«Le prefazioni dei cantautori ai poeti sono inaccettabili: è come se io estraessi un dente». A dichiararlo è il poeta Valerio Magrelli, in un intervento all’Auditorium San Rocco di Senigallia, il 18 febbraio scorso. Magrelli, che oltre a scrivere versi propri e tradurli è docente ordinario di Letteratura francese all’Università di Cassino, era a Senigallia, su invito del Liceo “Medi”, per presentare l’antologia scolastica di Zanichelli La vita dei testi, a cura di Floriana Calitti, nella quale sono contenute trenta sue analisi «fuori dagli schermi» di altrettanti poeti, dalle origini al Novecento, concepite come «storia sentimentale della letteratura italiana».

Non ci si improvvisa esperti di poesia – questo il senso delle sue parole – perché, precisa Magrelli, «ci vogliono le competenze: io studio letteratura da quarant’anni ma sono un francesista e avevo scrupoli a scegliere trenta poeti italiani, perché non sono uno storico della letteratura».

Dopo aver ripercorso la sua accidentata carriera universitaria, caratterizzata dalla «confusione degli studi», per cui avrebbe voluto fare l’architetto «ma fu bocciato all’esame», studiò cinema in Francia ma solo per un anno, passando poi a Filosofia e approdando infine alla letteratura francese, Magrelli è giunto finalmente all’oggetto della sua conferenza e ne ha spiegato il titolo: Viaggio sentimentale nella poesia del ‘900.

Si tratta di un tributo a Laurence Sterne, autore delViaggio sentimentale, oltre che del Tristram Shandy: Sterne fu uno «sperimentatore, un grande scrittore libero», come André Breton e Winfried Georg Sebald i quali hanno dato vita, il primo in Nadja e il secondo nel romanzo Gli Anelli di Saturno, a una forma di «iconoscrittura», secondo Magrelli.

Il viaggio sentimentale del poeta-professore inizia con un D’Annunzio postumo, ovvero con la lettura di Qui giacciono i miei cani, poesia scritta dal Vate nel 1935 ma scoperta solo nel 1979 dal critico Pietro Gibellini, che «ritrovò questa poesia, buttata giù a matita sul foglio di guardia e il piatto interno posteriore di un volume francese ottocentesco di viaggi» (Walter Siti, «La Repubblica», 31/8/2014). Dai «cani del nulla» di D’Annunzio Magrelli è passato a nominare una serie di campioni del «multilinguismo» da lui prediletto: non solo Belli e Porta, ma anche il Poliziano che scriveva in greco, Pontano in latino, Dante in provenzale dando la parola ad Arnaut Daniel nel Purgatorio, ma anche grandi poeti stranieri che hanno scritto nella nostra lingua, come Milton, i cui versi in italiano sono stati scoperti da Magrelli grazie a Furio Brugnolo, curatore dell’antologia La lingua di cui si vanta Amore. Scrittori stranieri in lingua italiana dal Medioevo al Novecento (Carocci, 2015).

Infine Magrelli si è soffermato sul poeta siculo-arabo Ibn Hamdis (1056 circa – 1133), di cui ha letto Sicilia mia tradotta da Toti Scialoja. Qui il Magrelli studioso di traduzione e traduttore egli stesso si è scagliato contro gli «orrori di traduzione», compiuti da chi usa, per esempio, i sinonimi invece di rispettare i poliptoti presenti nell’originale, poiché l’autore li scelse evidentemente come ripetizioni di parole con diverse funzioni. Questi orrori di traduzione sono un’abitudine dei traduttori che, stando al Milan Kundera del saggio I testamenti traditi, sono infaticabili nel migliorare le opere a loro affidate.

Come saggio di multilinguismo, Magrelli sceglie il Belli dei sonetti Er cimiterio de la Morte e Lo sscilinguato. Poi viene Palazzeschi, «verso cui con Gozzano mi buttai – confessa – negli anni del passaggio da Marx a Heidegger, quando gli unici poeti ammessi erano Holderlin, Trakl e al massimo Celan».

Nel suo viaggio sentimentale non c’è Pasolini. Perché? «Pasolini era un genio rinascimentale – spiega Magrelli – e uno dei più grandi registi del Novecento ma in poesia è al di sotto di Caproni».

C’è invece il «metafisico» John Donne tradotto da Cristina Campo.

L’incontro si chiude con una lettura autoantologica dello stesso Magrelli.

Da Il sangue amaro (Einaudi, 2014)

Dicembre

Minimo omaggio a John Donne

Dicembre, il lavandino si è svuotato:
tutta la luce se ne è andata via,
finché il mese sfinito, prosciugato,
giunge al cospetto di Santa Lucia.
Nel tenebrore della siccità
le mattinate sgocciolano notte,
e col solstizio dell’oscurità
l’intero anno si contrae per otte-
nere che lentamente, esile, torni
il moribondo flusso di corrente
ed un nuovo splendore inondi i giorni.
Solo cosí rinasce quel potente
getto di sole che rimette in moto
ruota, ciclo, marea, nascita, photos

Quindi, dallo stesso libro Magrelli ha letto una poesia scritta per la figlia, Piccole donne; una per il figlio, El memorioso; una al padre e alla sua eredità biologica, Occhio, ché il Pellerossa, trapiantata da Geologia di un padre, che citiamo assieme ad altre tratte da Il sangue amaro:

Occhio! Ché il Pellerossa
ti ha sfilato lo scalpo.
Ti senti ancora giovane
ma il Tempo ha già colpito
e inalberi la testa scotennata
di chi ha conosciuto il nemico
lasciandogli il trofeo in un’imboscata.

