Per l’uscita in libreria delle Poesie edite e inedite (1947 – 1991), il secondo volume delle Opere poetiche di Corrado Costa, pubblichiamo in un unico testo la serie di Fiumità che abbiamo pubblicato sui nostri canali social

 

Esce oggi in libreria, per la nostra casa editrice Argolibri, il volume Poesie edite e inedite (1947-1991) che raccoglie per la prima volta tutte le poesie edite, in volume e in rivista, e diverse raccolte inedite, di Corrado Costa, nel trentennale della scomparsa. Il volume fa parte di un grande progetto di pubblicazione dell’opera omnia del poeta che la nostra casa editrice sta portando avanti  in sinergia con la Biblioteca Panizzi di Reggio Emilia (dove è conservato il Fondo Costa),  ed è giunto alla seconda pubblicazione della collana “Costiana”, dopo il primo volume dedicato alle Poesie infantili e giovanili pubblicato lo scorso anno. 

Nelle settimane che hanno preceduto la pubblicazione, abbiamo scelto di presentare l’opera, sui nostri canali social, attraverso il concetto di “fiumità”, nucleo eracliteo della poetica dell’autore, che sin dai testi giovanili sino a quelli della maturità ha sempre accompagnato il poeta di Mulino di Bazzano. E lo abbiamo fatto attraverso le parole e i versi dello stesso Costa e di tutte le voci, della curatrice Chiara Portesine, dei critici, degli studiosi e degli amici, che ci hanno accompagnato in questo viaggio a ritroso verso la sorgente, in questo flusso autoriale, in questo scorrere.

 

Poesie edite e inedite

 

FIUMITÀ | per Corrado Costa

 

Reggio, la città, è il “contatto” di Costa, il suo punto di riferimento per la cultura e per i rapporti interpersonali con altri intellettuali: lui è nato in un paese sull’Enza, piccolo fiume che divide Mulino di Bazzano, luogo natale, da Selva Piana, cinque chilometri di distanza fra due paesi uno di fronte all’altro. Se al Mulino di Bazzano abitò in seguito per dieci anni il compianto Adriano Spatola – grande amico di Costa e lui stesso poeta –, a Selva Piana stazionò Petrarca, che vi soggiornò per scrivervi l’Africa, famoso poema in esametri latini, che oggi, del resto, nessuno vuole più leggere. La differenza sta nel fatto che Petrarca c’è andato, a Selva Piana, e Costa c’è nato, se si vuole arrivare alla definizione della circostanza del luogo, dell’origine, della radice. […] «Il luogo della poesia torna sempre fuori, anche se il poeta è senza luogo», dice Costa. È il poeta a scegliere il territorio della sua nascita. A volte coincide, a volte no; per quanto il fascino della valenza geografica, della suspence ricordo nella psiche che il contatto col mondo viene a formare, poco a poco quel modello e quell’ansia dell’ideazione sublime dipendono dalla grandiosità dell’ambiente, o anche dalla sua miseria. Patrizia Vicinelli

 

Sarà proprio in questi anni, ad esempio, che apparirà uno degli elementi centrali della produzione costiana: il fiume. In una poesia dei primissimi anni (La barca, 1937-1947) è così possibile ravvisare in nuce la presenza di quella dialettica tra moto e stasi dell’acqua («per noi navigherà… seppure ferma») che l’autore rideclinerà successivamente in chiave più consapevolmente eraclitea, fino a giungere, nell’omonimo libro d’arte – Il fiume, 1981 – al concetto di «fiumità». Chiara Portesine

 

Ha detto / «C’era
un fiume continuamente
che continua a scorrere
intatto in mezzo al mare»

 

IL TITOLO LO METTIAMO DOPO

 

questo che noi chiamiamo
rimanere intatto
rimane intatto
e anche questo che noi chiamiamo scorrere
è rimanere intatto 

questo che noi chiamiamo
rimanere e scorrere
è parlare di noi 

il titolo lo mettiamo dopo 

questo che noi chiamiamo
rimanere intatto
è parlare di noi 

rimanere e scorrere
che si contemplano nella parola fiume
è rimanere immobile? 

la parola fiume
che si contempla
va nello stesso senso
del fiume?
o va in senso contrario? 

anche questo che noi chiamiamo
fiume
rimane intatto
è questo che noi chiamiamo la parola
fiume
va nello stesso senso del fiume
che si contempla
è questo che noi chiamiamo
rimanere immobile
il titolo lo mettiamo dopo
come diceva Adriano
questo che noi chiamiamo
il fiume che va in senso contrario
è parlare di noi
io faccio una variante
che la trovo sublime 

la parola noi
che si contempla
va nello stesso senso
di noi? 

o va in senso contrario? 

Greta Garbo 

che vede un vecchio film
di Greta Garbo
lo guarda scorrere
lentamente in avanti? 

il titolo che mettiamo adesso
è
Anna Karenina? 

