La prima volta che sono andato a Milano sarà stato forse il 1990. Avevo 14 anni, ero in gita con la scuola e un professore dell’altra sezione ci ha fatto vedere il Duomo. Appena entrati ci ha detto che è buio come le foreste del nord Europa e che dovevamo immaginarci i pilastri come alberi altissimi. Poi si è lamentato che nessuno lo ascoltava e che, già allora, “non c’erano più gli studenti di una volta”. Rubarono il portafoglio alla mia compagna di classe più ricca, figlia di un industriale del nostro nordest ancora saldamente democristiano. Ancora per poco. Non le dispiaceva tanto per i soldi, aveva detto, ma per tutte le carte e tesserine che aveva. Non ho mai capito cosa potessero essere: la invidiavo comunque. La invidiavo sulla fiducia.
Io non avevo nessuna tessera, al massimo quella scaduta del WWF e mi ero portato una macchina fotografica dell’anteguerra con cui avevo scattato foto bislacche dove si capiva benissimo che i soggetti erano troppo grandi per me: debordavano da tutte le parti. In quel giorno del 1990 ci sarà stato da qualche parte anche il mio amico Andrea, allora 26enne. Ma l’avrei conosciuto solo quattordici anni dopo. Ed era in corso il festival Milano-poesia con Marcella Frisella che suonava un aspirapolvere sul palco. Ma io non potevo saperlo. L’avrei saputo quindici, venticinque anni dopo. Allora però non potevo sapere che un giorno l’avrei saputo. Allora me ne stavo chiuso nel mio recinto di campagna a guardare gli amici sfrecciare in motorino e sognavo di scappare col Garelli rosso di mia nonna.
Poi ci sono tornato, a Milano, per vedere le partite dell’Inter a San Siro. Non ero interista, un po’ ancora m’interessavo alla Juve ma in realtà mi piaceva prendere il pullman superaccessoriato degli autoservizi Caldaron dal bar sport di San Gregorio Martire la domenica mattina con mio papà. Lui sì interista. Poi alla barriera dell’autostrada c’era il mega stabilimento del Rabarbaro Zucca e il poster enorme con la modella giapponese piegata perfettamente a Z che teneva in mano un bicchiere di quell’aperitivo classico, amaro poco alcolico che nessuno che conosca (e ne conosco tanti) ricorda di aver mai bevuto. Dal cavalcavia, se si guardava bene e non c’era la nebbia, si riusciva a vedere anche la Madunina. Ma non c’era tempo per fare i turisti. Una volta a destinazione si saliva tutti in curva, al terzo anello, che ti arrivavano zaffate di maria e hashish per l’intera durata della partita e comunque non si vedeva nulla nemmeno da sobri. I giocatori sembravano tanti piccoli bastoncini colorati e poi qualcuno segnava e sul megaschermo si riusciva finalmente a capire chi era stato. Klinsmann o Nicola Berti o qualcun altro che non ricordo. Poi ci si ritrovava al pullman e tutti commentavano le tattiche e io non ne capivo niente. Io non avevo visto niente. Eppure giocavo a calcio da sempre nel campionato FIGC, tesserato nel glorioso Canton di Sotto, due coppe provinciali all’attivo in qualche epoca remota, ormai lasciate a prendere polvere e condensa da frittura al Ristorante Bar Roma. Ma di tattiche non sapevo nulla. Io ero libero, dietro la difesa e sparavo via i palloni che arrivavano in area di rigore e fermavo gli attaccanti che sgusciavano via sulle fasce ai “miei” terzini o al centro, al “mio” stopper. Possibilmente senza far male a nessuno, cosa che non sempre mi riusciva. Giocavo con la testa nel sacco, a testa bassa come un toro da corrida.
In realtà io in curva pensavo a tutt’altro. Pensavo allo stadio gigante che drenava tutta quella folla dalla città, dalle città e dai paesi vicini e lontani. Mi perdevo leggendo gli striscioni, mi catturavano gli spot pubblicitari sullo schermo. “02 2020, il servizio taxi più grande di Milano”, scandiva l’altoparlante. Ero nello stomaco della metropoli.
Mi fanno sempre impressione slogan del genere. Come quando i cantanti al concerto urlano “ciao Milano!” o Torino o qualsiasi altra città e tutti iniziano a sbraitare come ossessi perché si sentono parte di un progetto più grande, si sentono il sangue che scorre nelle vene e nelle arterie di un mostro che nessuno riesce veramente a controllare. Io, nel mio piccolo, mi emozionavo già allo stadio di Verona quando lo speaker diceva “Melegatti, dal 1894 il pandoro di Verona” e m’immaginavo tutta la città a mangiare il pandoro e io stesso, già prima di Natale, speravo di abbrancarne un pezzo.
Molti anni dopo avrei cercato casa a Milano. E non l’avrei trovata. Almeno non subito. Mi sarei perso tra gli annunci per poi buttare metà stipendio in un budello di cartongesso in zona porta Romana, 18 metri quadrati ricavati dalla casa dei proprietari, giovane coppia rampante con un bambino saccente e piagnucolone. Tutto come da copione. Come Pozzetto ne “Il ragazzo di campagna”, che si fa la doccia nel frigo. Tutto al servizio della sala mungitura per il mutuo dei proprietari. E venivo munto. Eccome se venivo munto. E a Milano, tanto, se non guadagni almeno 10.000 euro al mese è meglio che te ne stia a casa, nel tuo paesello. Me l’aveva detto la mia cugina ricca. E a pensarci adesso aveva ragione.