Quando decido di sparire senza andare troppo lontano, passeggio in auto tra le valli sotto il basso Po’; taglio fuori lentamente i miei paesi della Bassa Romagna, sfilo Fusignano, San Savino, Scambio e lungo la Reale, arrivo ad Alfonsine. Qui la reale arteria sempre in trombosi diventa statale, statale 16, in lento transito verso Ravenna, e giù, fino al tacco.

 Dall’incrocio sulla Reale che parla di Anita Garibaldi e di Comacchio, da lì comincia una svolta, un’altra volta fuori dal brulichio di piccole imprese artigiane e bilici, carichi di cemento e polli, cisterne di latte e vino, Romagna in transito aziendale. 

Il paesaggio vira in pochi cambi di marcia, il tempo di passare il Reno, la Madonna dei Boschi e sei su una linea retta che trascina acque grigioazzurre, immote sotto poche manciate di bitume che frana in sasso bianco  e morbidi rovi. All’occhio sinistro la piana immensa della valle del Mezzano frammista inizialmente ad acqua tanto da sentirsi immersi per un per un breve tratto nelle valli.La scena non si annuncia, è un agguato d’acque: dopo alcune curve tra borghi scappati dal tempo e campagne ancora molto romagnole, ti solleva un dosso deciso e ti balza davanti al vuoto d’aria delle prime valli del basso delta, seminate di casoni centenari che crollano là dentro con lentezza impercettibile.  La strada che traccia l’ovest delle valli viene chiamata Gramigna, dal canale Gramigne che cinge il ventre basso della valle del Mezzano; pare ti porti semplicemente via, lontano dal consueto appena lasciato dietro, nel plano schizofrenico di gazze metalliche in fuga isterica assieme ai primi uccelli palustri che per un volere più forte di ogni altra cosa qui sopravvivono o svernano, celebrati germani, cormorani e pellicani, diafane cicogne e gru alte su oche selvatiche.Sei nel mezzo, in una terra di mezzo che non è né acqua né torba, né sabbia o mare. Tutto questo insieme. Per chilometri e chilometri, migliaia di ettari, l’Italia dei comuni e della densità qui si arresta, dentro una delle regioni più ricche del paese, non mostra altro che natura ceduta a basso costo, senza troppo rumore, clamore, senza l’obbligo di un amore immediato, o mediatico. Muta natura che pare non poter finire, che pare più dura e pura di ogni ente e consorzio ecologico. L’intervento dell’uomo sì, c’è stato, nelle immense bonifiche, nella canalizzazione, nella conservazione, nella gloria di torri elettriche. L’uomo si è però contenuto, e ha contenuto l’acqua mentre il fronte del Po’ si spostava nei secoli verso Nord allargando e allagando sempre di più l’angolo con il Reno che segue a sud le valli. Si sente da queste parti il dolore e la fatica di una lunga lotta tra l’uomo e i suoi dintorni, forse conclusa nella sterile bellezza delle valli oggi solo sguardo e storia, ieri pesca, sale, materie di vita come le canne palustri ancora un poco lavorate in artigiano e paziente intreccio. In questo nulla apparente, vasto quanto una metropoli, diviso tra Ferrara e Ravenna, trovo uno smarrimento chiaro, guidato. Una pace che confonde, a pochi chilometri dalla statale 16, dalla mortale Romea.. a pochi cambi di marcia, lentamente, passa dagli occhi una storia centenaria di pescatori agricoli disertori d’identità marittime. La Romagna del sole e delle pesche scende nel fango d’immense sacche d’acqua dietro alle quali ha però costruito in un decennio sette lidi di alberghi e condomini. Edilizia e retoriche di fondamenta.Da lì, da un lido dei sette comacchiesi, sulla terrazza di un condominio 1969, puoi capire dove si è fermata l’acqua, e dare atto allo sviluppo di aver lasciato tanto verde e ancora tante dune. Bisogna ammettere, da quassù, da questo cemento che mi è di casa, che qui l’Italia è meno densa, più selvaggia della speculazione edilizia, arretra o stenta ancora di fronte a quelle dinamiche..  Da un punto indefinito nell’inverno del turismo di massa, a un altro che si affollerà di tutto ai primi soli di calendario, siamo nell’asse turismo stagionale che divora e deve divorare tutto in poche settimane. Per nutrire tutti, d’inverno. Resta la palude, metafora a valle di tanti giudizi.