Il nulla è misura di tutto ⥀ Nemesis di Mike Wilson
Nemesis è l’ultimo romanzo dello scrittore argentino-americano Mike Wilson: un’apocalisse raccontata attraverso la distruzione di una città dove cosmologia, male e responsabilità umana si intrecciano fino a mettere in crisi ogni idea di ordine e di senso
«E separò le acque che stavano sotto l’espansione dalle acque che stavano sopra l’espansione. E così fu, e vide che era cosa buona».
È con queste parole che si apre Nemesis, l’ultimo romanzo dello scrittore argentino-americano Mike Wilson, pubblicato da Edicola Edizioni nell’elegante traduzione di Livio Santoro. Tutto – dal lessico al tono – sembra collocarci sul terreno familiare della Genesi. Il riconoscimento, però, inciampa sulla parola «espansione», la quale, più che nominare qualcosa, evoca un modo dell’accadere. La domanda che si impone – espansione di cosa? – resta senza risposta, così come resta opaco il giudizio che dichiara buono quel gesto di creazione. Basta questa minima alterazione perché il racconto biblico perda la propria evidenza. L’origine diventa un luogo che non può più essere abitato.

Quell’origine ormai inabitabile costituisce il primo dei due estremi cosmologici. L’altro è la fine. È qui, o meglio nell’esigua porzione di tempo che la precede, che Wilson concentra quasi per intero il racconto. Si tratta probabilmente di poche ore, ma la loro durata sfugge a una misura univoca. La scrittura entra nelle minime diramazioni di ogni gesto, come se nessuna delle sue conseguenze potesse essere trascurata, e distende talmente il ritmo degli eventi da sottrarli a una temporalità ordinaria. A più riprese riaffiorano frammenti della stessa cosmologia evocata dall’incipit: brevi affacci sull’origine che si incistano nel tempo della narrazione, introducendovi uno strabismo continuo tra il tempo infinitesimale dei gesti e quello incommensurabile della cosmologia. Ciò che accade nell’imminenza della fine viene così continuamente rimisurato dal tempo cosmologico.
La stessa alterazione investe anche la maniera in cui il mondo si rende percepibile. La scrittura segue il divenire prima che possa ricomporsi nell’unità di una coscienza. Serpeggia attraverso la città divorata dalla creatura emersa dal mare, spostandosi da un corpo all’altro, da un gesto all’altro, da una cosa all’altra. Ne deriva un’esperienza del reale che sfugge all’individuazione e circola attraverso le cose stesse. Soltanto sulla soglia della morte alcuni personaggi sembrano accedere, per un istante, a questo venir meno dell’individuazione. È così che uno di loro, spirando, riesce finalmente a vedere gli esseri umani per ciò che sono: «esseri che scivolano appena sulla superficie del tempo senza mai immergersi nelle fenditure di ogni singolo istante».
Se la percezione rinuncia a raccogliersi nell’unità di una coscienza, anche il racconto rinuncia a un centro di gravità. Nemesis procede per tessere successive, dedicate ogni volta a una diversa forma della vita urbana, come se la calamità dovesse investirla una a una. La città diventa così il principio che tiene assieme il romanzo: il luogo in cui il male visita progressivamente ogni modo dell’esistenza, e le vicende si dispongono al suo interno senza essere ricondotte a un disegno complessivo. Solo due traiettorie acquistano continuità: quella della vecchia zoppa, cui si lega il bambino assassino, e quella dei due fratellini che attraversano la città devastata dalla creatura emersa dal mare. Tutte le altre figure – la cosmologa, il forgiatore, perfino i ratti sbarcati dalla nave della calamità – rimangono invece isolate, senza che il romanzo senta il bisogno di raccordarne i destini: fili disuniti, fili semplicemente inghiottiti dalla fine. La vecchia zoppa continua a muoversi con intento e trema «al pensiero che una parte di lei persisterà in quella conca nera lasciata da un piede abominevole».
Sarebbe tuttavia un errore intendere le rinunce fin qui descritte come altrettanti dispositivi di avvicinamento alla fine. Al contrario, esse rimandano a una cosmologia in cui la creazione non riesce mai a espellere definitivamente il nulla. Wilson insiste su questa intuizione, dalla fisica del falso vuoto alla psicologia della mente bicamerale. Per questo l’origine non rimane confinata all’incipit, ma riaffiora nel corso del romanzo. Lo fa sotto forma di tracce, memorie imperfette, oggetti e personaggi che sembrano custodire il riverbero di qualcosa che non è più possibile ricostruire. Il nautofono, con il suo suono costante che accompagna la città, conserva l’eco opaca di quell’origine. Così anche la bambina è attraversata da ricordi che eccedono la sua esperienza, mentre la vecchia zoppa si rivela progressivamente come il luogo in cui quella remota origine torna a incarnarsi, fino a identificarsi con il principio stesso della bontà divina inviato tra gli uomini.
Questa cosmologia penetra nella fibra del romanzo fino a determinarne la stessa idea di apocalisse. «Prima del mondo c’era solo il vuoto, e così fu», scrive Wilson. Se la creazione non riesce mai a espellere definitivamente il nulla, la fine del mondo non può costituirne il rovescio. Presuppone piuttosto l’assenza di un atto creativo assoluto, capace di sottrarre definitivamente l’essere al nulla. È in questo senso che la cosmologia di Nemesis si rivela incompatibile con un’idea propriamente divina della creazione. Per questo, tra la fine del mondo e la distruzione di una città, o la morte dei suoi abitanti, non esiste una differenza di natura, ma soltanto di scala. «In ciascun corpo sprofondato ardono universi appena germogliati, innumerevoli genesi racchiuse nelle teste sommerse, nascoste nelle zone adali di un pianeta devastatore».
La città in cui si svolge il romanzo vale come una sineddoche del mondo intero: la sua distruzione non rappresenta una parte dell’apocalisse, ma l’apocalisse stessa osservata alla scala di un frammento di mondo. Allo stesso modo, la morte dei singoli personaggi non viene assorbita dall’immensità della catastrofe. Lo stiletto che affonda nel polmone del fratellino resta una tragedia.
In questa apocalisse umana, troppo umana, accade però anche altro. Il nulla non giustifica il male, né l’assenza di senso basta a svuotarlo. Se nessun ordine provvidenziale garantisce il senso dell’esistenza, ogni gesto resta interamente consegnato ai propri effetti. Le azioni continuano a produrre dolore, cura, distruzione e salvezza, senza che nulla possa riscattarle. L’assenza di un fondamento ultimo non attenua la responsabilità degli uomini: la rende più radicale. Ogni azione continua a propagarsi nel mondo, accumulando conseguenze che finiscono per ricadere su chi l’ha compiuta. Nemesis non è il ristabilimento di una giustizia trascendente, ma il nome che assume la concatenazione delle conseguenze.
(Antonella Angelini)
Antonella Angelini è scienziata politica e si occupa come ricercatrice e attivista di diritti del lavoro nelle catene globali del valore. In parallelo, porta avanti una pratica di scrittura creativa e di performance. Ha pubblicato materia soffice (Italic, 2021), collabora con saggi e recensioni su cultura e società a varie riviste nazionali ed è co-redattrice della rivista «Altri Animali».

