Jonas Staal nel 2015 ha avviato a Dêrik, nel Canton Cizîrê del Rojava, la costruzione del parlamento curdo: «un parlamento senza stato per una democrazia senza stato». I lavori sono terminati nel 2018, ne diamo notizia con un contributo di Staal, precedentemente pubblicato su Sicilia Libertaria, che ringraziamo per la concessione. 


Due gru si muovono circolarmente sopra una grande fossa nel terreno, sollevando dei pesanti, archi metallici neri, ricoperti da parole dipinte a mano: Yekani Regezi (parità di genere), Xwe-Bergîri (autodifesa). I vicini che abitano attorno al cantiere sono usciti dalle loro case per vedere la coreografia di gru, camion carichi di cemento e bulldozer – alcuni di questi macchinari sono decorati con le bandiere di partiti politici e comitati. Tra gli osservatori c’è Amina Osse, il ministro degli affari esteri del cantone di Cezîre, che guarda lo spettacolo insieme ad alcune donne delle forze di sicurezza locale. Osse è una delle forze trainanti del processo di costruzione, una dei suoi co-autori. La giornata volge al termine e la sua sagoma si fa più scura. Nella luce rimasta si vede una grande forma sferica che emerge di fronte a lei. Un globo costruttivista che ci auguriamo diventi un simbolo per un nuovo mondo in divenire.

New World Summit

Scrivo queste parole da Rojava, o Ovest Kurdistan (nord della Siria). Da alcuni anni, la mia organizzazione – Il New World Summit – si è dedicata alla creazione di piattaforme per movimenti politici senza Stato all’interno di istituzioni artistiche, teatri e spazi pubblici, da Berlino a Bruxelles, passando per Kochi in India, abbiamo costruito quelli che noi chiamiamo “parlamenti temporanei,” costruzioni architettoniche su larga scala in cui i rappresentanti di più di trenta movimenti politici apolidi hanno preso parola: baschi, catalani, amazigh, oromo e baluch, fino ai tamil e all’organizzazione rivoluzionaria della Papua occidentale.Oggi, molti di questi gruppi sono inseriti in liste di proscrizione, come conseguenza diretta della cosiddetta guerra al terrorismo. Abbastanza cinicamente, questo significa che attraverso l’inserimento nelle liste nere, chi è già senza uno Stato è reso doppiamente apolide. Bandire queste organizzazioni – ovvero metterle letteralmente “al di fuori” dello spazio democratico – ha molto a che fare con la minaccia che rappresentano allo status quo imposto dalla dottrina capitalista globale. Al New World Summit crediamo che, come artisti impegnati in politiche emancipative, il nostro compito sia di creare spazi per raccontare queste contro-narrative: spazi dove possiamo reimmaginare e rappresentare il mondo secondo la prospettiva dei senza Stato. Le linee di confine tracciate attraverso il Nord Africa e il Medio Oriente furono disegnate da burocrati e colonizzatori. Come ha detto l’artista Golrokh Nafisi è arrivato il momento di disegnare linee nuove: non definite dagli occupanti, ma dalla resistenza; non percorsi che isolano una nazione da un’altra, ma tracciati con nuove configurazioni che ci permettano di dare forma al mondo in modo differente.

