Il 29 luglio, al teatro Feronia di San Severino Marche, la Punta della Lingua ha omaggiato l’editore recentemente scomparso Massimo De Nardo della casa editrice per ragazzi/e Rrosse Sélavy, insieme a Chiara Gabrielli e Franco Arminio

 

Non sono riuscito a conoscere Massimo De Nardo di persona, ma da poco avevamo scoperto l’esistenza l’uno dell’altro, ci eravamo aggiunti sui social, sapevamo che ci saremmo stretti la mano nel giro di un paio di mesi, che avremmo portato un po’ di poesia nei nostri paesi. Doveva solo passare del tempo. Poi è arrivata la pandemia, il lockdown, e una sera è comparso su facebook un post che annunciava la sua scomparsa, ma non per Coronavirus come gli altri che sentivamo morire alla televisione.
Mesi dopo scoprii che quel post su Facebook lo aveva scritto la sua compagna, Chiara Gabrielli, che il 29 luglio, al Teatro Feronia di San Severino Marche, ha ricordato Massimo De Nardo insieme a Franco Arminio, che nel 2014 per Rrose Ssélavy aveva pubblicato Il topo sognatore e altri animali di paese, un libro per bambini e non solo, con le illustrazioni di Simone Massi.

A inizio serata, Chiara Gabrielli ha fatto ascoltare alla platea l’audio di una intervista che Massimo De Nardo aveva rilasciato a TG2000. Alla domanda su quanto sia difficile fare l’editore a Tolentino, De Nardo rispose:

E’ difficile perché quando esci raramente incontri qualcuno che sta facendo la tua stessa cosa. Non incontri l’editor, non incontri il correttore bozze, non incontro il giornalista, non incontri lo scrittore, non incontri l’illustratore. Però, la virtualità di questo mondo fatto di onde, che ci portano da un’altra parte, consente di stare un po’ ovunque. La condizione necessaria per sopravvivere anche in un piccolo paese come Tolentino crediamo sia la qualità di quello che tu fai, la qualità della scrittura, la qualità delle immagini e la qualità dello stesso prodotto, dal punto di vista prettamente tipografico. Queste difficoltà, che una volta riunivano gli artisti e gli intellettuali nei caffè, oggi non esistono più. Bisogna stare a Londra come bisogna stare a Tokyo, bisogna stare a Francoforte come bisogna stare a Tolentino, allora bisogna girare un po’ di più con la mente.

Massimo – come lo so io – sapeva quanto importante fosse internet e il virtuale, quanto questo possa aiutare a creare delle reti in una terra frammentata, non solo a causa del terremoto. La stessa sera, Chiara ha ricordato che uno dei suoi motti, che era anche di Massimo, era il seguente:

Secondo noi il tempo è qualcosa di molto più importante del denaro, perché il tempo ha a che fare con la partecipazione, con l’emozione e con i sentimenti.

Come dicevo all’inizio, non ci è bastato il tempo.

Di seguito riportiamo alcuni scritti in ricordo all’editore tolentinate. Il primo, scritto da Adriàn Bravi, è stato letto interamente sul palco il 29 luglio. A seguire gli omaggi di Sonia Possentini, Sandra Petrignani, Beniamino Sidoti e Bruno Tecci.
(Andrea Capodimonte)

 


 

Massimo De Nardo, il riparatore di fantasia

Adrián N. Bravi

 

Non ricordo quale sia stato il primo libro che ho letto in cui l’autore esce fuori dalle pagine e si siede sopra il libro aperto per parlare con il suo lettore. Forse il prologo che Cervantes aveva scritto per la pubblicazione della prima parte del Don Chisciotte, che durante la mia formazione scolastica era una lettura obbligatoria, e che comincia più o meno così:

Sfaccendato lettore, potrai credermi senza che te ne faccia giuramento, ch’io vorrei che questo mio libro, come figlio del mio intelletto, fosse il più bello, il più galante ed il più ragionevole che si potesse mai immaginare […]. Vorrei per altro, o lettor mio, offrirtela; pulita e ignuda, senza l’ornamento di un prologo, e spoglia dell’innumerabil caterva degli usitati sonetti, epigrammi, od elogi che sogliono essere posti in fronte ai libri.

