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Marilisa Trevisan

Marilisa Trevisan è nata a Begliano, località del Comune di San Canzian d’Isonzo e vive a Staranzano. Scrive per passione-necessità sin dagli anni Ottanta. Predilige la composizione di liriche in vernacolo e usa la parlata bisiaca ma non disdegna la scrittura di prose e poesie in lingua.

Collabora con l’Associazione Culturale Bisiaca e suoi scritti li troviamo sulla rivista “Bisiacaria” e il quadrimestrale “l’Isonz”.
Ha partecipato a diversi premi letterari ottenendo apprezzati riconoscimenti in ambito nazionale. I più recenti saranno “coronati” con le cerimonie di premiazione del prossimo 4 giugno a Bergamo e del 18 giugno a Vigonza. Nel 2001 è stata pubblicata la raccolta di liriche Remandi de luse della collana “Farina Fina” edita dal Consorzio Culturale del Monfalconese.
LE DONE DE LA BASSA
Quele done che pedalava
‘t’al sol snegrà de inverno
su strade a bissaboga
de la bassa
su la tera batuda
inzeada del sol
de banda de fossi fondi
fondi como le grispe
sui musi sovi strachi
sgrinze sgavade
gualìe al cùrtul del varsor
done de i cavèi grisi
e ‘l corp zaromai strac
de le bici inberlade
che zimigava ‘t’al caligo
de feral in feral
done la domenega sul batù
e la furlana e i canti
e i fioi che no se conta più
la musica no ga più òse
dess
dess che le foie
xe doventade zinìsa
e le case rosse
le xe ga inpinì de vòido.
Quele done che pedalava
e pedala e de cuntìnevo
le sburta sui manuvri
i brazi piegadi
ta’l sest antigo
del varsor
t’al slanbro fondo
del zito
e de la tera
le ciucia la forza
disvidrinando menadize
e no le ride
no le ride mai.
*
LE DONNE DELLA BASSA
Quelle donne che pedalavano
nel sole offuscato d’inverno
su strade tutte curve
della bassa
sulla terra battuta
abbacinata dal sole
a lato di fossi profondi
profondi come le rughe
sui loro visi stanchi
rughe scavate
identiche ai solchi dell’aratro
donne dai capelli grigi
e il corpo già stanco
dalle biciclette sbilenche
che a intermittenza nella nebbia
facevano luce di fanale in fanale
donne la domenica sull’aia
e la mazurca e i canti
e i figli che non si contano più
la musica non ha più voce
ora
ora che le foglie
sono diventate cenere
e le case rosse
si sono riempite di vuoto.
Quelle donne che pedalavano
e continuano a pedalare
a spingere sui manubri
le loro braccia piegate
nel gesto antico
dell’aratro
nello strappo fondo
del silenzio
e dalla terra
suggono la forza
ed estirpano radici
e non ridono
non ridono mai.
Risposte al questionario:
Il modello di riferimento della mia poesia dialettale è stato, in primis, lo storico e poeta locale, Silvio Domini di Ronchi dei Legionari che mi ha seguita e formata fin dai primi anni della mia produzione poetica, il cui inizio risale agli anni Ottanta. Ho avuto la fortuna di conoscerlo e, per diversi anni, di condividere una bella amicizia con questa persona, mancata purtroppo nell’anno 2005, che oggi viene considerata dalla critica nazionale come uno dei più interessanti e originali poeti del dialetto del secondo Novecento. Con lui ho seguito un corso di dizione e fatto parte del suo gruppo di recitazione denominato “Le Ose”. In seguito, la conoscenza personale e letteraria dello scrittore triestino Claudio Grisancich ha contribuito molto alla formazione del mio stile poetico.
La mia produzione poetica trova forma prevalentemente nel dialetto “bisiac”, dialetto parlato nel piccolo fazzoletto di terra che va dal Carso alla Marina e ricompreso fra i fiumi Isonzo e Timavo e prende il nome di “Bisiacaria”. Tuttavia ho prodotto qualche scritto in italiano ma non rilevo differenze significative tra le due produzioni.