La rivoluzione di Rojava

La rivoluzione di Rojava ha fornito al mondo l’immaginario politico che molte persone di sinistra, anarchici, eco-attivisti e socialisti libertari stavano cercando. A metà del 2011, quando il regime di Assad stava combattendo l’Esercito Siriano Libero nel sud, il vuoto di potere nel nord, la regione prevalentemente curda del paese, è stato colmato dai rivoluzionari di Rojava, che hanno dichiarato la loro autonomia. Un testo scritto collettivamente, il “contratto sociale”, ha chiarito i punti di partenza: Rojava doveva diventare un’entità senza stato in cui l’autogoverno, la parità di genere, la diversità etnica e religiosa, il diritto all’auto-difesa e l’economia comunitaria ne avrebbero formato i pilastri fondamentali. Da allora — nel mezzo di una guerra contro lo Stato Islamico, e circondati dalle forze del regime di Assad, dalle truppe russe e dalle “forze di coalizione” internazionali — i rivoluzionari di Rojava hanno iniziato a mettere in pratica i loro nuovi ideali di autogoverno. In anni recenti si è assistito alla nascita di innumerevoli parlamenti locali e comuni, forze di difesa auto-organizzate di quartiere, nuove università per gli studi di lingue e culture represse, lo sviluppo della “jineology “ (la scienza delle donne), centri culturali, e una nuova accademia di cinema. Queste attività tutte insieme formano una nuova ecologia sociale conosciuta come la Democratic Self-Administration of Rojava. La rivoluzione di Rojava è più di una rivoluzione armata — si tratta di una rivoluzione sociale e culturale. Frutto di decenni di teoria e pratica rivoluzionaria sviluppata dal Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK), e dal lavoro di Abdullah Öcalan che ha rappresentato una guida in questo processo. Dopo essere stato imprigionato dal regime turco nel 1999, ha cominciato a teorizzare modelli di autonomia che rappresentano un’alternativa al tradizionale paradigma dello stato-nazione. Arrivando alla conclusione che lo stato-nazione oggi non è altro che una “colonia del capitale”, Öcalan ha invece proposto un modello di “confederalismo democratico”, che ha descritto come “democrazia senza stato”. Il movimento delle donne curde è stato fondamentale nel sostenere questo rifiuto delle forme tradizionali di come deve essere uno Stato. La co-fondatrice del PKK Sakine Cansiz ha descritto come “fin dall’inizio” nel movimento rivoluzionario ci fu “una lotta ideologica contro il negazionismo, l’impronta di sciovinismo sociale e i primitivi approcci nazionalistici”. Öcalan e Cansiz hanno quindi ridefinito la nozione stessa di ciò che significa autonomia. Invece di seguire le condizioni dei colonizzatori e i loro progetti di costruzione dello Stato che gettano scompiglio e dividono, sono nati, attraverso la pratica della lotta rivoluzionaria, una serie di nuovi termini. Grazie a questo oggi siamo in grado di assistere alla democrazia senza Stato di Rojava. Molti giornalisti hanno descritto la Rivoluzione di Rojava come una sorpresa, come qualcosa di curioso che è emerso dal nulla, ma quelli che visitano Rojava vengono rapidamente riportati alla realtà: dietro ogni angolo, in ogni casa o comune, sono mostrati i nomi e le immagini dei martiri. Si è combattuto per ogni centimetro di Rojava, tanto nel passato come nel presente. Questa espressione è da prendere alla lettera: la liberazione dei paesi e delle città occupate dallo Stato Islamico è piena di trappole e mine, che a volte coprono centinaia di metri, con esplosivi collegati in serie che non possono essere fatti esplodere o cancellati, con cecchini e attentatori suicidi sparsi in modo tale da fare il maggior numero di vittime. I tanti giovani che hanno combattuto attraverso questi labirinti terrificanti sono quelli che rendono possibile un futuro per Rojava. Ogni idea, ogni conquista che ha dato forma a questo nuovo paradigma democratico è quindi legata a una memoria comune e a coloro che hanno contribuito a metterla in pratica. Il detto che “i curdi sono nati in lotta” è la dura realtà su cui si fonda l’immaginario rivoluzionario di un nuovo mondo. Quando con il nostro team del New World Summit siamo arrivati a Rojava per la prima volta, ci siamo sentiti testimoni di un progetto politico che noi – come artisti – non eravamo neanche in grado di immaginare. In una regione che ha sofferto per decenni il terrore imperialista e la costruzione di uno stato coloniale, era nato un nuovo e radicale immaginario democratico. Le rivoluzioni sono anche esplosioni di creatività; ci liberano dai termini vecchi e dalle formule, e aprono la possibilità a differenti modi di agire sul significato e le possibilità del nostro stare al mondo. Essenzialmente questo è ciò che ogni grande opera d’arte dovrebbe trattare. I nostri padroni di casa, il ministro degli Esteri Amina Osse e Sherman Hassan, rappresentanti internazionali del Partito di Unione Democratica, hanno voluto sapere tutto a proposito del nostro lavoro all’interno del New World Summit e dei parlamenti temporanei che abbiamo creato negli ultimi anni per i curdi e le altre organizzazioni apolidi. Una notte, guardando le foto delle nostre costruzioni architettoniche, Osse mi ha guardato e mi ha chiesto: “Dove sono questi parlamenti adesso?” – Io ho risposto: “Da nessuna parte, noi li costruiamo solo per i giorni nei quali hanno luogo i nostri summit internazionali: sono dei parlamenti temporanei.” Con una scintilla negli occhi ha sorriso e ha detto: “Se vorrai farne uno a Rojava, noi lo terremo per sempre”.

