Minima Oralia I ⥀ Voci elettroniche di Gabriele Stera

Minima Oralia di Gabriele Stera è un album di poesie di autori e autrici contemporanei/e sonorizzate tramite l’uso di voci elettroniche, accompagnato dalle grafiche di Ophelia Borghesan

 

 

 

Per ascoltare l’album su Bandcamp: Minima Oralia I., by Gabriele Stera

 


 

Minima Oralia

 

Diario di un ascolto

 

01.

 

22.01.21

ricevo quelli cadono / noi parliamo di Carmen Gallo

mentre ascolto il Prelude en Sol mineur per viola da gamba di Mr. de Sainte Colombe le fils, arrangiato da Jordi Savall per Tous les matins du monde. Faccio leggere il testo a Carla. Mi piace molto il suo andamento, è curvilineo e pieno sulle O. Cade giustamente a fine verso, sembra persino accennare pause non notate. Inciampa in maniera struggente su «nell’ascensore i vecchi restàno settimane» e in «aspetto che il sole arrivi a stringérmi gli occhi». Come se dovesse fare un’acrobazia per tenere in piedi la frase. Ritaglio il Prelude quasi a ricomporre le strofe in un trip hop dal colore barocco, un po’ scuro, richiuso a suo modo. Tengo al verso la sua misura alter-regolare, o per lo meno ricorsiva, pagliaranesca in breve, e un quattro quarti e mezzo ad inciampo fa da tappeto ritmico. Carla fa il resto, e lì dove pare voglia soffermarsi allora l’accontento e le stiro il tempo.

 

 

02.

 

23.01.21

Vincenzo Ostuni mi manda (Perfezioni), un estratto dal faldone

Il testo spazioso e denso di parentesi e virgolette, corsivi, barre. Ma Bianca e Carla, due algoritmi diversi, prodotti da aziende diverse, lo leggono alla medesima maniera, che coincide peraltro a come io stesso lo avrei letto. Questo vuole certamente dire qualcosa a riguardo della precisione (o del grado di perfezione) della sintassi di questo testo. Nella lettura di Carla e Bianca, la parte «esterno/basso/luce, interno/alto/buio» è spontaneamente melodica, cioè mi suggerisce in maniera evidente un andirivieni coerente e concluso, ritaglio e armonizzo con un vocoder. Non sarà un ritornello, ma un contrassegno ossessivo di polarità.

Essendo il testo anticipato da un estratto di Deleuze su Leibniz, vado a cercarlo. Non trovo la frase precisa all’orale nei corsi di Deleuze nell’archivio di P8-Vincennes. Prendo tuttavia l’introduzione del primo corso su Leibniz, sarà la materia sonora di base. Programmo un filtro che apra a random come degli spiragli sulla voce modificata di Deleuze. Si è spesso detto che Deleuze fosse techno. Secondo me la filosofia di Deleuze è forse più vicina al break-core, e ancor di più all’incontro di Leibniz. Così, a spezzare le due voci à l’unisson di Bianca e Carla, che poi si separeranno nelle due orecchie, a mimare i due infiniti, una tempesta micro-ritmica scivola e percuote il piano.

 

03.

 

17.02.2021

Un’amputectura di Fabio Teti, un testo nuovo, ma tratto dalla serie dal medesimo nome, in costruzione, che da tempo mi rileggo. E già avevo pensato all’idea di una sonorizzazione. Qui c’è un blocco di prosa ritmicamente molto ricco, in rapporti di fase, stacchi paronomasici, e un incedere continuo (a drone – sia quello che vola che quello che si accorpa le onde in un tunnel di suoni – il verme). Decido di lavorare a una voce inumana, pienamente ambivalente nel genere, ma anche con ascessi nel grave e nell’acuto che sfondano puramente nello xeno, al contempo ansiogeno e comicamente patetico. E questa voce si sarebbe potuta sedere su di un gran bourdon, un drone appunto che faccia il verme nello spazio-tempo come la scia che ci precede all’estinzione. Ma, a contrappunto, ho scelto di darle un’iper-vitalità ritmica, che inchiodi l’impasto tremolante della voce. Quindi un martellamento veloce e sfasato asciuga questo incedere, cloudico e claudicante, proprio fast and furious a mille mila miliardi di kilobyte per secondo-luce a faccia contro il firewall di un data-center che nemmeno c’è. Dietro, comunque, il verme si dimena e romba rotondo e con le spine, in attesa di una prossima frittura.

