È piacevole scrivere di poesia, perché, al contrario della cronaca – l’omicidio, il femmicidio, il suicidio -, la poesia non invecchia, anzi, se è buona poesia, matura, come il vino.

Non sarà così peregrino, dunque, scrivere oggi di un libro di poesia pubblicato nel 2011, tre anni fa.

A spingerci in cantina, dove avevamo lasciato riposare il libro in questione, sono stati alcuni versi di Milo De Angelis, ascoltati dalla viva voce del loro autore, poche ore fa, di fronte alla millenaria Chiesa di Santa Maria di Portonovo (AN), durante la serata d’esordio del poesia festival La Punta della Lingua: «Morire fu quello / sbriciolarsi delle linee, noi lì e il gesto ovunque, / noi dispersi nelle supreme tensioni dell’estate, / noi tra le ossa e l’essenza della terra».

Morire fu quello sbriciolarsi delle linee: eco lucreziana, questa immagine, tratta dal libro di De Angelis Tema dell’addio (Mondadori), ha evocato in noi l’altro libro, intitolato La fisica delle cose. Dieci riscritture da Lucrezio, lasciato a riposare tra le riserve. A pubblicarlo, per i tipi di Giulio Perrone editore, fu un gruppo di autrici e autori italiani, tra cui Andrea Inglese e Laura Pugno, che si sono impegnati in brevi riscritture dal De rerum natura, su istigazione di Giancarlo Alfano.

Lucrezio ai giorni nostri

Dall’Ottocento al Novecento il De rerum natura ha ispirato molti dei maggiori poeti italiani. L’hanno citato o tradotto Foscolo, Leopardi, Ungaretti e poeti del nostro tempo come Sanguineti e Milo De Angelis, fra gli altri. E proprio attraverso Sanguineti e De Angelis, Lucrezio scavalca secolo e millennio: Sotto la scure silenziosa. Frammenti dal «De rerum natura» di De Angelis è del 2005 e l’anno seguente esce Quaderno di traduzioni. Lucrezio-Shakespeare-Goethe di Sanguineti, aggiornato nel 2007 con due inediti (Proemio e Ifigenia) pubblicati da Federico Condello su «Il Verri», infine inclusi in Varie ed eventuali nel 2010.

Lasciando stare filiazioni improbabili tra questi antecedenti e i nuovi lucreziani (peraltro, attendono la luce e un adeguato studio le traduzioni giovanili di Aldo Nove da Lucrezio), è il caso di chiedersi perché continui a essere così importante per la poesia appropriarsi, attraverso Lucrezio, delle meditazioni della scienza, soprattutto in riferimento all’isonomia, che lega sostanza materiale e sostanza verbale?

Negli anni Zero si è parlato molto di nuova epica, sia per la narrativa sia per la poesia, e l’epos lucreziano è quello che più si attaglia alla nostra weltanschauung tardo-moderna, in cui il paradigma scientifico si è fatto carne e sangue, ben più dell’epos virgiliano, che per altro sarebbe incomprensibile senza la lezione del De rerum natura. Affinché la poesia potesse recuperare l’epos lucreziano e farne materia di canto, era però necessario che i lemmi della Fisica permeassero il linguaggio moderno, giacché «la musica della poesia deve essere una musica latente nel linguaggio comune di un’epoca», suggeriva, come noto agli intendenti, Eliot.

Se le mutazioni di quest’era postuma (post-moderna, post-lirica, post-umana), in cui l’umano si ibrida con il meccanico e la crisi ecologica impone un ripensamento del rapporto con la natura, sollecitano filosofi e pedagogisti a «promuovere un pensiero previsionale, ricombinativo e creativo, in grado di pensare le trasformazioni e di pensarsi in trasformazione» (così Franca Pinto Minerva e Rosa Gallelli, Pedagogia e postumo, Carocci, 2004), queste stesse mutazioni non possono non sollecitare i poeti a interrogarsi su quell’etica processuale, a cui, secondo Alfano, mira la grande fisica lucreziana: costretti tra schematismo delle configurazioni atomiche (meccaniche, aggiungiamo noi) e la casualità del nostro essere individuale non possiamo essere liberi, ma liberarci, sì, attraverso la conoscenza della natura. In altri termini, solo ripensandoci nella natura, come ci invita a fare Lucrezio, e non fuori dalla natura, come si è fatto nell’era moderna, possiamo inaugurare una nuova era, liberata dall’idea di separazione fra materia-umana e materia-non-umana.

