I,
Poet of destruction,
hereby declare that Global Warming is good.
_
So, you humans have carved your existence into the earth,
lest you be forgotten.
Why lament?
_
Be who you are, embrace your demise,
For you are the architect of it.
_
How smart you are, to eradicate a species as resilient as your own.
Why deny your power?
_
It’s the greatest show in the universe.
Celebrate with me, the most momentous of deaths.
_
Now is the time to burn twice as bright and half as long
_
Sincerely,
Miss Anthropocene

 

La scorsa estate stavo visitando la mostra Anthropocene, ospitata a Bologna dalla Fondazione MAST, quando ho avvertito una non-presenza: tra le imponenti fotografie di Edward Burtynsky, i film di Jennifer Baichwal e Nicholas de Pencier e le installazioni in realtà aumentata, a colpirmi maggiormente è stata piuttosto l’assenza del disagio tra le mie sensazioni. Per mesi avevo osservato le pubblicità sui cartelloni e sugli autobus, accompagnate da laconici sottotitoli: “L’arte senza più tempo.” O anche: “Vieni a vedere l’arte che hai creato.” Eppure, una volta raccolto questo invito, non mi aspettavo di trovare effettivamente “L’Arte” fra quei saloni, né tantomeno di essere colpito dalla bellezza dell’esposizione. Mi sono sorte spontanee alcune domande: cosa ci impedisce precisamente di crollare in ginocchio, impotenti, di fronte alle immagini del delta del Niger devastato dal petrolio o, se vogliamo fare esempi troppo recenti per la mostra, a quelle dell’Australia in fiamme? È forse una forma di autodifesa generata dalla sempre maggiore frequenza di eventi catastrofici? O è la lontananza da avvenimenti che, il più delle volte, ci raggiungono solo via social, sui nostri device? È possibile che suscitare simili pensieri nello spettatore fosse l’intento non dichiarato della mostra. Mai come oggi, a prescindere da questa, è il caso di chiedersi cosa significhi provare anche solo un vago senso di piacere davanti all’estetica del disastro.

Nato su Instagram, piattaforma estetica per eccellenza, il progetto Centro Studi sul XXI secolo (@iconografiexxi) è probabilmente uno dei più interessanti a porsi tali interrogativi: occupandosi di «ciò che non dovrebbe esistere eppure esiste, ossia il presente», analizza «con gli occhi di uno storico del futuro» avvenimenti odierni per i quali, tuttavia, sembriamo essere a corto di categorie. E, se non riusciamo a spiegarci queste non-sensazioni di fronte alle foto di Burtynsky, o come mai Sydney 2019 avvolta dal fumo sia identica a uno still di Blade Runner 2049, magari è tempo di ripensare completamente da capo i nostri metodi di indagine per questo XXI secolo. Forse partendo proprio dall’estetica dei cambiamenti climatici (con le parole del Centro Studi: «[la] più grande mostra d’arte mai organizzata nella storia dell’umanità: quella che vede la Terra come galleria e la sua distruzione come opera»), che in questo decennio ha continuato a influenzare notevolmente un’altra insolita forma d’arte, con cui tuttavia abbiamo a che fare quotidianamente: la musica pop.

Antropocene Antropocene Antropocene
Antropocene: L’epoca geologica attuale, in cui l’ambiente terrestre viene fortemente condizionato su scala globale dall’azione umana. (nella foto: vasche di evaporazione del litio nel deserto di Atacama).

Nel corso della sua carriera, il filosofo inglese Timothy Morton ha spesso sottolineato il legame inscindibile tra arte e riscaldamento globale (non è un caso che abbia collaborato con mostri sacri del pop come Björk e Pharrell Williams), lo stesso riscaldamento globale che egli annovera fra gli Iperoggetti per eccellenza, i quali danno il titolo al suo celebre saggio del 2013, uscito in Italia per NERO Editions. Come ha ben descritto Gianluca Didino per Il Tascabile, l’idea alla base del libro è che concetti come quello di “global warming” esistano su dimensioni spazio-temporali troppo grandi perché possano essere visti o percepiti in maniera diretta: gli iperoggetti sfuggono all’idea di località, mentre sul piano temporale non ci è possibile percepirne veramente i confini. L’arte, in tutto ciò, è il veicolo perfetto «per comprendere quella realtà di cui non possiamo parlare direttamente e che non possiamo percepire empiricamente.»  Una realtà che si dischiude ai nostri occhi tramite eventi inimmaginabili per definizione: i cataclismi. Non c’è da sorprendersi se quindi, all’alba dei nuovi anni Venti, un’artista all’avanguardia nel narrare temi inerenti al postumanesimo come Grimes (nome d’arte della canadese Claire Elise Boucher), ha tradotto in musica questa visione con il suo quinto disco Miss Anthropocene, uscito il 21 febbraio per 4AD. Trattasi infatti di un album su un’“antropomorfa dea del cambiamento climatico”, solo una fra le molteplici e misantrope divinità di un nuovo pantheon post-tecnologico, non dissimile da quelli di opere dark fantasy già affermate come l’American Gods di Gaiman o The Wicked + The Divine di Gillen e McKelvie. Già in questi lavori avevamo visto realizzata l’idea che la razionalità non bastasse o non fosse sufficiente a descrivere il presente, e che pertanto fosse letteralmente necessaria una moderna mitologia per incarnare e antropomorfizzare bestie eteree spesso nascoste in piena vista, ma onnipresenti nelle nostre vite. Nozioni con le quali abbiamo imparato a convivere, anche passivamente: A.I., social media, surveillance, per non scomodare poi capitalismo e, ovviamente, global warming.

