Milano 2 di Marilina Ciaco ⥀ La Punta della Lingua 2025

Pubblichiamo su Argo il testo Milano 2 di Marilina Ciaco, tratto dalla silloge Gli anni del disincanto, apparsa nel Sedicesimo Quaderno italiano di poesia contemporanea (Marcos y Marcos, 2023), accompagnato dal commento che ne ha fatto Valerio Cuccaroni a “Vivaria. Officina di nuove scritture poetiche”, la sezione dedicata alle giovani voci del festival di poesia La Punta della Lingua 2025

Fotografia in copertina di Marilina Ciaco.

 


Milano 2

A Milano 2 i colori preponderanti sono il verde smeraldo e l’arancio mattone o arancio bruciato. I condomìni che si chiamano residence e che dovrebbero ricordare nello stile e nelle finiture delle ville plurifamiliari sono rimasti gli stessi degli anni Settanta, soggetti, con ogni probabilità, a puntuali e meticolosi lavori di manutenzione. Le sagome degli alberi all’orizzonte e le sagome degli alberi che si riflettono nel laghetto dei cigni avrebbero dovuto conservare nel tempo l’idea dei bambini che giocano nel verde, l’idea degli alberi che convive con l’idea dei prati, dei fiori, dei bambini, ma gran parte del campo visivo è occupato dai residence. Nella piazza centrale, il monumento commemorativo alla costruzione di Milano 2, l’NH Hotel, il ristorante cinese, il bar-ristorante d’antan con le tovaglie bianche e le sedute rivestite in velluto, da commedia all’italiana. Nello spazio riservato alle recensioni di Google Maps A. scrive: la prima pietra di Milano 2 posata dal Silvio in persona. C. risponde: stupendo posto rilassante. Una bicicletta appoggiata al parapetto di fronte al lago, tra due lampioni rossi, è lì per essere fotografata, come i cigni e come tutti noi. Quando qualcuno sognava ancora la rivoluzione, l’Italia sognava Milano 2. Adesso Milano 2 è il nostro spettro, l’utopia abortita e riemersa in uno spazio di visibilità invisibile, nella disparizione di un’apparizione. (Perché ci sia fantasma, è necessario un ritorno al corpo, ma a un corpo più che mai astratto). Molti uomini e donne di mezza età passeggiano col cane, un gruppo sparuto di adolescenti muniti di monopattino o skate si aggira tra i portici da cui si intravvedono le gioiellerie, un’agenzia di viaggi, un centro benessere e una boutique. Nei riflessi delle vetrate della hall ci sono soltanto i due addetti alla reception e un grande lampadario formato da tre dischi di resina grigia pendenti dal soffitto, all’unico tavolo occupato del ristorante cinese una ragazza è rimasta seduta da sola per due ore, ha ordinato un’acqua naturale. Anche a Milano 2 la piazza è vuota.

Percorrendo a piedi i viali regolari di Milano 2 ho pochi anni, al massimo cinque, i trent’anni sono ancora quelli delle madri e delle zie, delle foto in bianco e nero delle nonne da giovani. I pochi ricordi che sento come veri sono distanti da tutto questo, eppure sento che qui ha avuto inizio il giro di una giostra che nessuno sa fermare, ha preso forma una qualche immagine primaria che ha contribuito a plasmare gran parte delle immagini che ci avrebbero allargato gli occhi e avremmo poi dimenticato come chiuderli. Il cigno che si avvicina nella penombra è simile a uno di quei materassini gonfiabili che vedo nei reel delle vacanze estive a Ibiza o in Sardegna, a volte sono dei cigni, altre volte degli unicorni. L’atmosfera di sospensione solenne che blocca tutti questi pezzi di realtà in un fermo immagine in technicolor coincide con la convinzione sempre più chiara che abbiamo sbagliato sogno, lo abbiamo sbagliato da sempre, e non siamo mai stati davvero capaci di desiderare altro. There’s no way out. Da qualche tempo molte cose non mi interessano più. Piacervi, ad esempio, o dimostrare a tutti uno spirito eroico che non mi appartiene. Fare di più, fare meglio, fare sempre. Ho mentito molto e di continuo. La vicinanza che ancora avverto è nell’essere comparse della farsa, insieme nel disincanto, e non chiedo altro. I mostri, i fantasmi, chiederanno il conto, ma è ancora presto, troppo presto. Le luci al neon dell’edificio più lontano che si vede dal punto in cui mi trovo sono ancora accese, torniamo a casa, sono una donna come tante e ho freddo. La letteratura è piena di uomini egoisti, falliti, schifosi, senza qualità, mentre le donne sono macchinatrici tremende oppure angeli, sante, salvifiche, eccetera. Io sono una donna come tante, non sono una donna speciale. Seduta sull’erba finemente tagliata del prato di Milano 2 chiedo il privilegio di essere mediocre.

(Marilina Ciaco)

 

 


Commento*

“Lo Spleen di Milano 2”: Marilina Ciaco, con i suoi petits poèmes en prose, ci fornisce un ecfrasi dell’opera d’arte (architettonica) nell’epoca della speculazione edilizia. In un mondo standardizzato la lingua è standard, in un mondo rappresentato nella sua mediocrità la poeta chiede «il privilegio di essere mediocre». La fiera che a metà Ottocento era confinata in un angolo della città è diventata un quartiere residenziale «da commedia all’italiana», dove «ha avuto inizio il giro di una giostra che nessuno sa fermare». I saltimbanchi sono diventati «comparse della farsa». E la farsa è senza gioia. Il maledettismo baudelariano, nella versione dell’hauntology, è denunciato dal fantasma dell’utopia («Milano 2 è il nostro spettro, l’utopia abortita e riemersa in uno spazio di visibilità invisibile, nella disparizione di un’apparizione») combinato alla nostalgia del futuro («abbiamo sbagliato sogno»).

(Valerio Cuccaroni)

 

*Forma di critica all’impronta, frutto dell’ascolto e della formulazione in presa diretta, la presente trascrizione del commento elaborato lo scorso sabato 28 luglio, a Portonovo di Ancona, ne conserva i tratti peculiari. Nella stessa occasione sono intervenuti anche Gilda Policastro, Riccardo Socci, Renata Morresi, Alessandro Minnucci, Luigi Socci e Salvatore RItrovato.