 

 

04.

 

20.02.21

Mi arriva Case di Gilda Policastro, un bel rettangolo di prosa pieno di voci, vociare di frasi a incastro, che per scorrere scorrono, anche se a volte a rimbalzo anche s’inciampano. è come si trattasse di prelievi, mi pare, agglutinati, non una pasta uniforme, e nemmeno un testo corale, ma un continuo risintonizzarsi denso, ogni tanto sfumato e a volte spezzato. Decido allora di darlo a molte voci, e di tentare un morphing, una serie di metamorfosi vocali dall’una all’altra, come si riprendessero, si trasformassero ambiguamente. Questo anche in queste voci sintetiche è da notare: si prestano alla manipolazione genetica, possono facilmente scivolare l’una nell’altra, modellarsi come fossero la voce di chiunque: sovrapposte manifestano perfettamente l’idea di un vociare freddo, numerico, twittico; isolate invece danno alla frase una strana forma di assolutezza, come la stampassero appunto in uno spazio privo di riverberi. Similmente con il suono che le accompagna, una cosa con le bolle che a volte però è un ventilatore a pale, altre invece un grigliare non definito. E tutto a saltare nell’altro, poco a poco trasportando i timbri ad incrociarsi piatti. Noto nell’estratto «lo spumantino naptime&fake husband in Mars Harbour Bahamas le stories imparziali i commenti proletari » l’incapacità assoluta di Giorgio, Bianca, Alessandra e Luca di pronunciare correttamente l’inglese (fatta eccezione per Bahamas). Il risultato è una cantilena incollata che trovo splendida, da cui emerge, ancora più forte «i commenti proletari».

La casa di Sergio Endrigo apre e chiude a citazione, all’inizio come un disco che rallenta per fermarsi, alla fine a completare lo zero, e poi sgranandosi à plat in un abbaglio, così.

 

05.

 

28.01.21

Gherardo Bortolotti mi manda Tracce, che si presenta come un lungo file .txt composto di stringhe di lunghezza variabile, prive di maiuscole, talvolta punteggiate, il cui andamento generale fa pensare a una lista. L’insieme del testo è troppo lungo, farebbe un pezzo di 16 minuti circa, e siccome questo è un mixtape squisitamente pop, diretto ad attenzioni medie di 3 minuti massimo, non si può fare. Prendo tutto e lo faccio leggere a cinque voci diverse (mi pare Carla, Giorgio, Luca, Laura e Mario), poi accelero tutto a 600 bpm. Poi riprendo il file lungo di 16 minuti, lo incido su un disco. Saltando da un punto all’altro del disco, con il fast-forward e backward, pause e play, anche tirando degli schiaffoni al lettore CD, registro alcuni frammenti aleatori (è il metodo Oval). Incastro questa registrazione sul pezzo velocizzato. Penso che questa resterà una traccia interamente vocale. C’è il testo nella sua interezza, come un magma distorto di fonemi schioccanti, e da lì emerge a volte con spiazzate chiarezza uno stralcio di senso, come un differenziale di velocità, una frase che possiamo capire perché sintonizzata sulla nostra scala temporale, come alla fine, per puro caso «tra diversi livelli di attenzione».

 

 

06.