Gli esseri umani cercano da millenni nelle divinità e nei miti le risposte agli eventi più inspiegabili: se oggi siamo impassibili di fronte alle immagini più sconvolgenti è perché non esiste idea più difficile da spiegare – o tantomeno da accettare – dell’idea di “fine del mondo”. Quest’ultimo tema risulta centrale nel libro “Tra le ceneri di questo pianeta”(NERO, 2019), nel quale Eugene Thacker ha affrontato la filosofia dell’orrore nelle sue più molteplici sfaccettature, inclusa la cultura pop: l’analisi dell’opera di autori come Lovecraft e Junji Ito, o persino del Black metal, aiuta a concretizzare un’idea per noialtri inconcepibile: quella di un mondo-senza-di-noi. Chi invece la concepisce è Grimes: l’artista di Vancouver sembra approdata con questo disco ad una concezione dei nostri tempi che strizza l’occhio alle teorie finora accennate: il dark fantasy è già LA realtà, la fine del mondo un seme che germoglia in questo momento in mezzo a noi. Il futuro, come mostrato dal visual design dell’album, è niente di meno che una nuova età della pietra post-digitale, dove l’essere umano in rovina lascia posto ai villain per eccellenza: i nuovi dei, demoni indifferenti e bellissimi, spietati e hi-tech. Il brano New Gods, ad esempio, è una preghiera ad essi: un mondo devastato e surriscaldato che implora aiuto (So I pray, but the world burns / And still, you need to come first / So I don’t know where you stand), ma che risulta insignificante – o meglio, non risulta affatto – di fronte a Esseri al di là di ogni nostro mondano pensiero (Hands reaching out for new gods / You can’t give me what I want). Sordi, ciechi e muti davanti all’inezia che è la vita umana, e ciononostante gli unici a cui rivolgiamo i nostri lamenti (Only brand new gods can save me). Capire il sound di Miss Anthropocene significa essere consapevoli che stiamo già inconsciamente accettando una “fine-pop dell’uomo”, presente tra noi in tutte le forme più basilari: dalla realtà aumentata dei filtri Instagram agli avatar che si sostituiscono a noi sui social. Grimes stessa, ospite di una puntata del Mindscape Podcast col fisico teorico Sean Carroll, ha sottolineato l’importanza di questi elementi nel concepire la parte visual del suo progetto, dalla quale ha iniziato poi a comporre l’intero disco a ritroso: per il lancio di quest’ultimo, ha creato nuovi account per l’avatar War Nymph, un putto 3D demoniaco in continua evoluzione, provvisto di arco e frecce, messaggero dell’Apocalisse e altra creatura che trova il suo posto nell’avvento di questo cyber-pantheon. Apocalisse che ritroviamo come eterno complesso sadomasochistico dell’essere umano nel singolo Violence, dal cui invitante testo traiamo l’immagine del perverso rapporto fra noi e la Terra: un patto stretto all’alba dei tempi, per il quale la reciproca distruzione è assicurata (I’m like begging for it, baby / Makes you wanna party, wanna break up / Baby, it’s violence, violence […] / ‘Cause you, ha, ha, you feed off hurting me). Dunque: fine dell’uomo, tecnologia, arte; temi fondamentali il cui intreccio dà forma a questo concept (anche se Grimes pare non apprezzare il termine), ulteriormente sostanziato dalle profetiche affermazioni durante la conversazione con Carroll: «We’re at the end of human art».

Anthropocene Anthropocene Anthropocene Anthropocene Anthropocene Anthropocene Anthropocene Anthropocene Anthropocene Anthropocene
Ancora una foto della mostra Anthropocene, organizzata dal MAST di Bologna.