La materia umana, composta di atomi, è res cogitans: delle cose – res – condivide dunque il destino, che è la trasformazione. Le lettere, ci insegna Lucrezio, si combinano a formare mondi, come fanno gli atomi (questa è l’isonomia, analizzata tra gli altri da Ivano Dionigi in Lucrezo. Le parole e le cose, Patron, 1992).

Scienziati e poeti hanno in più occasioni constatato che linguaggio matematico e linguaggio poetico condividono procedure comuni. Nominare sembrerebbe, in effetti, un denominare il tutto, l’intero, il mondo, scomporlo in tanti nomi, parti del tutto. Il rapporto tra nomi-numeri, da una parte, e universo, dall’altra, sarebbe dunque una frazione. E se non è più possibile credere in un potere magico della poesia (il canto di Orfeo che blocca la morte), è sotto gli occhi di tutti il potere magico dei nostri codici alfanumerici, ovvero quella corrispondenza tra segni alfanumerici e fenomeni fisici che con una combinazione dei primi permette di capire come funzionano e come si modificano i secondi, per cui, potremmo concludere arditamente, le espressioni scientifiche sono le rime con cui squaderniamo la natura, i riti orfici con cui, nelle corsie d’ospedale, tra misurazioni, diagnosi e prescrizioni, commuoviamo per un attimo la morte: davvero, insomma, la matematica è la poesia della natura. Lucrezio è fondamentale per questo.

La fisica delle cose: la riscrittura di Andrea Inglese

Una traccia di questa comunanza tra atomi e lettere sembra rintracciabile, tra le varie riscritture presenti ne La fisica delle cose, in quella di Andrea Inglese (La notorietà del vuoto), in cui il movimento incessante degli atomi nel vuoto diventa agli occhi del poeta, secondo un principio socio-isonomico per così dire, il moto delle «masse fluenti», dei «flussi umani», perché

lo spazio c’è, vuoto, per passare, le soglie

non fanno inciampo, neppure le frontiere

di mare tengono fermo l’ammarato

che sconfina, tutto gonfio d’acque,

a Porto Palo, e sotto l’onda, obliqui,

scorrono, oscuri, oltrefrontiera i neri

tra una terra e l’altra, le correnti portano

via ininterrotte, anche senza un porto,

una bara stagna, un buco di sepoltura.

Non è una semplice fotografia politica, questa, ma una riproduzione verbo-iconica del movimento dei corpi, la cui concitazione è resa dalla punteggiatura. Così come la frammentarietà dell’essere è resa, sin dal primo componimento, con l’enumeratio:

Nella cosa c’è il vuoto, il difetto, lo strappo.

C’è il tappo, lo scolo, il beccuccio, il forato

e l’universalità del male è restituita con la leopardiana (e volponiana) ricorrenza della rima (anche interna) in -ale (murale / centrale / mondiale / male / fatale / carnale).

L’esistenza di Dio è messa in dubbio, nella prosa in prosa n. 3, ricorrendo di nuovo al vuoto, alla constatazione dell’inesistenza dell’uniforme, del bene assoluto, «il bene di cui almanacca Agostino, al di fuori del quale il male è nulla, pura deficienza d’essere», perché «è questo il punto: l’essere ondeggia, slitta su se stesso, sbanda, sfarina, cade in pezzi».

A volte la tensione concettual-musicale si spezza e spuntano versi irrelati («[…] hai troppe distanze da colmare/ per ascoltare solamente la tua di voce», n. 4) o termini pleonastici («mentre io tutto vengo posseduto, succube», n. 7), a volte la retorica dell’elenco stanca e si perde la dialettica lucreziana, tra vita e morte, tra commedia e tragedia, per finire in un «pozzo/ infondato da cui, risalendo a gambero,/ edifichiamo castelli di carte» (n. 8).

Nonostante questi rischi, anzi proprio perché osa prendersi questi rischi, nel combinare visione estetica, scientifica e biopolitica, meglio di altri Andrea Inglese sembra porsi nel solco di quel materialismo poetico inaugurato da Lucrezio, che a noi pare, nelle sue molteplici declinazioni, ancora tutto da indagare, ma soprattutto da sviluppare, attingendo a piene mani dall’inesuaribile serbatoio delle scienze, le cui formule, quando trovano corrispondenza nella realtà e la mutano, assumono il ruolo che da sempre appartiene a lettere e numeri, ovvero al linguaggio, codice alfa-numerico, nostro oggetto magico par excellence.

Valerio Cuccaroni