Il quartiere cristiano di Erbil, Ainkawa, è una piccola Dubai nel cuore del Kurdistan iracheno. L’aeroporto internazionale distante pochi minuti in taxi (l’unico, per motivi di sicurezza, con un doppio terminal), hotel stellati e ristoranti à la page frequentati da diplomatici, uomini d’affari e giornalisti occidentali, condomini di pregio, negozi di lusso e polizia ad ogni angolo di strada. C’è anche una mezza dozzina di chiese, la principale, San Giuseppe ospita monsignor Bashar Warda, arcivescovo di Erbil. La sua diocesi un fortino, Ainkawa il feudo cristiano, baluardo contro la deriva islamica, almeno stando alle sue dichiarazioni: “Il  confronto tra religioni? Roba da leggere sui libri, la realtà è diversa. Dialogare con l’Islam è impossibile, me lo lasci dire. Ha visto cosa è successo a Parigi? Il Daesh è simile ad un cancro da estirpare; per farlo, il primo a prendere le distanze dallo Stato Islamico in maniera netta deve essere il mondo musulmano. Le autorità islamiche hanno condannato gli atti commessi dall’Isis, ma non il pensiero. Papa Benedetto XVI era stato profetico al tempo, quando aveva messo in guardia sulla crescente minaccia islamica. Le sue previsioni si stanno realizzando. Islamici e islamisti sono la stessa cosa, senza una separazione e le scuse alle vittime non si potrà mai aprire un vero dialogo. L’Occidente deve fare di più, militarmente parlando, essere più deciso e avviare una campagna di terra. Glielo dice un uomo di chiesa che tendenzialmente dovrebbe predicare la pace, ma vivere e professare qui, in prima linea, a due passi dal fronte, è tutta un’altra cosa. Papa Francesco? L’ho invitato a venire qui due volte negli ultimi sei mesi, lui, per ora, ha preferito altri luoghi non al centro delle attenzioni internazionali come Uganda e Centrafrica. Sono convinto che presto verrà”.

Venti giorni dopo il naufragio nel mar Egeo, avvenuto a poche centinaia di metri dalla costa dell’isola greca di Kos, i feretri di due famiglie cristiane, sei persone tra cui quattro minorenni (un settimo è ancora disperso), sono rientrati nel campo profughi Ashty 2, sempre ad Ainkawa, periferia nord di Erbil. Ad accoglierli, oltre alle autorità responsabili del campo e della diocesi, l’intera comunità di sfollati iracheni da Mosul, Tal Afar, Qaraqosh e altri centri finiti in mano dello Stato Islamico dopo l’offensiva tra la primavera e l’estate del 2014. In Europa, Italia compresa, dell’esodo degli iracheni minacciati dall’Isis si è parlato poco, argomento troppo distante dalle antenne dell’opinione pubblica. Nulla di troppo diverso, in fondo, a quanto già accaduto con il fiume di siriani scappati prima dal regime di Assad e poi vittime della follia del Califfato. Insomma, la prima lama solleva il pelo, la seconda lo taglia via. Secondo la Ong italiana ‘Un ponte per’, che nei campi profughi del Kurdistan ci lavora da tempo, la percentuale di chi lascia i campi per tentare la fortuna in Europa, rimpolpando le carovane di disperati attraverso i Balcani, è attorno al 20%. Il grosso dei profughi si divide tra chi spera di poter fare ritorno nelle proprie case liberate dai tagliagole o chi, al contrario, è convinto di restarci a vita dentro tende e moduli abitativi di emergenza. Tra chi ha sfidato il rischio c’erano anche le due famiglie sterminate, come altre migliaia di persone, dai gorghi del mar Egeo. Nel caso in questione la tratta via mare era tra Bodrum, in Turchia, e l’isola di Kos: “Erano diretti in Germania – racconta il fratello di uno dei capofamiglia -, forse in un secondo momento mi avrebbero raggiunto a Londra. Non ce l’hanno fatta. È toccato a me il triste compito di riconoscere le salme, riportarle a Erbil a bordo di un aereo e occuparmi dell’unico sopravvissuto della famiglia, mio nipote di 9 anni. Siamo tutti distrutti, il resto della famiglia probabilmente passerà il resto dei suoi giorni in questo campo ormai diventato una città. La guerra non finirà mai”. Durante la cerimonia i toni sono accesi, i familiari più stretti cedono all’ingresso delle bare nella chiesa ricavata sotto un tendone. Sull’altare monsignor Warda e il rappresentante della chiesa ortodossa, Nicodemus Daoud Sharme, non possono far altro che abbassare la testa e usare parole di conforto, palliativi. Urla disperate, la madre e la nonna della famiglia Mazena viene colta da malore, la accompagnano fuori dalla chiesa, seguita dalle bare incellophanate delle vittime, pronte per essere inumate.


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Pier Francesco Curzi è cronista per gli esteri del Fatto Quotidiano. Questa è la prima parte del suo reportage inedito sul suo recente viaggio nell’Iraq curdo.