Maculae lutae è una videopoesia prodotta dal laboratorio di Argo, a partire da un testo di Tommaso Grandi

 

Maculae lutae è una stratificazione. È o, meglio, era un testo. Un prosimetro? Forse. Poco importa, ora. Ora è un’asimmetria, una fenditura trasversale, opaca forse, filtrata da uno sguardo triplice. È una mutazione. Il fiorire ipertrofico e ipermetro di altri occhi, la modulazione della materia sonora e visiva incastonata in un unicum incapace di trattenerla. È un tentativo, nell’età dell’orizzontale, di creare un’opera transmediale e transautoriale, un lavoro per percezioni, come monadi infiorescenti e stratificanti che si uniscono, nel tentativo di arginare una caduta.

Testo e voce di Tommaso Grandi

Musica di Ivan Valentini

Montaggio video e riprese di Michele Bellantuono

I filmati d’archivio sono tratti da: Prelinger Archives Home Movies (Prelinger Archives), Federal Works Agency. Work Projects Administration


Nulla, oltre la differenza, nulla. Non trovo nulla. Anche oggi è un trascinarsi di vista in vista. Il comignolo è grigio e mischia polvere, pioggia, pianto, come pallide monadi percettive del mio culo molle sul divano, inerte accumulo di movimenti oftalmici e divinatori. L’ipermnesia non è onnipresente: fiorisce, dannata ginestra della finitudine e riporta all’accumulo, all’indice, alla classificazione. I frammenti aumentano, le coscienze oltrepassano soglie, s’allontanano. — Hai fame? — Me l’ha chiesto Arianna, era… l’altro giorno? Ho pisciato, ho letto Sartre, ho fumato, ho camminato… Arianna ha messo Satie. Ricordo i grappoli, atonali monadi infiorescenti che pescavano dal mio essere qui, allora e poi… Arianna un giorno ha comprato la pianta. La cucina s’è fatta ordine, il divano gonfio, l’aria satura, la vita… ragionata. La pianta è ventre, è vita, è ordine, ho pensato: la pianta è un progetto normativo. Stretto alla pianta, muoio a poco a poco, ma ciò che rimane, vive. La soglia è lontana, muta, la differenza inutile. — Stringimi ancora, stasera — il freddo nudo, una coperta, il comignolo fioriva pianto, polvere, pioggia, grigio. Grigio nulla dalle tinte opache, ma vive, vive! Credo.

Il muro è giallo-tortora. Non so se sia davvero un colore, ma è giallo-tortora. È sempre stato giallo-tortora, anche quando Arianna ha comprato la pianta. È morta a luglio, forse ad agosto: — Devi darle acqua ogni due giorni — mi sono dimenticato? È morta. Perché ora ricordo, se è morta? Il muro è giallo-tortora e c’è una macchia, come di vetro, in angolo. Lì si forma la polvere, nell’angolo. L’angolo, s’è formato due anni fa. O sono tre? Avevo scarabocchiato in poesia uno, due, tre versi, avevo passeggiato… sotto le mura? Al di là, delle mura. Il colore… era umido, d’inverno, la sera, avevo male alla gamba. L’angolo era lì, dopo le mura. Prima delle mura… c’era Arianna, la poesia, trecento euro, il calendario. C’erano le tette di Arianna e il calendario, sì. Ora c’è l’angolo, sineddoche del rannicchiato, resiste, comprime, stringe, macera, dimentica. Svuota e lascia la polvere in basso, sempre più in basso. Più in alto, la macchia.

— La macchia, io mi sono stancato — la voce di… Antinomo? Lo chiamano Anti, io A. C’è sempre stato A? No, sono certo: è arrivato una mattina d’ottobre. Era il duemila e… Io e A, non siamo amici. Le nostre esistenze sono limitrofe, lambiamo la soglia. Ma in potenza siamo diversi, io e A, davvero. Davvero? A, soggiorna in cucina. La maggior parte del tempo è in cucina, svuota caos, smuove, rumoreggia. A è un pezzo di merda: quando lo incrocio non fa nulla, sta. È quando sono sul divano che è in atto. Sì, è caos in atto. — Le nostre coscienze politiche sono inerti, morte, sepolte per sempre — sono certo, l’ha detto A. C’era la macchia, anche allora, sul muro giallo-tortora. Ricordo… ho forse annuito? A ha svuotato la libreria. Ho visto volare Sartre, stamattina. Volava, con tanto di pipa e occhiali, il busto appena torto all’indietro, il dito medio alzato, fallico. — Anasyrma metaforico — dice A e sorride. A ha buttato Calvino. Ho visto pagine e pagine di città invisibili volare vicino al cassonetto. C’era vento?

Il tavolo-topo è fuori centro. Il tavolo-topo è asimmetria centripeta, forza enucleante dal giallo-tortora del muro al cesso. Oggi c’è un sole asimmetrico sul tavolo-topo, una cartina, una lattina, una carta di commercio, un foglio di via. Giuro che non so cosa sia, ma sta lì asimmetrico e centripeto, sul tavolo-topo. Non so se c’è ancora, ma c’era. Arianna, non sedeva mai al tavolo-topo. Mangiava in piedi, sul divano, poco, mangiava poco. Un giorno stringeva un giornale. Troppo forte, il sangue rendeva livide le mani. O forse vivide? Stringeva le giornate dentro al giornale, per terra su sfondo giallo-tortora, una macchia. Ricordo un angolo, a fondo pagina, cos’è che diceva? La società… sì, la società. La società globale, diceva. — La società di massa, macera individualità in identità — diceva A, asimmetrico e centripeto rispetto al tavolo-topo. Il camino piangeva fiori azzurri, circoli altri estrapolati dal grigio, differenze inique sul mondo opaco, al di là dell’angolo: la polvere.

 

Io e A abbiamo diviso la casa. A lui la cucina, a me il divano, il cesso neutrale. Le camere… niente camere: — Non c’è riposo nell’intermittenza dell’esserci —. Nell’angolo i frammenti si moltiplicano. Si nutrono di ipermnesie, di oscillazioni, fagocitano indici, accumuli, categorie: monadi sparse sulle maculae luteae, macchie sul giallo-tortora della mia percezione. Nembi, infiorescenze, grappoli sui confini, passi sulle soglie dell’essere qui, ora, allora, col culo molle sul divano. Ieri ho incrociato A al cesso. L’altro sedeva sul bordo della vasca pontificando la fine dell’io, diceva — dell’io-mondo nel mondo unico —, ricordo di avere tirato lo sciacquone. Oggi il comignolo è grigio e mischia polvere, pioggia, pianto, ierofanie del caos di me seduto, la macchia al suo posto, il tavolo-topo asimmetrico e centripeto in cucina. Il sole è scomparso nella differenza indifferente giallo-tortora, Arianna giace rannicchiata, compressa nell’angolo, io alzo il culo dal divano e apro la finestra. Sottili nubi disegnate fuoriescono dal comignolo, le retine si fanno nere e A ride, dalla cucina.