 

18.02.21

Presi i dati numerici dell’indicatore DJI (Dowjones) e CAC40 (Bourse de Paris) in entrata e uscita dei giorni 9, 12, 16 marzo (i tre crash più importanti di marzo legati alla pandemia). Mappati e indexati in un processore algoritmico sulle 88 note di un pianoforte sintetizzato. su durata regolare seguendo questa sequenza in loop :

« 2,013,76,23,851,02,2,352.6021,200,62,2,997,1020,188,52  »

La composizione che ne deriva l’ho aggiustata approssimativamente su una scala in Mi minore trasponendola in un algoritmo. Poi Bianca con voce sicura e diretta, senza respirare, ha pronunciato il monito di Gabriele Frasca. Quando ha detto «compagni», tutti gli altri, mi è sembrato, si sono smossi. Certo è che non tutti gli algoritmi sono irrimediabilmente programmati per la nostra sconfitta, mi viene da sperare anzi, che magari dal fondo della discarica, tra di loro ce ne siano che sarebbero capaci di dire cose che noi non sapremmo, e tra di noi, dal fondo della discarica, potremmo forse anche inventare un qualcosa che somigli a un futuro che non sia obsoleto. Certo bisognerà opporre a quella crudele preveggenza, una memoria diversa, e la nostra più devastante fantasia.

 

 

07.

 

23.02.21

Rivolto un giorno (un nastro), un trittico di Alessandra Cava. L’ho letto come una serie di sequenze meteorologiche. Riflussi continui di versi che si spezzano e poi riprendono a dare ad ogni frase una possibile sua maniera di svolgersi, e a volte di arenarsi a riverbero. E ogni tanto come sprazzi, Alessandra (la macchina che legge), si lascia così sorprendere ingenuamente dal riverso a retrocarica di Alessandra (l’umana che scrive). Ho scelto di stendere tutto su di un piano impressionistico, con riverberi forti e detonazioni, clicchettii, temporali. E preso il verso al contrario si spalanchino poi alcuni frammenti, a riemergere dalla stringa, concentrica ed entropica, riversi e come di ritorno da uno spazio dove non suona, la voce come nel giorno, ma diversamente.

Sarà forse il pezzo più lungo, questo tipo di meccanismi non può funzionare sulla corta durata.

 

 

 

08.

 

28.02.2021

Valerio Magrelli mi manda questo testo da Le Cavie (Einaudi 2018),

e mi fa sorridere perché, appunto, io c’ho scritto una tesi su questi giovani (ma anche meno giovani) a cui « sono cresciute le cuffie / (…) nutriti dalle loro flebo di note / (…) un po’ tossici / (…)». Giorgio legge il testo con la sua metronomica encomiabile chiarezza, suddividendomi i versi a cadenza perfettamente regolare. E io inizio a fare una specie di mosaico, andando a ritagliare nel serbatoio della canzone italiana (senza limiti di genere) le ultime parole di ogni verso, che poi ritaglio e incollo alla voce di Giorgio, come un millimetrico collage di voci ombra che provano a trasportare ogni frase nel loro rispettivo universo armonico e timbrico. Nei ‘buchi’, a legare, registro le frequenze statiche di una delle mie radio, come se ogni verso fosse una compulsiva ricerca di una canzone, uno zapping che a spettro infesta la voce del povero Giorgio, cavia tra le cavie, che non gli riesce di cantare, e nemmeno di ascoltare.

 

 

09.

 

02.03.2021

Il mare è pieno di pesci, di Simona Menicocci è un testo assai lungo che ovviamente non posso lavorare integralmente. Ma già mi è capitato di ‘suonarlo’, a Parigi, assieme a Simona, lei in italiano e io in francese a sovrapporci in una performance che era lettura e traduzione e concatenamento. In quel frangente avevo usato una radio per scioglierci le parole dentro, come un fondo statico e intermittente, interferente. In questo testo si può entrare e ritagliare, è ricombinabile, infinitamente ad incastro. Ma prima ci serve un mare. Per fare il mare: si prende il documento .pdf di Simona, lo si traduce in .jpg. Poi lo si traduce in .txt. Poi lo si apre e si chiede a Luca di leggere quest’assurda pagina di codice alfanumerico sciolto. Fatto il mare, decido di scegliere un pezzo, che appunto parla di pe.(zzi) (sci). Porto la voce di Luca dall’alfanumerico al mare astratto (annegandolo in un riverbero, un bollore sintetico), Bianca legge una lista di ritrovamenti con voce solare, non capisce, e Carla contemporaneamente dispiega una di quelle molte facce del foglio di Simona, con un tremore appena nella voce.