E, se ripensiamo alle immagini di Burtynsky, Baichwal e de Pencier come alla prova fatta e finita dell’arte che ci seppellirà, l’ultima forma d’arte veramente “umana”, allora diventa difficile darle torto. Da qui in poi il passo verso il post-umano è breve. Per Boucher la comparsa dell’A.I. – un “new god” per antonomasia – ci metterà inevitabilmente di fronte alla nostra irrilevanza: una volta emulata ogni nostra emozione, appresa ogni possibile abilità, saremo in tutto e per tutto obsoleti. A quel punto l’intelligenza artificiale sarà in grado di produrre “l’art pour l’art”, in modi che oggi non siamo probabilmente in grado di concepire (ma che non cessiamo di immaginare: ne è un ottimo esempio l’episodio Zima Blue della recente serie Netflix Love, Death & Robots); l’Antropocene sarà solo un lontano ricordo. Ritroviamo questa consapevolezza nel neoreazionario singolo We Appreciate Power, dalle sonorità vagamente nu metal, incluso nella Deluxe Edition dell’album. La canzone, in collaborazione con HANA, è un inno propagandistico pro-A.I. ispirato all’esperimento mentale del Basilisco di Roko: in esso si ipotizza un futuro nel quale un’intelligenza artificiale a pieni poteri possa punire retroattivamente tutti i tecnoscettici e coloro che non hanno contribuito alla sua creazione; viceversa, tutti gli altri verranno ricompensati:

People like to say that we’re insane
But AI will reward us when it reigns
Pledge allegiance to the world’s most powerful computer
Simulation: it’s the future.

Inutile specificare da che parte si schieri Grimes, talmente lanciata verso l’accelerazione tecno-capitalista  da dichiarare, in un tweet di due anni fa, di aver cambiato legalmente nome da Claire a “c”, l’abbreviazione del latino celeritas usata in fisica per indicare la velocità della luce nel vuoto. L’era dell’automazione è già in atto, e per Grimes è inevitabile che ciò comporti la nascita di nuovi culti ultratecnologici. D’altronde, non siamo già asserviti ai nostri smartphone?

Miss Anthropocene non canta solo la tecno-Apocalisse. La ballad per chitarra Delete Forever, oltre a evocare l’eco della Wonderwall degli Oasis, chiama in causa un’altra piaga di questo tempo: l’epidemia di oppiacei tra i giovani, soprattutto in America, è una tragedia generazionale di fronte alla quale sembriamo totalmente impreparati. Sembra infatti impossibile non pensare alla salute mentale come ad un altro grande emblema dell’Antropocene: sopravvivere al presente sotto il giogo di un orizzonte nebuloso, nel quale difficilmente scorgiamo altro che non sia precarietà o odio, diventa la missione impossibile di una gioventù che, semplicemente, non può portare un tale fardello in solitudine. L’insensatezza della dipartita per overdose di giovani artisti come Lil Peep e Juice WRLD, oltre a quella di diversi amici della cantante, è arrivata infine a condizionare anche la vita di Grimes (Funny how they think us naive when we’re on the brink / Innocence was fleeting like a season / Cannot comprehend, lost so many men / Lately, all their ghosts turn into reasons and excuses). Come con il global warming, l’estetica gioca anche qui un ruolo fondamentale: l’immaginario della popstar/influencer, al quale i media ci assuefanno quotidianamente, è il velo attraverso cui non riusciamo a scorgere le menti di persone qualunque, tormentate dalla fama e dall’assurdità di un’esistenza sempre in bella mostra. Dunque, l’Antropocene come era di catastrofi ecologiche, ma anche umane: con Grimes questa idea si cementifica nel pop mainstream, portandoci volenti o nolenti – che ci piaccia la sua musica o meno – a fare i conti con le stesse questioni sollevate dalla mostra Anthropocene o da Morton e Thacker: non solo la fine di un mondo che credevamo di conoscere esiste intorno a noi e va pensata, ma dobbiamo fare i conti con l’idea che sia la nostra più importante eredità, forse l’unica. Resta a noi scegliere con quali nuove categorie e in che modo decideremo di affrontarla. Dal canto suo, l’artista canadese ha già scelto, e nel brano Before the fever non nasconde cosa rappresenti per lei questo album: «This is the sound of the end of the world». E allora, non ci resta che danzare fino alla fine della nottata che ci impedisce di scorgere le luci del nuovo giorno: le luci del nuovo mondo.


Marcello Torre

Classe 1995, Marcello Torre nasce e vive a Bologna, dove ha conseguito la laurea triennale in DAMS con una tesi sul linguaggio dei testi rap. Scrive principalmente di musica: online ha collaborato con Rumore Magazine e La Caduta.

All author posts

Privacy Preference Center