Vincenzo Frungillo recensisce Posti a sedere (Valigie rosse, 2019) di Luciano Mazziotta.

Nei libri di Luciano Mazziotta è riservato sempre particolare attenzione al rapporto con i luoghi, la sua prima raccolta parlava di città, il secondo libro, Previsioni e lapsus, conteneva invece una ricognizione poetica sugli spazi urbani di Berlino. Ricordo di avere accostato in un breve intervento critico su questo libro alcune visioni del testo ad un famoso romanzo distopico di Ferdinand Bordewijk, Blokken, che parlava di alienazione e metropoli. In Mazziotta, i blocchi abitativi erano riprodotti graficamente in sequenze prosastiche e, oltre alla designazione di rioni o quartieri, designavano una condizione psicologica particolare; erano il blocco emotivo o, come direbbe Lacan, il “distacco emotivo” (di recente ben argomentato da Arturo Mazzarella in un suo saggio critico sulla letteratura dell’inesperienza) che rende gli spazi urbani residui, sporgenze. Previsioni e lapsus riguardava un vissuto tra gli interstizi, un possibile residuo vitale. Il libro tendeva verso la poetica del cosiddetto intra-realismo. In questo nuovo libro, Posti a sedere, l’occhio del poeta si sposta dall’esterno all’interno: gli spazi diventano quelli domestici. Il nucleo abitativo è ora un’allegoria dell’abitare in senso ampio. Mazziotta scrive spinto da una necessità anche generazionale, tanti sono gli autori suoi coetanei che si sono cimentati con il domestico come forma della precaria condizione dell’uomo nel secolo ventunesimo, riuscendo a dare un respiro nuovo e definitivo a questo tema. La raccolta riesce a sublimare questo argomento grazie ad una felicissima vena creativa. In Posti a sedere lo spazio abitativo si gioca nella dialettica tra due conviventi, per citare un’espressine del poeta, “nel pendolo” che si instaura in questa forma identitaria e biunivoca. Ciò che emerge fin dalla poesia iniziale è però uno sguardo estraneo, il fantasma ai lati del pendolo. La coppia è vissuta da un elemento esogeno, da un due diventa un tre: “In casa c’è quello che occorre/ tre facce/ due parlano e l’altro li osserva.” Al di fuori dall’identità di coppia, c’è l’occhio che osserva, è la prospettiva dubbiosa sulla struttura fissa. Nel proseguo della raccolta questa terza persona diventerà gradualmente la morte, il nulla, il sottosuolo che preme. L’altro è quindi il fantasma, l’alienazione, nel gioco di coppia. Ricordiamo che la parola alienazione indica sia l’espropriazione del privato che l’alieno. Andrea Inglese aveva evocato questo archetipo contemporaneo in un suo bel prosimetro (Commiato da Andromeda) con il termine “mostro”. Scrive Mazziotta “nella casa non abiterà mai nessuno”. C’è una negazione dell’abitare. Anche le categorie temporali si annullano, non c’è presente, non c’è passato, non c’è futuro. Ciò che resta è la parola, prima dei luoghi, lo spazio del linguaggio, “lingua ametista malachite corallo:/ noi non siamo all’interno di un futuro”, recita un bellissimo distico della prima sezione. Dunque, quanto resta è la lingua, ancor prima della casa, prima della convivenza. Lo spazio che nasce dalla presenza dell’altro sono i distici che Mazziotta calibra con piglio neoclassico, sono i calchi che conservano una verità antica. Si crea una sovrapposizione tra vita naturale e vita artificiale, un trompe-l’oeil in cui i due amanti credono di abitare. Nella sezione dal titolo Questo posto la casa ricorda la scenografia teatrale della La classe morta in cui Kantor piazzava sul palco delle sedie occupate da identità fantoccio, manichini. I personaggi sono dunque assorti in una dinamica più profonda. La casa della vita insieme presenta delle frane, le pareti scricchiolano, penetra acqua dal pavimento, il mobilio è invasa dalle cimici. Queste presenze sono proiezioni dell’altro, ma l’alienazione non è semplicemente economica o sociologica -questa raccolta è ben oltre i versi sul precariato- qui la verità arriva di spalle, come recita il titolo di una sezione del libro, così come il nulla si palesava alle spalle di Montale. Trovare una simbiosi tra una poetica materialista e una poetica storicamente più attenta alla situazione esistenziale dell’uomo, senza per questo abbandonare il piglio politico dell’espressione poetica, è anche una caratteristica tematica, oltre che stilistica, di Mazziotta. La convivenza quindi diventa il microcosmo in cui saggiare l’irruzione della morte e dell’odio come forza non dipendente dalla volontà del singolo. L’odio, la violenza, la morte sono espressione di una volontà inconscia che non permette la fissazione in una struttura naturale. L’effetto è quello di una realtà sfibrata, fratta, come se fosse una foto con un’esposizione troppo lunga. Nella sezione Fanno spazio i versi sono ricchi di anastrofi, i nomi si accostano gli uni agli altri e il verbo è spostato alla fine frase come se fosse sintassi della lingua tedesca. Questo procedimento riproduce l’effetto di un cozzare delle cose tra di loro, come se fossero faglie della dinamica della tettonica a placche; al di sotto preme il magma, l’indistinto: “una camera da letto gli inquilini in prospettiva/ la domanda di un supporto cui almeno uno dei due/ preannuncia una catastrofe in forma di sospiro”.