Ho condiviso esperienze significative in campo letterario prevalentemente con poeti dialettali. Attualmente intrattengo un dibattito costruttivo con i poeti-amici Giovanni Fierro di Gorizia e Ivan Crico, “bisiac” di nascita e ora friulano di adozione e Amerigo Visintini di Ronchi dei Legionari. Numerosi i poeti con cui ho condiviso un percorso di gruppo. Il poeta friulano Pierluigi Cappello i cui testi poetici ho studiato e interpretato nel corso della Scuola di Teatro Popolare di Udine promossa dal CSS Teatro Stabile di Innovazione del FVG in collaborazione con il Dipartimento di Salute Mentale di Udine e diretta da Alessandro Berti. Altri ancora sono Giacomo Sandron, Enrico Colussi, Marina Moretti, Sergio Gregorin, Maurizio Benedetti, Maria Sanchez Puyade, Marina Zucco, Erica Crosara.
L’immaginario nella mia opera in dialetto e anche in quella in italiano e in prosa deriva dal bisogno personale di ricercare e ancorarmi alle mie radici, in un vissuto attuale in cui il territorio sta perdendo la sua capacità di trasmettere identità e senso di appartenenza per i suoi abitanti. E’ la vita stessa, l’inquietudine dell’uomo, sempre alla ricerca di qualcosa, le fatiche delle donne protagoniste? rivoluzione mai stata, le ingiustizie nella Società (la tragedia dell’amianto nel monfalconese, nella mia famiglia), la natura che ci sta sempre accanto, che si offre con generosità e che noi spesso feriamo, l’importanza del bene dopo aver conosciuto il male, la trasformazione, l’equilibrio dinamico, la forza interiore, l’energia, insomma i frutti “dello scorrere”, della “non immobilità”.
All’interno della mia poetica non sono presenti precise teorie. Tuttavia, tale processo formativo è stato influenzato da un cambiamento radicale della mia vita che ha orientato i miei scritti sul personaggio femminile, sui suoi molteplici ruoli di donna-amica, donna-amante, donna-lavoratrice, donna-madre, donna-casalinga, donna-balia, donna-mamma per marito. Inoltre, la tragedia dell’amianto nel monfalconese, che ha toccato più volte la mia famiglia, ha contribuito a orientare la mia poetica in scritti-denuncia in tal senso. Rispetto al passato il linguaggio della mia produzione poetica risulta “graffiante”.
Il mio modo di scrivere in dialetto lo ritengo abbastanza rappresentativo del parlato della mia area di appartenenza, soprattutto dei paesi limitrofi al territorio monfalconese, anche se è giusto sottolineare che, soprattutto nella Città di Monfalcone, molti termini del dialetto risultano oramai “italianizzati”. Nei miei scritti ci sono diversi termini arcaici che vengono ancora usati dalle persone anziane che sono state le fonti orali del recupero di certe espressioni ormai dimenticate.
Nei paesi della “Bisiacaria” si parla prevalentemente in dialetto. Credo che la percentuale possa raggiungere un buon 75% delle persone residenti, percentuale che penso cali vertiginosamente nella Città di Monfalcone come nei vicini paesi di Staranzano e Ronchi dei Legionari, a causa della massiccia presenza di lavoratori stranieri e italiani provenienti dal sud e impiegati presso lo Stabilimento Navale Fincantieri di Monfalcone.
La mia Regione ha varato da pochi mesi una Legge Regionale sulla conservazione degli idiomi veneti del F.V.G.. Brevemente, si tratta di un documento fondamentale per l’importanza delle parlate bisiaca, gradese, triestina e di tutti gli altri idiomi di origine veneta del Friuli Venezia Giulia. E’ un documento che aspettavamo da di una molto e che si affianca ai provvedimenti già in essere sulla lingua friulana e slovena, emanati anch’essi nell’ambito della valorizzazione delle specialità e identità della mia Regione di appartenenza. Oltre al sostegno di iniziative culturali volte alla conservazione della parlata
 “bisiaca” , si porterà il dialetto anche nelle scuole e nella toponomastica. La Legge Regionale è la n. 5 del 17.02.2010 “Valorizzazione dei dialetti di origine veneta parlati nella Regione Friuli-Venezia Giulia”.
         

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