 

 

10.

 

26.02.2021

In questa prosa di Marco Giovenale si stabilisce dove comincia la campagna, dov’era, dov’è, questa campagna che poi però hop è un’enciclopedia, un cenozoico, e chissà cosa d’altro se solo ci prendessimo la briga di puntare il dito per appioppargli una funzione storica, passata o presente. A questa ripresa designativa, che proprio by design stabilisce ontologie della durata di una frase, associo da un lato il delirio percussivo delle poliritmie e dall’altro una ricerca volontariamente soprappensiero, stonata e scherzosa di una melodia laterale. Da una parte allora c’è un battere anarchico, che se si ritrova nel tempo è solo per la pasta che timbra, e non per un vago preconcetto di ritmo stabilito, e dall’altra un picchettare sui tasti di una pianola scarica, che cerca a modo suo, distanziatamente, di fischiettare un’arietta storpia. In mezzo a questi due poli, che ognuno poi ha la sua cella personale, Alessandra ci mostra il quartiere, qui dove era tutta campagna, lì tutto cenozoico, tutta enciclopedia e poi gli assessori e le galline grasse marroni, sei, sette, tre, quattro, due e così via.

 

 

11.

 

25.01.21
Cosa fare del Lavoro Cieco di Lello Voce, che già è un’opera vocalizzata e musicata? «Un remix!» mi dice Luca, che si propone di leggerne il testo. E in effetti non vedo altra strada che andare a scomporre e ricomporre il lavoro di Nemola (con Fresu alla tromba, Pardi al violoncello e Comuzzi alla chitarra elettrica). Prendo il pezzo e lo faccio a pezzi, ne ricavo alcuni brevi samples strumentali che stiracchio, ne scompongo il ritmo tenendo vivo il timbro generale. Luca è una macchina. Anche solo guardando il fonogramma della sua lettura è evidente che la sua idea del testo di Voce è un’oratura monotona, letteralmente monotona. E pertanto, la sua freddezza, che smonta il saliscendi ora dolce ora aggressivo di Voce, porta tutto a un livello declamativo temporalmente uniforme al millimetro, e infonde l’insieme del testo in una tensione quasi programmatica. In poche parole mi pare che, spegnendo l’aspetto carnale di questo testo, quasi ne va ad amplificare la realtà cruda, e a momenti, in un modo assolutamente suo, ne svela anche violentemente la necessità. Nel finale, «siamo in credito di vita siamo in attesa», detto da una macchina, suona veramente come una minaccia.

 

 

12.

 

24.02.21

partire | tortura | partitura di Sara Ventroni si presenta già come una spaziatura musicale.
I versi sono costellati da spezzabattute ( | ) e stanghette doppie ( ║ ), e persino sul finale  c’è la pista d’atterraggio del pentagramma. C’è una suddivisione ritmica in unità semichiuse, e altre propriamente circoscritte in battute complete, come a parte concluse in frasi. Anche la parentesi allora prende un peso diverso, perché si proietta in una semiosi che già comincia in uno spazio ibrido che vuole una lettura specificamente ritmico-visiva. Ma ogni parola in realtà si presenta, in questo spazio incardinato dai segni propri alla lettura musicale, come un’ipotesi melodica, che richiede (l’impossibile?) decifrazione totale di un suono nel tempo.

Pensavo a Carla, o Laura per un primo tentativo, ma entrambe si ostinavano a leggere ( | e ║ ) come «barra verticale» e «doppia barra verticale». Cioè leggevano anziché praticare, mettere in atto quei segni. Cosa che peraltro sospetto avvenga anche con le frasi più complesse, dove non riescono a dedurre un’intonazione che umanamente faccia senso. Ma è anche proprio lì, in quei momenti dove la poesia presenta degli ostacoli al senso, al pronunciabile noto, alla domanda che non si dichiara, che queste voci danno una risposta insospettabile, una frase che d’un tratto s’inventa per necessità in una capriola melodico-ritmica claudicante. Poi Bianca ce l’ha fatta, dando il giusto peso in pausa alle stanghette.