Trionfo della morte, particolare, Palazzo Abatellis, Palermo

Nella sezione Una data, le pulizie domestiche sono l’occasione per il sopravvento “di farfalle grigiastre terme falene comparse”, sono un affresco di “un ambiguo Rinascimento”. Ma il vero “trionfo della morte” avviene nella sezione Case museo in cui la cripta dei Cappuccini di Palermo diventa allegoria macabra della casa. La visione iniziale del libro si allarga in campo aperto, si sposta nella città natale del poeta fino a far visita al quadro famoso che rappresenta la morte a cavallo. L’origine, il luogo natale, è segnata con il simbolo mortifero. Come avverte lo stesso Mazziotta, non abbiamo nel libro una vera ecfrasi, ciò che viene cantato è ancora la propria situazione esistenziale. L’autore ci avverte che è egli stesso “a scagliare le frecce”, a minacciare il luogo e lo spazio della convivenza. Questa sezione richiama alla memoria per analogia le opere dell’artista svizzero Rudolf Stingel, che allestisce spazi museali con arazzi o tappeti come se ci si trovasse nel salone di casa sua o nel suo studio. In una di queste istallazioni le pareti sono coperte dai soliti tappeti ma su di essi è poggiata una gigantografia che ritrae l’artista disteso sul letto quasi fosse agonizzante; in un’altra installazione una foto di una statua lignea del trecento che rappresenta il trionfo della morte poggia su un fantastico tappeto persiano. Anche in campo aperto, quindi, Mazzotta non fa altro che inquadrare i luoghi con la lente rovesciata del linguaggio, così come egli stesso avverte, “ciò che è vicino appare lontano”. Tutti gli spazi sono proiezione dello sguardo raggelato della parola o, meglio, la parola poetica è la finzione che permette di sopravvivere alla mancata realizzazione della natura. La sezione che segue si intitola Stillstand, parola tedesca che significa stasi ma che è anche la “frazione di buio anteriore allo scatto” ossia una tecnica fotografica che permette di raffigurare i soggetti sgranati, come se fossero fantasmi; quasi a ricordare che la supposta raffigurazione naturalistica è un pregiudizio cartesiano. Ancora una volta l’apparente naturalezza dello spazio scenico, la casa, manifesta quanto essa sia finzione e quanto la finzione, piuttosto che bugia, sia artificio, tecnica di sopravvivenza, zattera su cui navigare. In questo ancora una volta c’è la saggezza antica, greca se non biblica, tanto ben mimetizzata nella poesia di Mazziotta. La tecnica, anche quella poetica, è gestione del finito (di ciò che finisce). Nell’ultima sezione del libro abbiamo un piano sequenza, per citare proprio il titolo dell’ultima scena del testo, in cui un’ipotetica camera cinematografica arretra sul suo binario fino ad arrivare dietro lo schermo producendo il più classico effetto della finzione che si fa realtà. (Basti ricordare su tutti il film Effetto notte di Truffaut). La quarta parete viene abbattuta, un po’ come avveniva nel libro di Giovanna Marmo Oltre i titoli di coda: “questo è un buon soggetto per una fotografia.” -recita la poesia di esordio della sezione- “un cinema vuoto ripreso dallo schermo/illuminato./ e non fanno fatica ad assistere. poltrone/ numero lettera nomi frattanto/ ridotti a tabù./ e pronunciarli sarebbe riempire la sala di occhi/ attratti dal bianco ./ e ondate di occhi/ sul noi spettatori monocromi.” Nel finale del libro Mazziotta ci mostra come nasce lo spazio e recita “il teatro fuori quadro”.

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Luciano Mazziotta è nato a Palermo nel 1984. Attualmente vive a Bologna, e insegna Letteratura italiana nei licei. Nel 2009 è uscita la sua prima silloge di poesie Città biografiche (editrice Zona) e nel 2014 Previsioni e lapsus, (Zona – Collana Level 48). Sue poesie e prose sono state pubblicate su litblog e riviste cartacee quali “Nazione Indiana”, “Nuovi argomenti”, “Le parole e le cose”, “L’Ulisse. Poetiche per il XXI secolo” e “Versodove 20”. Nel 2017 ha partecipato a Ricercabo, laboratorio di scritture di ricerca a cura di R. Barilli, N. Lorenzini e G. Pedullà.

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Immagine di copertina: La classe morta di T.Kantor  (installazione-museo Pasqualino, Palermo)