Il mostruoso come gradiente ⥀ Su Un luogo soleggiato per gente ombrosa di Mariana Enríquez

Una recensione alla raccolta di racconti Un luogo soleggiato per gente ombrosa (Marsilio, 2025) di Mariana Enríquez, che ci riconduce ai contrasti della società argentina seguendo il filo rosso della femminilità

 

La cama inglesa (2020) di Guillermo Lorca García-Huidobro ritrae una ragazza appena oltre la soglia della pubertà, adagiata su lenzuola damascate color cipria e avvolta da coltri della stessa tonalità. Chinato su di lei, un leopardo le lecca la testa. Nelle sue labbra socchiuse affiorano sensualità e minaccia, ma nulla lascia intuire estraneità tra i due: la loro vicinanza appare quasi consueta. A ben vedere, un ulteriore – se non il principale – fulcro emotivo dell’immagine si trova nello sguardo, sorprendentemente consonante, che i due rivolgono all’osservatore. Cosa vedono? Quale effetto produce in loro questa visione e, al tempo stesso, l’essere guardati? È in questa frontalità – e nella sospensione irrisolta degli interrogativi che suscita – che la scena concentra la propria tensione.

 

Mariana Enríquez

 

Una dinamica analoga, nei suoi effetti e nei meccanismi che la sostengono, attraversa anche l’ultima opera di Mariana EnríquezUn luogo soleggiato per gente ombrosa, cui il dipinto di García-Huidobro fa da copertina tanto nell’edizione spagnola quanto – scelta molto felice – in quella italiana pubblicata da Marsilio. Nella nuova raccolta, Enríquez dispiega diverse manifestazioni di mostruosità, disequilibrio o indeterminismo. Più che restare sospesi tra repulsione e attrazione, però, siamo toccati da qualcosa di più sfuggente: una forma di compartecipazione. Sia nel dipinto sia nei racconti, ci scopriamo inglobati come parte attiva di un dispositivo che non contrappone ciò che turba a ciò che rassicura, ma li lascia scorrere sul medesimo spettro, fino a rimandarci – in qualità di osservatori – a ciò che guardiamo.
Procediamo però con ordine.

Nei dodici racconti Enríquez ci riconduce ai contrasti della società argentina contemporanea, disponendoli lungo gli assi a lei più cari: città e campagna, centri e periferie urbane, precarietà e benessere economico, Argentina ed estero. Filo unificante della raccolta – più nitido che in passato – è il corpo femminile. La voce narrante è quasi sempre femminile, e femminile è il corpo su cui si concentrano processi metamorfici di diversa natura. Alcuni di essi, spesso descritti in presa diretta, investono il volto – quella parte che, per riprendere Hans Belting, rappresenta il corpo e ne filtra la presenza nello spazio sociale –, che vediamo imputridire, liquefarsi, sigillarsi. Altre trasformazioni, invece, sono agite attivamente dalla narratrice: come l’innesto di un mioma prelevato da un utero che diventa impianto dorsale da sauro-cyborg. Vi sono poi corpi che hanno già oltrepassato una soglia definitiva, per lo più la morte: presenze fantasmatiche che ritornano per instaurare legami profondi – erotici, filiali, compassionevoli, di rispecchiamento – soprattutto con le donne capaci di accoglierli.

Accanto a questa centralità del femminile, le trasformazioni e le vicende a essa connesse presentano una sorprendente omogeneità di costruzione. La narrazione, spesso diaristica o fattuale, è quasi sempre in prima persona e segue cambiamenti progressivi, per lo più minimi, o comunque riferiti con un tono minimizzante, come se appartenessero all’ordinario. Ne nasce una prima forma di compartecipazione: il lettore percepisce la metamorfosi dall’interno, insieme a chi la racconta. Ne condivide l’ansia, un’ansia di passaggio, simile a quella del dormiente che si rigira – per dirla con Deleuze – e avverte i microcambiamenti che conducono da uno stato all’altro.
In questo scivolamento affiora spesso qualcosa di mostruoso o di squilibrato, ma ciò che si prova è l’inquietudine del processo, non l’orrore, il terrore o lo stupore. Nei racconti di Enríquez, la metamorfosi accade senza attivare tali complessi emotivo-cognitivi. Perché?

Secondo Lorraine Daston, il mostruoso, il disequilibrio e l’indeterminismo segnano la rottura di tre forme di ordine che la tradizione occidentale ha inscritto nella natura: l’ordine delle specie, quello dei luoghi e quello delle leggi universali. Quando questi ordini si incrinano, sorgono passioni altrettanto specifiche – orrore, terrore, stupore – nelle quali una sorta di doppia coscienza registra simultaneamente il dubbio («Può davvero accadere?») e il suo superamento («Sta accadendo, ed è orribile, terrificante o stupefacente»).

Nei racconti di Enríquez, invece, la metamorfosi avviene senza attivare questi complessi emotivo-cognitivi. È la continuità della trasformazione – più che la natura dell’evento – a determinare l’effetto emotivo. Non c’è infrangimento di una soglia, perché non c’è alcun ordine percepito come naturale. E se non c’è un ordine naturale da violare, non c’è neppure l’orrore che ne sancirebbe la rottura.
Ciò non significa che il mostruoso o l’indeterminato non esistano: al contrario, emergono continuamente. Ma non insorgono come forze che sovvertono un ordine: sono variazioni interne a uno stesso campo. Gli affetti di orrore, stupore e terrore vengono eliminati proprio perché viene meno il presupposto che li rende possibili: un ordine da infrangere. Rimane una continuità inquieta, una diluizione del mostruoso in una questione di gradienti, non di cesure.

In altri termini: il mostruoso e l’indeterminato non sono altrove rispetto al reale, ma stati contigui di una stessa materia. I gradienti più intensi non fanno che illuminare quelli meno appariscenti dello spettro. E ciò che rivelano, spesso, è ciò che era stato rimosso: dalla memoria dei luoghi – case abitate da altri, quartieri popolati da senzatetto e junkies, paesi periferici – o dalla memoria collettiva – la dittatura, le sue assenze, i suoi morti. Parafrasando il titolo, il mostruoso porta alla luce ciò che era rimasto in ombra: un’oscurità che appartiene ai personaggi tanto quanto li circonda.

La scrittura di Enríquez non mira a restaurare un ordine né a denunciarne la rottura: mette in scena un mondo in cui l’ordine non è mai esistito. Il mostruoso non irrompe, scorre. Non lacera, ma espone. Ed è il corpo femminile a rendere possibile questo svelamento: non solo luogo in cui la metamorfosi si manifesta, ma materia che ne lascia affiorare i gradienti. È in questo chiarore obliquo – che cade su chi ignora la propria ombra – che Enríquez dispone i suoi personaggi. E, in filigrana, anche noi.

(Antonella Angelini)

 

 

 


Antonella Angelini è scienziata politica e si occupa come ricercatrice e attivista di diritti del lavoro nelle catene globali del valore. In parallelo, porta avanti una pratica di scrittura creativa e di performance. Ha pubblicato materia soffice (Italic, 2021), collabora con saggi e recensioni su cultura e società a varie riviste nazionali ed è co-redattrice della rivista «Altri Animali».