Era sera, pioveva di brutto.
Stavo scrivendo al computer, mio padre mi ha chiamato e mi ha detto: «Non ce la facciamo più, né noi né lui. Lo porto in ospedale, ti aggiorno».
Il tono era grave, sosteneva il peso di un dispiacere: un senso di colpa e d’impotenza, inesorabile.
Mio fratello soffriva di depressione da tempo, ma aveva cercato di far finta di nulla, come se non fosse una patologia da affrontare con fermezza e serietà.
Aveva lottato da solo, cercando di spazzarla sotto un tappeto segreto e personale, e aveva finito per diventare via via sempre più piccolo, all’ombra di angosce e paranoie sempre più grandi.
Quando finalmente si era arreso e aveva chiesto aiuto, era troppo tardi per tentare un rimedio graduale.
I miei genitori sono anziani ormai, io vivo altrove da anni, con mio fratello spesso ci sentiamo solo per telefono, se non addirittura via messaggio: non ci eravamo accorti di nulla, e adesso era tardi.
«Va bene», ho risposto, laconico, dopo alcuni secondi di silenzio reciproco.
E ho aggiunto: «Mandami un messaggio, dopo. Fammi sapere quando hai fatto, e se serve qualcosa. Io verrò domani in mattinata. Saluta la mamma».
Ho fatto fatica a prendere sonno, cosa più unica che rara.
Ma alla fine sono crollato, sono finalmente scivolato nell’incoscienza, e dopo un attimo era mattina. Mi accade così, da sempre: non sogno mai. O meglio, non ne ho mai ricordo né percezione: un attimo prima sono al buio con la testa sul cuscino, un attimo dopo mi sveglio, tac, possono essere passati tre minuti come otto ore. Chissà dove vado, chissà chi incontro, chissà che strada faccio, con questa mia testa, ogni notte, di nascosto da me.
La mattina seguente mi sono alzato e sono partito abbastanza presto, albeggiava: dopo quattro ore di macchina e un caffè doppio, eccomi di nuovo in questa mia vecchia città. Me ne sono andato da dieci anni, mi sembrano cinquanta. Quando torno mi piace, quando sono lontano non mi manca mai.
L’ospedale è in periferia, molto vicino al casello autostradale.
Il reparto di psichiatria è un padiglione esterno rispetto all’enorme edificio principale, ci saranno certamente motivazioni logistiche, ma nella mia testa assomiglia tanto a un non superamento della legge Basaglia: via i matti, i depressi, gli esauriti, via. Non li vogliamo vedere né sentire. Via. Lontano, rinchiusi in un reparto che è una specie di ghetto, in un anonimo caseggiato disperso nel grande parco dell’Ospedale Maggiore.
Seguo le indicazioni nei cartelli a forma di freccia lungo il dedalo di vialetti che stanno dietro al plesso principale, il messaggio di mio padre dice che l’orario di visita va da mezzogiorno alle due: sono undici e mezza quando arrivo alla palazzina del reparto psichiatrico. Entro.
In realtà, accedendo dall’esterno, ci si ritrova in una specie di enorme sala d’aspetto, con qualche scarno arredo e le classiche poltroncine imbottite.
Il reparto vero è dieci metri più avanti, dietro a quella doppia porta chiusa a chiave, con i vetri acidati, e il grande cartello che riporta gli orari di visita e la procedura da seguire per accedere.
Bisogna comunque farsi aprire dagli infermieri suonando il campanello, sono in anticipo e quindi mi siedo e aspetto. Prendo il portatile: approfitto per controllare la posta e riordinare un paio di appunti.
Sento scattare il chiavistello della doppia porta, alzo istintivamente lo sguardo dallo schermo del mio computer: dal reparto escono un uomo e una donna, mentre sullo sfondo alle loro spalle faccio appena in tempo a vedere un infermiere corpulento e con un viso famigliare che provvede immediatamente a richiudere a chiave. Lo conosco, credo. L’infermiere, dico. Lo conosco, ma adesso su due piedi non saprei dove andarlo a riprendere per potergli dare un nome e una collocazione.
La coppia viene verso di me, lui in ciabatte e pigiama, di quell’azzurrino stinto che ha la tristezza quando comincia a chiamarsi rassegnazione, lei truccatissima e molto ordinata, un bel paio di occhiali con montatura rossa, l’andatura nervosa e quasi marziale: i suoi tacchi rimbombano a ogni passo in quell’anticamera di attesa, mentre con voce un poco petulante incita l’uomo e lo invita a sbrigarsi.
Mi pare fin troppo severa nei modi e nei toni, ad ogni modo si siedono a qualche poltroncina di distanza dalla mia e mi preparo a rimettere gli occhi al loro posto, sullo schermo del mio portatile.
C’è qualcosa che non torna, nel modo quasi caricaturale con cui lei lo stordisce di domande, con un tono di voce che è una via di mezzo tra il rimprovero incalzante e la rassegnazione disperata: sembra arrabbiata, ma al contempo sconfitta. Sul punto di crollare da un momento all’altro in un pianto inconsolabile.
«Norberto? Siediti Norberto. Dai, su. Siediti. Norberto. Mi ascolti? Dai, su. Siediti. Norberto? Hai chiamato Maurizio?»
