HEGYESHALOM – Le più stravolte sono le famiglie coi figli piccoli. Si accasciano ai margini della strada in cerca di riposo, gli anziani hanno occhi spersi per la fatica, i più piccoli si aggrappano alle madri. Chiedono quando finirà la marcia. E se i padri fanno il gesto di chiedere un passaggio alle auto che sfrecciano, gli unici a catapultarsi sono gli agenti della polizia ungherese. Che dai loro pick-up coi lampeggianti spiegati intimano: “Stand up, stand up.” In pedi, non fermatevi, l’uscita dall’Ungheria è a meno di duemila metri, un passo dopo l’altro. Bisogna raggiungerla, e in fretta.

“Cosa ci succederà arrivati al confine con l’Austria?”, chiede un giovane siriano con una anziana parente in seggiola a rotelle di fianco. “La frontiera è aperta? E dove ci mandano? Ci registreranno? Andremo a finire in altri campi?” Del corteo non si vede la fine e pare che nessuno sappia nulla, le voci si rincorrono, le polizie di Croazia e Ungheria non hanno fornito alcuna informazione. Cova solo una speranza, che il peggio sia passato, che la parte più dura di questo viaggio dal Medio Oriente alla Mittleuropa sia ormai alle spalle.

Sono tutti siriani, iracheni, ci sono afgani, sono scesi da un treno arrivato alla stazione di Hegyeshalom, località di frontiera magiara a pochi km dall’Austria. Hanno viaggiato tutta notte e mattina per coprire un percorso di nemmeno 250 km, sono partiti dalla stazione ungherese di Magyarbly, alle porte con la Croazia. Il loro è solo uno dei tanti convogli approdati questi giorni, attraversando l’Ungheria occidentale da nord a sud, da confine a confine, senza fermate, scivolando sopra quel Paese a loro sbarrato da muri metallici, dopo che il Governo Orbán  ha chiuso l’accoglienza ai profughi. Ora non resta che andare avanti, oltre un’altra, ennesima tappa. Chi si è accasciato si rialza, e poi ecco l’arrivo, ecco i check point, ecco i militari austriaci, la polizei che incanala la folla. La gente si accalca sotto la tettoie di entrata. La tensione si scioglie, i giovani che viaggiano in gruppo ridono come in gita, in preda all’euforia. Le famiglie si stringono fra loro, torna l’ottimismo, si guardano come a dirsi “ce l’abbiamo fatta”. I volontari distribuiscono cibo e scatoloni di vestiti puliti, scarpe di ricambio. Quelle vecchie, oramai consumate dal lunghissimo cammino, vengono abbandonate per terra a mucchi, ognuna a raccontare una storia, un distacco. Chi ha abbastanza soldi con sè si mette in fila per prendere un taxi e proseguire verso Vienna, 60 km oltre. Si paga150 euro per salire in quattro, 200 in sei. I padri di famiglia pescano dalle tasche più profonde delle loro valige, tirano fuori banconote intonse. Tutti gli altri si accalcano pazienti verso un’altra fila, quella per i bus che trasporteranno i profughi nei campi di accoglienza sui confini settentrionali dell’Austria, in attesa di passare in Germania. Il campo di Nickelsdorf, lontano 5 km, è ormai pieno, mentre i tedeschi aprono i passi frontalieri a giorni alterni, e smistano i pullman principalmente nei Länder di Nordrhein – Westfalen, Bayern, Baden-Württemberg. “Nessuno vuole chiedere asilo da noi”, racconta il maggiore della Polizia austriaca mentre coordina le partenze: “Tutti puntano agli hotspot tedeschi (campi di identificazione e raccolta di impronte digitali, ndr)

Attraverso la frontiera di  Hegyeshalom sono passati ormai in 20 mila. “Ho deciso di partire da Damasco quando le bombe un mese fa hanno distrutto la mia università. Lì ho sentito che non c’era più speranza”, racconta Modar, un giovane dallo sguardo limpido. “L’Isis vuole ridurci ad animali – spiega un altro – avevo un negozio di vestiti. È stato mio padre a dirmi, vattene, salvati. Vai in Germania perché lì c’è futuro”. Un signore faceva lo sfasciacarrozze, arriva dall’Iraq del nord,  racconta in un inglese minimale: “Quelli del califfato mi hanno dato 18 frustate perché ho bevuto un bicchiere di whisky. Mia sorella, invece, è stata arrestata”. Sotto la tenda della Croce Rossa è un continuo passaggio. “Hanno problemi a gambe e piedi sfiancati dai chilometri”, spiega una dottoressa. Arriva un uomo preoccupato, agitato, non trova più la sua famiglia. “Al confine ungherese mio figlio aveva problemi di stomaco e mia nipote la caviglia gonfia. Mia moglie e mia sorella si sono fatte accompagnare in ospedale dalla polizia ungherese. Non tornano, sono passate cinque ore, non ho notizie, tra poco sarà notte”. Ma è impossibile reperire informazioni, le polizie dei due Stati non si parlano. Non c’è cooperazione. I primi a pagare la contrapposizione che si è trascinta per giorni fra Cancellerie sono proprio i profughi, costretti ad abbandonare le loro case in cerca di salvezza.

 

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Reportage pubblicato su Avvenire, il 25/09/2015

Foto di Marco Benedettelli