Ho sempre amato gli autori che escono dalle loro pagine e ti prendono per mano. Penso a Vitangelo Moscarda, il protagonista di Uno, nessuno e centomila, quando parla di sé stesso con il lettore e a tanti altri che, a un certo punto della storia, decidono di prenderti per la giacchetta e portarti dentro il libro. Dunque, o escono loro, i personaggi, o ti trascinano dentro la storia per trasformarti in un ulteriore personaggio. Dipende dall’autore. Massimo De Nardo aveva la capacità di usare le due strategie insieme, perché creava le sue fantasticherie mano nella mano con i suoi lettori, ponendo loro interrogativi e problemi in modo da coinvolgerli direttamente nella vicenda, perché lui, come i grandi autori, era pieno d’incertezze e voleva andare avanti nella storia che stava scrivendo coinvolgendo, giustamente, anche il suo lettore:

Si era fatta sera. No, ecco, un tipo stava venendo dalle sue parti. Assomigliava al tipo mogano del treno (te lo ricordi?). Più avanzava, più diventava quel tipo.

Non era mica lui?

Avevamo deciso di allontanarlo da questa storia, e così l’abbiamo fatto scendere ad una stazione, tranquillizzando Martino. Cavolo e cavolaccio, ma è proprio il signor tipo quel tipo lì! E con gli occhi taglienti e le narici che pulsavano ad ogni respiro.

Che facciamo, lo lasciamo ritornare sulla scena?

Il tipo avanzava. Un’andatura non troppo regolare. Il border collie, che lo inquadrava mettendolo al centro del suo naso umido, abbaiò.

Che facciamo?

La verità è che se il tempo si combina non possiamo più fare molto.

È un dialogo che fa parte di Maffin, il suo primo romanzo per ragazzi, pubblicato nel 2016, dalla bellissima casa editrice Rrose Sélavy. In un altro racconto, invece, chiede consigli, come quando Nimbo, che di mestiere fa il riparatore di nuvole, trova uno stormo di uccelli intrappolato in una nuvola secca e rivolgendosi ai lettori chiede: Che fareste voi al posto di Nimbo?

Come molti autori cui si era ispirato, e penso a Sandro Penna, a Raymond Queneau, a Italo Calvino o a Marcel Duchamp (al quale ha voluto dedicare la sua casa editrice), è stato un grande catalogatore e classificatore, di nuvole, di parole perdute, di omografi, di sogni, di animali misteriosi, di tempi che si interrompono o si scombussolano e si sciolgono come gli orologi di Dalì. Catalogava e classificava anche i nomi propri e per ciascuno di questi metteva nelle mani di chi lo portava un mondo fantastico che doveva scoprire da solo. Sicuramente gli sarebbe piaciuto ricordare questo passo di Perec che si trova in Pensare/classificare:

In ogni enumerazione ci sono due tentazioni contraddittorie: la prima è quella di censire tutto, la seconda di dimenticare comunque qualcosa; la prima vorrebbe chiudere definitivamente la questione, la seconda lasciarla aperta; tra l’esaustivo e l’incompiuto, l’enumerazione mi sembra che sia, prima di ogni pensiero (e prima di ogni classificazione), il segno indiscutibile di questo bisogno di nominare e riunire, senza il quale il mondo (“la vita”) rimarrebbe per tutti noi privo di “storia”.

Massimo non risolveva i tuoi problemi, se dovevi riparare una nuvola ti dava solo gli strumenti per farlo, se dovevi capire la differenza tra i diversi significati della parola gelosia (in quanto sentimento o intesa come finestra), oppure la parola bugia (nel senso di falsa affermazione o in quanto lumino a olio), lui, Massimo, ti metteva davanti un professore di nome Niccolò che attraverso un gioco dialettico ti aiutava a districarti tra le parole. Non era la verità che interessava a questo professore di nome Niccolò, ma il metodo per capire la differenza tra una parola e l’altra, perché le parole, si sa, hanno un corpo, un colore, un odore specifico, a volte si incavolano pure, le parole, se vengono scambiate. Guai a confondere il riso con il riso.

Le sue storie sono sempre raccontate in forma piana ed elegante, come chi sfoglia lentamente un carciofo per arrivare al cuore delle cose, dove non c’è nessuna verità, ma solo un altro carciofo che devi sfogliare ancora. E questo processo lo fa con un umorismo sottile che non sfocia mai nel comico, ma resta lì, sul piano della fantasia. Ecco, Massimo ha fatto della fantasia un piccolo regno dove costruire le sue storie. Un regno con una fonte inesauribile di possibilità, dove un cane o l’orologio di una stazione o un chiodo che subisce i colpi di un martello prendono un’altra piega e si trasformano in altro da sé.