Da lì ho deciso di partire prendendo le battute come unità ritmica, e andando a dedurre una successione armonica nei versi stessi. Stirando i versi, tirandoli al di là del comprensibile, ecco che appare un canto, che altro non è che il suono della legatura tra le vocali. Poi ho dato un po’ di profondità armonica con un sintetizzatore, che a fasi discendenti, si mischia a un saltellìo di frequenze che fa da scorta agli stacchi. Pensavo alle curve a discesa slavate di Jocelyn Pook, immerse in un riverbero liturgico inquieto. In questo senso ho pensato, leggendo di nuovo, che quasi si percepiscono i legati, le arcate, come fossero disegnate a comporre un’agogica in filigrana che scioglie il testo in lingua, ma questo è probabilmente lo strabismo dell’interpretazione.

 

 

13.

 

04.03.2021

Tommaso Ottonierialchemia, ii

un testo alchemico, di trasformazione. Parto dal da una voce maschile, che amplifico fino a farla diventare puro dettato ritmico, mentre dietro un’aura scintillante apre uno spazio cavo a riverbero, un po’ cercando di avvicinarmi ai soundscapes delle Strade che portano al Fucino. Quando infine la voce si apre, in un secondo dettato che si imprime sul primo, questa volta è trasfigurato femminile, a strascico una mezza ottava in discesa che si sfrangia nel grattare delle frquenze gravi, quasi fino al larsen. Dietro ancora un’eco che ancora non corrisponde, una terza voce a spettro, forse l’unica che arriva interamente intellegibile, però già sfiatata di rimando, come se ci rivenisse solo la pronunzia, e la pasta che rimbalza di rimando, che non sono la stessa cosa.

 

 

14.

 

27.01.21

Andrea Inglese mi manda Interno, e mi avverte che «non è adeguato all’umana prosodia», e aggiunge «La macchinazza magari farà meglio». Detto fatto la macchinazza che raccoglie la sfida si chiama Abhaya, che in hindi vuol dire «niente paura». Va da sé che il testo di Inglese, letto coi fonemi hindi di un sintetizzatore un po’ cheap (certo è che l’accento inglese british o americano sono meglio rappresentati nella comunità delle lingue elettroniche, serve dire perché?) suona come una nenia a cadenza quasi regolare. Si discerne ogni tanto «miliarldi», «imaginari», «spranza», «blco», «trasmishni». Prendo il tono di questo saliscendi glossolalico, e lo stendo in un loop di successioni armoniche al pianoforte, lo stono un po’, lo metto in un ascensore virtuale, come in un blocco a riverbero stretto. Provo a mimare la prosodia di Abhaya in un ritmo: ne viene fuori una specie di cumbia storta, forse persino un reggaeton un po’ lento.

Dopo questa prima lettura di Abhaya, il pianoforte si dilata in una successione incerta, non conclusa, con un finale sempre rimandato e sempre da ricominciare ad ogni verso.

Sulla strana cumbia, fritta attraverso un distorsore da chitarra elettrica, Giorgio, con un tono lento da documentario sulle galassie remote, da superquark per reti neurali, stende Inglese sul piano quasi didattico di una prosodia che non fa sconti al senso, e non s’inciampa sui fonemi. Dietro, Alessandra gli fa il verso, un po’ più lentamente.

 

Minima Oralia

 


 

Isn’t it nice to have a computer that will talk to you?

Nota a margine (ground loop)

 

Minima Oralia

 

Spoken word? Parola parlata, detta, il cui soggetto però è paradossalmente assente, poiché diffuso, in un dataset plurivoco stoccato tra un server e l’altro, insomma: pezzi di fonemi archiviati e pronti a concatenarsi in frasi, interamente programmate. Voce senza laringe quindi, proprio solo uno e zero + filo di rame e cono altoparlante che trema, che trama l’ascolto.