Un “parlamento” per la rivoluzione di Rojava

Quella sera, l’immaginario politico e quello artistico si sono incontrati. E quella stessa notte, Osse, Hassan, e il mio team hanno iniziato a disegnare e sviluppare un nuovo parlamento pubblico per la rivoluzione di Rojava. Ma, questa volta, come Osse aveva suggerito, sarebbe stato permanente. Abbiamo cominciato a tracciare linee. In questa occasione, non erano le linee di un altro stato, l’ennesima occupazione, l’ennesimo muro o separazione: come voleva Nafisi, si trattava di nuove linee. La prima linea che abbiamo disegnato ha stabilito che il Parlamento doveva essere uno spazio pubblico: un parlamento del popolo, accessibile in qualsiasi momento, a tutti i livelli e per tutte le organizzazioni che formano il sistema di autogoverno autonomo di Rojava. Il parlamento non doveva più essere separato dalla sfera pubblica, ma doveva diventare un tutt’uno con essa. La seconda linea che abbiamo disegnato ha stabilito che il Parlamento doveva essere circolare; un parlamento che rifiuta le gerarchie formali tra i relatori e il pubblico; un parlamento che abbraccia l’idea che la rivoluzione di Rojava rifiuta tutti i monopoli del potere. La terza linea che abbiamo disegnato ha stabilito che il parlamento doveva essere fondato su sei pilastri: sei archi metallici, ciascuno dei quali avrebbe sorretto un concetto fondamentale del contratto sociale che ha dato origine alla rivoluzione di Rojava. Scritti in lingua curda, araba e assira, questi pilastri avrebbero sorretto i principi fondamentali della rivoluzione, cioè il confederalismo democratico, la parità tra sessi, la laicità, l’autodifesa, il comunitarismo e l’ecologia sociale. La quarta linea che abbiamo disegnato ha definito che il parlamento sarebbe stato coperto da frammenti di sei bandiere: sei organizzazioni che formano la rete dei movimenti di base e delle coalizioni che continuano a modellare la rivoluzione di Rojava. Sei frammenti di bandiere che, una volta visti dall’interno del parlamento, formino un nuovo complesso, una bandiera rinnovata, in cui le stelle e i soli che decorano molti degli emblemi delle organizzazioni di Rojava costruiscano una nuova confederazione. La quinta linea che abbiamo disegnato è stata la forma complessiva che tutte queste componenti avrebbero dovuto costruire insieme: una sfera, un nuovo mondo. Attraverso l’immaginario rivoluzionario di Rojava, un nuovo parlamento è diventato possibile: un parlamento senza stato per una democrazia senza stato.

Il sole curdo

Ora il parlamento pubblico è in fase di costruzione*: per mano di artisti, lavoratori e altri rivoluzionari. Il cuore circolare di cemento del parlamento è diventato visibile, i primi archi sono stati eretti. Gli artisti, tra i quali Abdullah Abdul, ci aiutano a dipingere le enormi tele che copriranno la struttura. Il 17 ottobre 2015, una delegazione composta da ventisette ospiti internazionali si è schierata insieme alla popolazione di Derik e i rappresentanti dell’ amministrazione autonoma di Rojava per celebrare la creazione del parlamento. I rivoluzionari provenienti da Rojava si sono trovati fianco a fianco con vari rappresentanti del Partito nazionale scozzese, della Candidatura d’Unitat Popolar catalano, del Congresso Mondiale Amazigh dal Nord Africa, del gruppo di iniziativa femminista della Svezia e del Movimento Democratico Nazionale delle Filippine: una benedizione laica internazionalista per un nuovo mondo che si sta costruendo. Quando la musica è iniziata e le persone hanno cominciato a ballare intorno al nuovo parlamento sotto la luce del tramonto curdo, Osse si è alzata e ha guardato alla struttura in costruzione. Questa volta insieme a molti altri. Lo aveva detto lei stessa molte volte: “La nostra è una rivoluzione per l’umanità.” Sembra che il mondo stia cominciando a capirlo. Per noi è già chiaro. L’immaginario rivoluzionario di Rojava ci ha insegnato le profonde potenzialità di un mondo nuovo. E ora, noi, come artisti, speriamo di dare il nostro modesto contributo per creare un immaginario reale per tutti.

* Il parlamento è stato terminato nel 2018

Jonas Staal

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