Spesso sono gli oggetti a testimoniare le cose, tristezze o disappunti che siano: una cassetta degli attrezzi o un trapano riferiscono, per esempio, che un altro oggetto, il chiodo Chiò, non vuole fare più quel mestiere per cui è stato concepito. Sì, perché Massimo non amava le verità statiche, in un foglio di carta come questo vedeva tante altre cose, un mondo fatto di infinite possibilità (Duchamp e la sua Fontana, firmata R. Mutt 1917, torna sempre in mente quando lo ricordiamo). E poi, lui sapeva meglio di chiunque che siamo fatti della stessa sostanza dei sogni, come voleva Prospero, ma condannati a sognare cose vere e tangibili che non si capiscono granché, ma possono essere fotografate, come faceva uno dei suoi personaggi, di nome Cliko, che aveva costruito un marchingegno simile a un casco asciugacapelli per trasmettere gli impulsi elettrici del nostro cervello.

Io non so quanta finzione c’era nella sua fantasia, so solo che nei suoi racconti apriva una porta dietro l’altra e stava a te, lettore, entrare o restare sulla soglia. D’altra parte, queste sono le regole della finzione. Lo spiega bene il capo della compagnia di danza, Boris Lermontov, in Scarpette rosse, un film del 1948, quando dice al direttore di orchestra: Mio caro Livy, nemmeno il miglior mago del mondo può tirare fuori un coniglio dal cappello se non c’è già un coniglio nel cappello. Ecco, questo coniglio siamo noi e se siamo già nella fantasia, disposti a parteciparne, la cosa migliore che ci può capitare è che proprio Massimo De Nardo ci prenda per le orecchie e ci tiri fuori dal cappello.

 

Adrian Bravi. Foto di Corrado Foffi.

 

Ho tanti ricordi di Massimo

di Sonia Possentini

 

Ho tanti ricordi di Massimo.
Ognuno prezioso attento, e che a tratti conservo in privato.
Il suo sguardo osservatore, appena spostato verso la forma delle nuvole, gliel’ho scattato in una foto che conservo gelosamente in uno degli ultimi nostri incontri alla biblioteca di Fano.
Dopo aver trascorso l’intera giornata con tanti ragazzi a parlare del nostro libro e della fatica di realizzare un sogno.
Massimo si mette al pianoforte e inizia e suonare, in quel momento ho avuto la netta sensazione del suo sentimento dello “stare al mondo”, di vivere ed assaporare la vita in ogni attimo.
Ricordo perfettamente il suo sguardo che incontra il mio, senza cercare l’approvazione o l’attenzione dell’altro. Quello sguardo rassicurante che mi metteva in pace con il mio essere perennemente inquieta. I suoi occhi nitidamente in pace che mi guardano e mentre le note della sua musica riempivano la sala ho percepito il suo cercare fratelli, come Pasolini scriveva nella sua poesia. E mi sono sentita compresa, come mai prima nella mia vita.
Per questo oggi io mi sento orfana.
Ho perso un fratello.
La cerco nel vento, mi affanno nei ricordi … ma non risponde più alle mie domande.
Ho avuto tanto da Massimo, soprattutto il privilegio di essergli amica.
Il nostro ultimo lavoro, la fatica di alcuni anni fatta insieme nel cercare la strada migliore per renderlo prezioso, come tutti i suoi libri, è la soddisfazione più grande.
Le sue ultime parole scritte per me, per il mio lavoro, sembrano un monito a me stessa.
“La memoria è una emozione forte, nel bene e nel male, e va conservata tutta … La memoria va camminata dentro”.
Grazie, Massimo, di avermi tolto dal buio.

 

Foto di Corrado Foffi

Ricordo

di Sandra Petrignani

 

Massimo De Nardo convinceva gli scrittori ad aderire al suo progetto di libri illustrati per bambini, i Quaderni Quadroni, con la forza delle idee e la bellezza dei risultati. Sapeva cosa chiedere e cosa poteva aspettarsi dagli autori, sapeva mettere in relazione immagini e parole. Sono felice di essere presente in quella collana (ma anche le altre portano il segno riconoscibile di una stessa indovinata visione). Sono felice di aver potuto legare il mio nome a quello di Massimo e a quello dello straordinario illustratore che ha firmato con me il mio Elsina e il grande segreto, che uscì per Rose Sélavy nel 2015. Sono passati già cinque anni e sembra ieri. Quando ho conosciuto Massimo a Roma, alla presentazione di un libro, sono rimasta subito coinvolta dal suo sorriso aperto, dal suo entusiasmo, dal progetto editoriale per bambini che mi raccontava.