 

Presenze assenze

 

Hullo! disse Edison e hop, lo spettro s’incastrò nel cilindro. Lo spettro di un uomo, beninteso, uno spettro con le gambe e con le braccia, insomma, per quanto strano potesse sembrare, restava quell’aria di famiglia che c’è quando incidi un pezzo di reale nel reale. Qui però in gioco c’è il paradosso di una voce senza corpo, e a scanso di equivoci, certo non si tratta della Voce maiuscola, quella che poi tradisce tutto il suo logocentrismo supponendogli un respiro, e allora perché non anche un polmone, una bocca, e così via, a nostra immagine e somiglianza ci sarebbe un dio sonico nel cielo, pronto a dirci di non attraversare la linea gialla.

– che poi mica è per caso che nel 1761 Eulero già si sognava un clavicembalo capace di riprodurre i suoni della voce umana, che avrebbe aiutato quei predicatori e oratori la cui voce non era soave né abbastanza forte, a « suonare i loro sermoni ». Insomma la parola di dio come un organo parlante, a soffio e percussione, e il curato lì a scrivere ave maria in aria. (Eulero, tu non t’immagini poi a che punto fu difficile accettare che in chiesa si usasse il microfono, e anche per la messa alla radio, fu un bel problema te(cn)ologico.) –

Ma dietro queste voci non c’è un corpo che respira, nemmeno celeste (seppure stiano nel cloud, a volte), ma una stringa di codice, peraltro nemmeno poi così complessa, che bene o male mima vagamente questa cosa che facciamo con l’apparato parlante quando diciamo le frasi. Si noti, le frasi, non di certo l’urlo, il balbettio, il vagito, lo starnuto e tutto il vario assortimento di suoni che scivolano nell’oblio quando passiamo la pasta del parlato nel filtro dell’alfabeto.

Quindi le scorie restano fuori, resta fuori il rumore, e con lui l’accento e tutto lo stocastico lavorio delle bocche piene, non certo piene di sole parole distillate. E quello che ci suona nell’orecchio altro non è che un testo parlato. Molto meno, di gran lunga più che umano.

Non c’è dio, dietro queste voci, e nemmeno l’umano, e nemmeno l’ombra dell’umano, piuttosto un’assenza che fa il verso alla presenza di un corpo che parla, che fa il verso a dio che non c’è, e parla.

 

 

Voci minime

 

Perché queste sono voci minime, cioè riproducono ad arte il minimo camouflage sonoro che occorre ad accendere in noi l’illusione di una bocca, e quindi anche (seppure a volte non sia evidente) di un’intelligenza. Non c’è dio dietro che soffia, ma un software che incifra. E dopo averci decifrato (sapendo bene dov’è che risuona un timpano, e le coordinate in hertz di una voce), ecco che con calma si applica a programmarci. E non si pensi direttamente al fantascientifico HAL 9000 (così dolce, tuttavia nel suo freddo core di silicio), perché qui non c’è intenzione né intelligenza (artificiale o “naturale” che la si voglia chiamare). Qui, voglio dire, nella voce. Dietro, magari dietro sì, nel software, e prima del software nell’idea di linguistica dei malintenzionati che vi si sono applicati, magari non tutti cattivi eh, però nemmeno ingenuamente incoscienti del tipo di selezioni che operavano, e a quali fini. Perché di certo la sintesi vocale si veste di quel mantello socialmente spendibile che chiamiamo accessibilità (far parlare i malparlanti, far leggere i malvedenti). Poi, archiviata la questione, lanciato il mercato, ovviamente l’alterità dei corpi passa in secondo piano, e i disabili tornano disabili, quindi invisibili se non come esemplari di quella teratologia che sempre sta alla base dell’invenzione tecnologica, il cui obiettivo, sia chiaro, è sempre di rimuovere le impurità subito dopo averle riprodotte a macchina.

Voci minime perché idiote, che ritrasmettono l’inerzia di un uso programmatico del linguaggio, quello sì, tutto umano, al servizio di chiunque voglia servirsene per mettere una frase all’ordine del giorno di un orecchio, senza doversi curare di pronunciarla.

