Massimiliano Santarossa, Hai mai fatto parte della nostra gioventù?, Milano, Baldini Castoldi Dalai, 2010
Nello squallore del Nordest italiano (un mare di asfalto, cemento e ruggine) quattro ragazzi si arrabattano come meglio riescono tra sbronze, acidi, puttan-tour e rave, allo scopo di trovare sollievo da quel male di vivere che sorge quando il concetto di “città” si annulla in quello di “centri di produzione” e quando i concetti di “persona” e “individuo” si scoprono essere diventati insignificanti.
Su come e perché questa perdita di valore sia avvenuta, la voce narrante ha una opinione ben formata. La gioventù di cui si racconta è una generazione sola, abbandonata, disperata, un manipolo di ventenni scaraventati con noncuranza nella vita, lasciati a marcire nelle case costruite dai genitori, o nelle case acquistate o prese in affitto dai genitori, o nelle cantine in cui hanno trovato rifugio dopo essere stati cacciati di casa dai genitori.
Pure se ambientato nel ’95, il romanzo di Santarossa non è molto lontano dal costituire un documento attuale su una determinata categoria sociale. Tuttavia, a mio parere, i suoi pregi maggiori risiedono altrove: nel linguaggio e nell’imbastitura del materiale narrativo.
Infatti a questa visione del mondo – un inferno senza compromessi – la penna dell’autore pare adeguarsi perfettamente in ogni pagina (il padre e la madre, per esempio, diventano il dittatore e la schiava), ed è notevolissima la naturalezza con cui al lettore vengono presentati in stretta alternanza resoconti adrenalinici e convulsi e lunghi monologhi (questi ultimi, secondo me, tanto più efficaci quanto meno legati a una mera verosimiglianza narrativa). Infine, il romanzo si caratterizza per una continua, persistente, martellante icasticità: quasi ovunque Santarossa scrive come se stesse lavorando a un fumetto e come se in mano alternasse la china ai pantoni (non è questione della semplice volontà di rendere visivamente ciò che racconta, ma è proprio la capacità di farci immaginare tutti i bang! e i ka-pow! – nonché i sigh! e i sob!).
Lorenzo Biagini