Ero felice di lavorare per lui fra amici come Romana Petri, Paolo Di Paolo, Loredana Lipperini, Antonio Moresco, Stefania Scateni, Franco Lorenzoni (che firmò l’introduzione a Elsina), Michela Monferrini e tutti gli altri. Ero felice di trovarmi affiancata a un genio del disegno come Gianni De Conno, anche lui scomparso a soli sessant’anni, nel 2017. Avevo fatto appena in tempo a conoscerlo, a Milano.

E come sempre, quando qualcuno cui si voleva bene, che si stimava, scompare, arrivano i rimpianti. Per me adesso, rispetto a Massimo De Nardo, il rimpianto è di non averlo – vivendo lontani – frequentato di più. Di non aver potuto approfondire quell’aspetto «ironico e guascone», così bene riassunto dalla moglie Chiara in un’intervista, che subito si coglieva in lui. Ma, per fortuna, degli scrittori, restano i libri, e c’è questa consolazione. Perché Massimo i libri non si limitava a farli materialmente, da editore. Qualcuno ne ha anche scritto, sempre dedicati ai suoi amati bambini, piccoli e meno piccoli. Per loro inventava personaggi fuori dal comune come il quattoridicenne Maffin che non deve fare mai andare né avanti è indietro l’orologio magico che gli è stato affidato, come il Riparatore di Nuvole o il Fotografo dei Sogni. «L’immaginazione vi porterà dappertutto» diceva un campione della ragione come Albert Einstein. E chissà adesso dove avrà portato uno come Massimo che di immaginazione ne aveva tanta.

 

Teatro Feronia. Foto di Corrado Foffi.

 

Affabulatore

di Beniamino Sidoti

 

Massimo, in una quarta di copertina, tu editore,
mi hai definito straordinario affabulatore.
E io me la porto oggi come medaglia,
perché tu sapevi vedere sempre il meglio
delle persone e del mondo, del mondo vario
e in questo eri tu straordinario.

Nel tuo impegno di editore militante
(che poi significava soprattutto viaggiante
e in perenne ricerca, in perenne scoperta)
nel tuo essere persona aperta.

Rrose Sélavy, e rose c’est la vie,
un po’ Duchamp, un po’ così,
ma anche ridendo un po’ cosà,
in maniera decisamente dadà.

Perché alla fine quello che fa un affabulatore,
è l’intreccio di un racconto, dar vita
a una meraviglia, far finta che non sia finita:
anche quando la foglia è stretta, con dolore,
fa vedere invece che larga è la via,
che ci sei, e così sia.

 

 

Il Massimo dell’empatia

di Bruno Tecci

 

Fantasticare su una conversazione mai avvenuta.
Per mancanza di tempo, forse, chissà, mannaggia.
Su uno scambio non vero, quindi, ma verosimile di sicuro.
Perché Massimo era fissato con le parole.
Le amava per il significato, il significante.
Per l’origine remota e i possibili utilizzi futuri.
Le usava, le pronunciava e le masticava.
Le scriveva e le scomponeva, per poi ricomporle magari diverse.
Le diffondeva.
Allora immagino d’essere con lui al tavolo di un ristorante.
E di uscirmene con una confessione del genere:
Massimo, io adoro la parola “empatia”; è una delle mie preferite!
Ecco, dopo una dichiarazione così, chissà per dove sarebbe partito.
E dove mi avrebbe condotto…
In Grecia di sicuro; e poi di colpo in Germania.
Nello studio di uno psicologo; e a una cattedra di estetica.
Avremmo viaggiato.
Attraverso esperienze personali, vecchie campagne pubblicitarie,
citazioni letterarie e frasi di ragazze e ragazzi delle scuole.
Che Magari, non conoscono ancora la parola – avrebbe detto – ma il significato sì.
Hanno ben presente la sensazione, ma non le hanno ancora dato un nome…
E qui, nel mezzo del divagare, me ne sarei reso conto; avrei di colpo realizzato.
Sarebbe stato il momento giusto per dirglielo, con un bicchiere di vino in mano.
Che per me, “empatia” di nome ne aveva col tempo acquisito un secondo.
Un sinonimo:
Massimo.