Mixis#22 prosegue la seconda stagione della rubrica di contaminazione creativa di Argo

In Mixis#22 l’incontro fra le arti: ecco che l’illustrazione di Silvia Mengoni riceve, scontorna e illumina nei doppi “il drogatello” di David Watkins, una tenera ombra che si riscalda nella carne che gli appartiene e nello spirito degli st(r)ati ricorrenti si fa e si disfa. Di giorno come di notte.

 

UN DROGATELLO

Io non sono un drogato, sono un drogatello. Troppo pigro per una grande, irreversibile perdizione. È che ho la passione dei ritorni. Rientrare in classe dopo le feste, tornare per strada nel doposcuola. Mi piace fare la spola tra i climi e le latitudini, ecco tutto, essere alla stregua di un angelo al crocevia, un postino.

Che senso avrebbero il paradiso e l’inferno, se poi non vi fosse un purgatorio in cui tornare a perdere tempo, seduti, e descrivere di qua e di là? Tanto varrebbe restare coi piedi per terra.

Alcuni la chiamano indecisione, altri, più corrucciati, ipocrisia, altri ancora mediocrità, compromesso. I più bizzarri parlano di un equilibrio di seconda mano. E sia. Resta ancora da trovare una parola che tenga tutte queste cose assieme, una parola che faccia mondo, gesto e cosa.

È la parola drogatello, appunto. Gente come me va dappertutto. Sono uno che lavora sodo, un ragazzo brillante e stanco in un ginnasio, sono tua figlia, i suoi crucci e la sua psichiatra. Sono qualcuno di molto importante, che si addormenta per strada.

Mi sveglio, mi accascio a tutte le ore. Gli occhi quasi aperti, già dal mattino, mi alzo dal letto e vado a sdraiarmi in cucina, teneramente, tra una bocca e un caffè. Mi rialzo prima di pranzo, nella voce di una madre che chiama; quando fuori dalla camera tutto è pronto, e c’è qualcosa ovunque che non quadra, e tu non ricordi, io sono lì.

Se non mi senti è perché parlo da un peso che non si lascia toccare, coricandomi ancora, nell’infanzia di un pomeriggio qualunque, nella patina che fa i cieli lontani, e insopportabili, dai balconi. Prendo quasi sonno dentro l’aria, che ti ostini a chiamare irreale, ma poi rieccomi all’erta, nell’urgenza con cui passeggi e studi quelle cose, nella smania che sfoglia.

Alla sera non resta che spiaggiarsi a quattro di spade tra le parole che dici, appisolarmi giù nella gola che ti si fa strana e diventa una cosa da spiare. Tutte le cose che escono di lì, escono striate dal mio sonno sornione, il mio sbadiglio setaccia ogni frase, sorvegliandola in sordina.

È notte. È ancora notte, questo mattino. Questa strada che fa l’appello. Presente, gli occhi accesi, finalmente, torno a essere una cosa che torna e si ripete. Come mi fossi accoccolato all’ora estrema di un’adolescenza, e fossi rimasto lì, dilatandola verso qualsiasi direzione, scivolandovi appena.

Ora abbiamo lo stesso sorriso, la stessa, vivibilissima paura.

Sono o non sono un amico? Mille volte abbiamo discusso assieme l’annosa questione, mille volte ancora discuteremo, amico mio.