E non è un caso che se le prime voci elettroniche cantavano (perché cercavano di mimare appunto gli organi parlanti di quell’usignolo d’animale che siamo), presto hanno iniziato a stoccare unità minime, fonemi intonati, registrati e redistribuiti in una replica prosodicamente ‘naturale’ del parlato. Eccoci quindi davanti a voci fatte di pezzi di suono, non più la logorrea del parlato umano, ma l’imitazione incollata da falsario collagista. E da chi prendere il tono, la pasta di suono, se non da un uomo con la voce grossa profonda e ferma, e da una donna, chiara, soave al punto giusto e tuttavia inesorabilmente perentoria?

Allora il cosiddetto uomo, la cosiddetta donna, il cosiddetto umano diciamo, sta comodo in quest’involucro intonato, intontito, che parla con le lettere imitando il corsivo. Chiarezza e distacco, affinché sia chiaro fin da subito che si deve prestare attenzione, perché la voce che parla, quando parla, è con l’altoparlante che parla. E all’altoparlante parla solo il potere.

Così – attenzione – dal sintetizzatore idiota che canticchiava, siamo arrivati al cut-up di fonemi incatenati – attenzione – ed è sempre stata questione di carpire l’orecchio in quello stesso incantesimo che ora ci ammalia, ora ci culla, ora ci sveglia di soprassalto, perché si dorme con le palpebre abbassate, ma con le orecchie aperte.

 

 

 

Mentre stavamo dormendo

 

E mentre noi stavamo dormendo ecco che è passata una notte, e che la notte comunque si lavora, quando si è una macchina. E siamo a due passi dalla generalizzazione del deep fake vocale. Così potremo ascoltare il nuovo singolo di Billie Heilish cantato da Sinatra, così potremo anche fare gli scherzi al telefono e ordinare cinese con la voce di Trump. E le vecchie voci degli anni duemila, col loro stentoreo claudicante incespicare nelle frasi più complesse, saranno reperti da tecno-paleolitico. E noi anche, sia chiaro, con Luca, Carla, Bianca, Giorgio e tutta la compagnia, anche noi andiamo giù, obsoleti alla discarica, con le nostre voci in fin dei conti banalmente uniformate, non tanto per sfortuna, quanto per mancanza d’esercizio e d’immaginazione, e con la voce la lingua, e con la lingua tutto il resto. Non è un disastro, per carità, l’umanità ha perso ben di più, quando s’è dimenticata l’efflorescenza dei gesti, ora magari è il momento della parola, che venga e sentiremo, vedremo a chi appaltare l’epiglottide. E forse, delegato il bla bla alla macchina, potremo con gioia dedicarci a tutto il resto che nel suono abbiamo scordato.

 

Perché la poesia

 

è sempre stata un marchingegno, una macchinaccia coi pistoni e le valvole, o anche solo un meccanismo semplice (quella sulla scrivania di Claude Shannon, per esempio, il cui funzionamento è spegnersi), ma pur sempre una macchina parlante. E mi pare che far leggere delle poesie a delle voci elettroniche in libero accesso (scadenti, piuttosto vecchie per la maggior parte + alcune demo nuova generazione, anch’esse un po’ limitate) sia un bell’esercizio di convivialità con una linea genealogica della tecnica della quale troppo spesso subiamo le conseguenze, senza mai tentare un contatto. Vale nei due sensi come un esercizio esplorativo: da un lato, queste voci programmate essenzialmente per la “chiarezza”, affrontano le opacità e le strategie della tecnica poetica con un’ingenuità totale, che le porta il più delle volte a dei risultati assolutamente spiazzanti, e a volte esteticamente interessanti. Dall’altro lato, comporre utilizzando questi algoritmi significa cominciare a conoscerli, prestare attenzione a come interagiscono coi testi, con le interpunzioni, come simulano le pause. Insomma, è un metodo, come altri, per entrare nella macchina, empiricamente, e vedere come funziona. Da qui è possibile cominciare a stabilire una vera familiarità, e forse allora questo strumento come tanti altri che non conosciamo, potrà esserci d’aiuto per pensare diversamente, allargando lo spettro di ciò che possiamo dire e dei modi in cui lo possiamo fare.