Lui è rigido, inebetito, non saprei dire se per la patologia, per gli effetti collaterali dei farmaci, oppure per il tono di lei, così fastidioso, lamentoso e pedante.
Ciondola stancamente sul posto, ma è ancora in piedi.
Lei torna alla carica, lo sgrida di nuovo: «Norberto, insomma! Ma mi senti? Dai, su! Siediti. Uff… ma come faccio, mi dici come faccio? Dai, siediti. Ecco. Bravo.»
Norberto si siede, balbetta qualcosa.
«Allora? Hai chiamato Maurizio, Norberto? L’hai chiamato? O no?»
Nessuna reazione.
«Insomma, ma perché non lo hai chiamato? Eravamo d’accordo, ne avevamo parlato. Insomma. Mi dici cosa devo fare con te, Norberto?»
Sono incapace di assentarmi, ho gli occhi sul mio schermo ma non riesco a fuggire da questa faccenda che accade a tre metri da me.
«Adesso lo chiamiamo insieme Norberto, se non lo chiami tu lo faccio io. Maurizio ti può aiutare, è un tuo collega, però è anche uno importante. Per i capi, dico. Insomma Norberto. Glielo devi dire, devi dire che non stai bene e che hai bisogno di tempo. E di aiuto. Di tempo e di aiuto, Norberto. Con tutto quello che hai fatto per loro, Norberto! Mi sembra anche il minimo, insomma.»
C’è qualcosa, in questa voce ossessiva e petulante, che mi ricorda le sgridate lunghe e accorate che mi faceva mia nonna quando ne combinavo qualcuna di particolarmente grave: avevo cinque anni però, mentre l’amico Norberto, qui, pare più che cinquantenne.
«Dai, prendi il cellulare. Ecco Norberto, ecco il cellulare. Ti ricordi come si usa? Tienilo in mano, dai. Su. Devi sforzarti di aiutarmi, di aiutarmi ad aiutarti, Norberto. Dai.»
Lui farfuglia qualcosa, credo di capire che preferisca mandare un messaggio.
«Però lo scriviamo insieme, dai, su, prendi bene in mano il cellulare. Scrivi. Ti ricordi come si fa? Ecco. No. Non quel tasto lì. Aspetta! Uff!»
Lei gli prende il telefono di mano, armeggia con espressione scocciata e sul punto di crollare. Alza anche gli occhi al cielo, platealmente. Sembra quasi un gesto teatrale, una comunicazione non verbale ad uso e consumo di un pubblico immaginario e non troppo selezionato. Chissà, forse si è accorta che li sto guardando, seppure con la coda dell’occhio: forse la recita è per me.
«Dai, ecco» gli dice ancora, mentre gli restituisce il telefono.
«Scrivi, Norberto. Su. “CIAO, VIRGOLA, MAURIZIO”. La virgola, Norberto, la virgola. Devi schiacciare quello lì, ecco. No, quello lì. Dai. Su. Forza. “CIAO, VIRGOLA, MAURIZIO”. Ecco.»
Mentre lei prosegue nella dettatura, con quel suo tono così piagnucoloso da sembrare uno dei personaggi caricaturali della compianta Anna Marchesini, mi vibra il telefono in tasca. Guardo il display, è mia madre. Sono un poco riluttante, esito: non mi piace parlare al telefono in pubblico. Mi alzo, e mentre rispondo mi incammino verso l’uscita: probabilmente il povero Norberto e la Signora Lamento non mi avrebbero neanche calcolato, ma preferisco così.
Quando rientro, poco dopo, col messaggio hanno finito: lei gli tiene una mano, naturalmente piagnucolando al contempo una serie di raccomandazioni e istruzioni, mentre il povero Norberto incassa, apparentemente senza sforzo.
Si sente di nuovo il chiavistello della porta del reparto, i due si alzano e si salutano: lei piagnucola una sfilza quasi infinita di “dai-su-forza-mi-raccomando”, lui annuisce lentamente, lo sguardo perso nel vuoto.
Dalla porta del reparto, l’infermiere li guarda bonariamente: Norberto gli fa un cenno con la mano, poi si gira e si avvia verso l’uscita con quel suo passo lento e trascinato. Lei si incammina verso l’ingresso del reparto, col suo passo nervoso e marziale, supera l’infermiere e rientra.
Io rimango sconvolto, l’infermiere fa un passo verso di me e mi dice: «Tutti i giorni così. Lui parcheggia qui fuori, si mette il pigiama e le ciabatte e viene dentro a incontrare la sorella. Recita la parte del malato, così lei si sente utile. Una specie di gioco di ruolo, una terapia un po’ stravagante ma qualche minimo risultato pare lo dia. Poi ecco: quando hanno fatto, lei torna in reparto e lui esce. Va in macchina, si cambia di nuovo, e torna alla sua vita. Quale che sia.»
Io sono basito, lui mi sorride.
«Devo vedere mio fratello», gli dico.
«Lo so. È arrivato stanotte. Ti accompagno.»
Mi sorride ancora. Non ho ancora capito bene chi sia.
Entriamo in reparto, richiude a chiave la doppia porta alle nostre spalle.
Mi fa strada. Lo seguo.
«Ma la sai, la cosa più grottesca? Lui non si chiama affatto Norberto».

 

Entrambe le fotografie in questo racconto sono di Strefania De Chirico | ex manicomio di Ancona | dal progetto “Ankonistan”