Musica, musica, che vuoi da me?

Musica, musica,
che vuoi da me?
Quale perfido Claudio
mi versò nell’orecchio il tuo giusquiamo?
Sovrano spodestato e posseduto,
preda di questa febbre auricolare,
sento il veleno pulsare e mi chiedo:
Musica, musica,
che vuoi da me”

L’igienista mentale:
divertimento alla maniera di Orlan

La Minetti platonica avanza sulla scena
composto di carbonio, rossetto, silicone.
Ne guardo il passo attonito, la sua foia, la lena,
io sublunare, arreso alla dominazione
di un astro irresistibile, centro di gravità
che mi attira, me vittima, come vittima arresa
alla straziante presa della cattività,
perché il tuo passo oscilla come l’ascia che pesa
fra le mani del boia prima della caduta,
ed io vorrei morirti, creatura artificiale,
fra le zanne, gli artigli, la tua pelle-valuta,
irreale invenzione di chirurgia, ideale
sogno di forma pura, angelico complesso
di sesso sesso sesso sesso sesso.

Al termine della lettura sono arrivate le domande dal pubblico, per lo più composto da docenti delle superiori.

La prima: quali sono i valori in cui credi?

«Per me valori sono la solidarietà e la compassione».

La seconda era sulla sua poetica, che a una lettrice attenta, presente in sala, è sembrata mutare negli ultimi libri.

«Ho cambiato poetica, sì – conferma Magrelli. – Perché è cambiata? Sanguineti diceva che si scrive poesia per antipatia e la Szymborska preferiva la vergogna di scrivere poesie alla vergogna di non scriverne. C’è stata una svolta, che ho raccontato nel «libro-ornitorinco» La lingua restaurata e una polemica. Otto sonetti a Londra (Manni, 2014), in cui, nella seconda parte, inscena un dialogo fra Machiavelli e il Tenerissimo [già presente nel libro Il Sessantotto realizzato da Mediaset (Einaudi, 2011)], che ha necessitato di una consulenza di avvocati penalisti prima di essere pubblicato. Il viaggio a Londra, di cui parla nella Lingua restaurata, mi ha fornito l’occasione per prendermela con l’Italia mafiosa e clericale dove per “si chiudono molti Istituti di Cultura… E se invece diminuissimo gli stipendi dei DUECENTO DIRIGENTI STATALI CHE GUADAGNANO PIÙ DI OBAMA?”. Insomma, sono diventato polemico. Morirò nelle BR, ma ho troppo da fare per andare in carcere.»

Terza domanda: cosa ne pensa della situazione di scarsa visibilità della poesia contemporanea?

«La TV ha mollato gli ormeggi. È stato proposto Marzullo come direttore dei programmi Rai: è una cosa inaudita. La TV dovrebbe dare voce alla poesia, ma la divulgazione è pessima. Dal punto di vista della produzione, invece, la situazione non è affatto cattiva: ci sono molti giovani e riviste telematiche.»

A proposito di TV anche a me viene in mente una domanda.

Fra i poeti italiani negli ultimi anni lei è quello che ha avuto più visibilità in TV, grazie soprattutto alle sue apparizioni nelle trasmissioni condotte da Fabio Fazio, inoltre ha spazio nei più importanti quotidiani nazionali, per cui non sarebbe meglio, invece di insistere su ciò che divide poeti e cantautori, che lei intervenisse in pubblico per aiutare a individuare ciò che li accomuna, ovvero la parola poetica?

«È vero, ha ragione, è più saggio di me: ci sono cantautori che hanno una notevole capacità di scrittura, come Conte, ma la situazione è talmente sbilanciata: al poeta viene da difendersi! Anche con eccessi. Il margine, però, c’è e sono le parole in musica: la musica spesso nasconde testi molto esili. La poesia senza musica è il salto in alto, la poesia in musica è il salto con l’asta. La musica amplifica, deforma. L’opera dei cantautori è radicalmente diversa. Il filetto è diverso da una partita a scacchi. Detto questo tra i due ambiti dovrebbe esserci meno animosità.»

Quinta domanda dal pubblico: come affrontare la poesia a scuola?

«Deve essere varia. La poesia corrisponde a tutti gli stati d’animo, come ho cercato di mostrare prima, leggendo Hamdis e Belli. Bisogna dare conto della bibliodiversità di cui ha parlato molto bene, fra gli altri, Andrea Cortellessa.»

Sesta domanda: cosa può fare la poesia oggi?

«Zanzotto – ha ricordato Magrelli – parlava dell’impotenza della poesia, diceva che la poesia è focomelica. La mia teoria è che la poesia nasce in chi ha avuto problemi di sviluppo linguistico, nasce da una ferita. Ricordo gli studi del neurofisiologo Aleksandr Romanovič Lurija, che per tutta la vita ha analizzato solo due casi. Uno era un memorista, che aveva un rapporto fisico col linguaggio. Il linguaggio in me ha fatto cortocircuito.»

Valerio Cuccaroni

Per chi volesse approfondire il pensiero di Magrelli su poeti e musica, uno spunto interessante può venire da una puntata di Che tempo che fa dell’8 marzo 2014, in cui l’autore venne chiamato da Fazio a commentare l’uscita del libro + CD Nevica sulla mia mano di Lucio Dalla e Roberto Roversi, edito da Pendragon.

Vai all’archivio di Che tempo che fa 2013-2014 Valerio Magrelli, Antonio Bagnoli, Fiorella Mannoia e Marco Mengoni – Che tempo che fa 08/03/2014