Nella vasca c’era un pescegatto, tuttavia non si trattava d’un vero pescegatto ma di qualcosa che ci somigliava, o che almeno poteva somigliarci. Sembrava un enorme gatto grigio senza zampe, senza baffi, senza coda e con le pinne – due paia, uno anteriore e l’altro posteriore, che pagaiavano con regolarità; era lungo forse un metro e mezzo e pesava cinquanta chili. Nuotava a pelo d’acqua, sempre in senso orario, senza alzarsi né abbassarsi, dritto come un siluro. Aveva grandi occhi gialli socchiusi (che però non chiudeva mai del tutto), ciglia nere che gli conferivano uno sguardo più che umano e il manto simile a quello d’una lontra. Non si fermava né di giorno né di notte e nel suo moto si percepiva un elemento profetico, come una fatalità già realizzata eppure inesausta.

L’acqua era colma di luce e il pescegatto la fendeva con forza ed eleganza soprannaturali, con una nobiltà vasta come il bagliore delle stelle di là da venire. Il giardino era in pieno rigoglio, le piante umide, i fiori ardenti, gli alberi carichi di frutti; sulla destra la strada si perdeva dietro un piccolo bosco d’ippocastani quieti e polverosi, sui quali il fruscio ottico del vento tramutava le foglie in migliaia di carte da gioco rimescolate da un abile baro. Il bosco per qualche misterioso motivo sembrava lontanissimo, come se appartenesse a un’altra dimensione e fosse possibile vederlo solo grazie a una fantastica finestra, la finestra che separa ciò che crediamo da ciò che non crediamo.

Il pescegatto non si comportava in modo aggressivo, pure non mi sarei avventurato nella vasca, non ci avrei messo nemmeno la punta del dito, sarebbe stata una profanazione. Quello era il suo regno e non si poteva violarlo, ne avevo la certezza assoluta che inducono i fenomeni superni. Entrare nella vasca equivaleva a lordare una parte preziosa e segreta di cui si è dimenticata la forma ma non l’esistenza, un’ombra che fugge su un muro nel primo pomeriggio, quando le città si svuotano. In effetti non vidi laggiù nessuno se non il pescegatto; il pescegatto e il riflesso del mondo, e basta.

Sull’aiuola e in strada non passava anima viva; l’aria era ferma, in ascolto finanche di sé stessa. La casupola che sbucava fra gl’ippocastani – un balcone rugginoso, una finestra con l’imposta rotta e penzolante, un portico sepolto d’edera – era senza dubbio disabitata benché a volte, specie al crepuscolo, s’udisse salire di là il rumore d’una zappa che affonda nel terreno, e perfino qualche sghignazzo. Tuttavia l’aspetto più singolare consisteva nell’irraggiungibilità della casupola: anche a camminare per ore e ore essa restava fuori portata, come una visione nella febbre d’un sogno. Il pescegatto fluttuava sotto la superficie dell’acqua increspandola appena a dispetto della mole, compiendo i suoi giri felpati sempre alla medesima velocità e sempre in senso orario; creava così una scia d’argento che si perdeva nel liquido, ipnotico oblio della ripetizione, ma questa ripetizione non aveva nulla a che fare con l’idiozia; era anzi il sintomo di un’ineffabile sapienza.

Poi s’approssimò alla vasca, scaturendo da un cespuglio di vivide rose rosse, un bambino. Non si sa chi fosse né di dove venisse. Gattonava, poteva essere nato un minuto prima (ma in tal caso come riusciva a gattonare?). Era nudo, maschio, bello e calmo. Le sue guance somigliavano a pagnotte croccanti, i suoi sottili capelli biondi a polvere magica, il suo pene a un campanello fatato. Il bambino giunse fin sul bordo della vasca e s’arrestò, tendendo verso lo specchio d’acqua le piccolissime mani; e quando il pescegatto passò il bambino fece per accarezzarlo. Il pescegatto aprì la bocca – una bocca immensa, fitta di denti acuminati e incredibilmente fonda – e proseguì.

Il bambino, stretto alla groppa del pescegatto, volava adesso felice verso il sole, e fece il proprio ingresso nel carnoso segreto del tramonto svanendo tra sfilacciate nubi rosa e oro, gonfie di promesse che con ogni evidenza non erano poi tanto remote. Quindi rise. Lo sentii con chiarezza mentre le fronde diventavano azzurrine e l’aria scuriva e rinfrescava migrando altrove, in un luogo e in un tempo ove purtroppo una così gloriosa innocenza e un così terso coraggio verranno dimenticati per sempre.