anche per la posizione ondivaga del Partito Socialista. L’ideale socialista per Goia era una fede che serviva alle donne per emanciparsi dalla loro condizione economica subalterna. Come la sua compagna di lotte Angelica Balabanoff, sostenne che

nessun popolo è libero perché esiste la schiavitù economica che porta di conseguenza la schiavitù morale e l’adattamento ad essa. […] Ma bisogna amare la libertà e desiderarla. Bisogna parlare di lei al proletariato e fare che la desideri come la donna dei suoi sogni.

Il sogno di libertà che Goia voleva realizzare consisteva proprio nell’organizzazione cooperativa delle lavoratrici: la solidarietà era garanzia e tutela dei diritti dell’uomo, un luogo pedagogico per le donne che finalmente provavano unità di intenti e libertà economica. Le Case del lavoro e le cooperative furono per Goia spazi di resistenza aperti a tutti e soprattutto luoghi di mediazione economica ed educazione civica:

la cooperativa non può essere chiusa ad alcuno, non essendo codesta un partito in cui entrano solo coloro che accettano determinate idee e sono disposti alla condotta e alle idee che ne derivano. […] Deve giovare alla classe lavoratrice impedendo il rialzo artificioso dei generi.

Il socialismo della Goia era pragmatico, ma non disdegnava contenuti utopistici: mai imbrigliato in correnti di partito né in burocrazie macchinose. Ancora una volta si consumò un’aspra polemica con Ferri e i socialisti mantovani che aderirono sciaguratamente alla guerra in Libia. Dopo scissioni e polemiche, Maria Goia sostenuta da Anna Kulishoff, Balabanoff, Clerici, Terruzzi e altri leaders, divenne segretaria della Federazione Socialista di Mantova, favorendo l’uscita del settimanale La Nuova Terra.

Dal 1911 al 1918, Goia terrà conferenze, scriverà articoli su vari quotidiani, manifesterà contro la guerra e continuerà le sue battaglie di genere in numerosi convegni socialisti del tempo. Notevole la sua collaborazione con il periodico La Difesa delle Lavoratrici, su cui era possibile leggere gli scritti contro la guerra anche di Clara Zetkin. Maria Goia subì persecuzioni dai carabinieri e dalle guardie di pubblica sicurezza: soprattutto un’irruzione nella Cooperativa di Suzzara dove aveva sede la Camera del Lavoro. Dopo una perquisizione a casa fu denunciata per apologia di reato. Maria ricevette un foglio di via obbligatorio e fu spedita prima a Firenze, successivamente a Milano. Era il 1916. Per Maria, la parità salariale fra i sessi e la tutela dei diritti minimi dei lavoratori dovevano essere concepite attraverso «la valorizzazione di specificità femminili, grazie alla funzione di educatrice e portatrice del valore della vita che ogni donna incarna». Inoltre, Goia fu tra le fondatrici dell’Unione Nazionale delle Donne Socialiste e organizzatrice di un primo convegno femminile delle donne socialiste. Il compito di educare e informare sarà la stella polare della sua azione politica: i frutti si vedranno quando le donne ravennati e mantovane (Cervia, Castiglione, Mezzano, Santo Stefano, Alfonsine, Sobborgo Garibaldi), in varie manifestazioni produrranno iniziative autonome e assumeranno posizioni ideologiche indipendenti.

Durante il periodo suzzarese, le venne offerto di prestare ore diurne e notturne da dedicare all’insegnamento di materie letterarie nella locale Scuola di Arti e Mestieri. Anche in questo caso, gli avversari politici colpirono Maria a mezzo stampa con false accuse, tanto che molti allievi firmarono un appello a difesa della loro insegnante. Gli squallidi avversari politici verranno finalmente accontentati dall’internamento della Goia, nel 1916, a Firenze. Ammalata e stanca per la sua incessante attività politica chiese di tornare nella sua Cervia. Inizialmente, le autorità di polizia non glielo consentirono. Le note prefettizie riportano le attività che Maria tenne a Milano, accolta festosamente al suo arrivo nella sezione milanese del Partito Socialista di via Pellico. Dopo un’operazione chirurgica, continuò la sua opera presso la Camera del Lavoro milanese, professando teorie socialiste rivoluzionarie neutraliste e prendendo parte a tutte le manifestazioni di partito.

Finalmente nel 1919 rientrerà a Cervia, in isolamento e con garanzie promesse alle autorità, di compagni deputati che cercarono in tutti i modi di favorire le cure a lei necessarie. Durante tutto il 1921, Maria Goia partecipò a convegni, favorì la nascita di una cooperativa di consumo, diresse la Camera del Lavoro cervese, fondò una biblioteca popolare circolante.
La deriva fascista, culturale e sociale avanzava spedita. Goia ebbe ancora le forze di scagliarsi contro la stampa e le scuole che promuovevano ideali e valori del regime fascista.

Minata da un male incurabile, a soli 46 anni Maria Goia si spense a Cervia il 15 ottobre 1924, donna d’animo nobilissimo e di ingegno eletto, diede tutta se stessa alla causa del socialismo.