[in Si va per cominciare. Teoria & pratica dell’apoesia, Pavia, Provincia, settembre 1977]

 

DUE SI FERMANO SUL PONTE

cosa aspettano, hanno la loro immagine, l’immagine
che hanno
è ferma giù nel fiume, in basso sulle acque che
cosa aspettano cosa dicono
«va via»

———

 

Corrado nei suoi molteplici aspetti di poeta, scrittore di teatro, saggista, vignettista satirico, ironico poeta visivo – i primi collages con carta di giornale, risalgono agli anni del Costa adolescente – non v’è dubbio di interpretazione: è una prorompente, gigantesca energia creativa che tenta da varie parti di raggiungere la sua fonte, quella che faccia emergere il potenziale espressivo che ardentemente si mischia in ogni attività. Patrizia Vicinelli

 

 

FIUMITÀ/2

 

L’opera di Corrado è pervasa dalla presenza-assenza di fantasmi e di entità invisibili ma operanti e dalla volontà di difendere l’autonomia del fantasma. Donde la sua insistenza nell’evocare l’irriducibilità 

dell’invisibile al visibile. Nanni Balestrini dopo essersi posto la domanda «MA CHE COSA È VERAMENTE CORRADO COSTA [?]», non mancava dunque di qualche buon motivo per attribuire all’amico, col quale aveva collaborato in molte occasioni, e parallelamente al quale era impegnato a rintuzzare ogni possibile ritorno a un soggetto sovrano del sapere, una presenza elusiva, fino a definirlo «L’UOMO INVISIBILE». L’imperturbabilità che Corrado sapeva sfoggiare in situazioni spinose discendeva dalla sua capacità di applicare a se stesso il ruolo del mediatore invisibile, in grado di prescindere dalle miserie della realtà fattuale perché intimamente convinto dell’inconsistente transitorietà delle cose e della cronaca. Ricordo il tono pacato della sua voce il giorno in cui, negli anni cui operavano gruppi politici eversivi che ricorrevano alla sua assistenza legale, gli telefonai dal mio ufficio 

presso l’editore Feltrinelli per avere sue notizie ed egli mi rispose informandomi che in quel preciso momento la polizia stava perquisendo il suo ufficio e avrei dovuto attendere la conclusione dell’evento per avere una risposta aggiornata. Era il tono di chi, applicato a se stesso il principio della transitabilità, sapeva assentarsi dagli affanni della quotidianità e calarsi, insieme con le proprie invenzioni poetiche, nelle acque del fiume eracliteo. (Detto incidentalmente, la sua arrendevolezza serafica non fermò i tutori della legge che, volendo vederci chiaro, spostarono le indagini dallo studio reggiano dell’avvocato alla casa avita del poeta 

a Bazzano, dove invece di un covo di terroristi trovarono un cenacolo di artisti impegnati a degustare vini locali e a produrre testi letterari.) […]Come il fiume joyciano quello costiano allude a tanti fiumi e l’ipotesi che questo possa aver preso l’avvio dal mitico Alfeo, che sbocca a Origgia, non è irrilevante ma non deve distrarre dalla natura eraclitea dello scorrere attribuita dal poeta a un fiume che «si mescola con cose che | non gli appartengono».7 L’andamento risolutamente metonimico del corso discende dalla proverbiale impossibilità di entrare due volte nello stesso fiume. L’autore aggira la contraddizione, principio inerente alla realtà quotidiana, attirandola nel territorio dell’arte, dove la struttura chiastica rende agevole l’assunzione del paradosso e, come insinuava ironicamente Auden, anche i porci possono volare. 

Asseconda dunque il ritmo del flusso ed evoca opposizioni binarie solo per rimetterle in mora in nome dell’esigenza di coinvolgere ciò che le elude, di produrre un presenziare indipendente da ogni progetto che non sia iscritto nel tutto fluviale. Aldo Tagliaferri

 

***

 

da L’ARCIERE JO HAN UCCIDE UN FIUME*

 

V

 

Ho visto immobile
l’arciere e
ho visto immobile
il fiume 

si spiavano: 

uno spiava l’altro
attenti ‒
stavano attenti 

di soppiatto
di riflesso
di riflusso 

stavano in silenzio come
sanno stare in silenzio le
parole

VII

 

Il fiume fissava
l’arciere
con l’occhio dell’arciere
che si riflette nel fiume 

l’arciere fissa il
cuore del fiume ‒ 

La freccia è come
un respiro ‒ 

Tutti trattengono
il respiro ‒ 

L’arciere trattiene
la freccia ‒ 

Passati da parte a parte
dal fiato che scorre
dentro
il silenzio degli altri

 

*in C/O, edited by Franco Beltrametti & Patrizia Vicinelli with the collaboration of John Gian, Scorribanda productions, Riva San Vitale, 1984. Qui il video.

 

—-

Corrado Costa ha costruito la teoria della propria avanguardia.

Ha continuato a indagare sui mezzi e sulle fondamenta, ha esteso la sua ricerca verso nuove modalità, quali il teatro e le letture in pubblico. La produzione visiva, dai disegni che avevano accompagnato i suoi articoli apparsi su «Nuova corrente», sul «Caffè» e sul «menabò», si è estesa fino al fumetto («Linus» e «Alter alter») e negli ultimi anni abbiamo gli straordinari “libri d’artista” col collage, pitture e scritture manoscritte. La sua popolarità è aumentata, ma è come rimasta confinata in un rapporto di oralità col pubblico. La sua poesia, che era di sicuro una novità (e ricca di promesse), non è stata accettata dall’editoria. Scheiwiller, nel 1986, non gli pubblica Le nostre posizioni e The Complete Films ‒ quest’ultimi usciti solo negli Stati Uniti nella traduzione di Paul Vangelisti e col testo a fronte in italiano ‒, ma preferisce ristampare Pseudobaudelaire. E Scheiwiller era un amico, aveva accettato di pubblicare «malebolge» nel 1964 (quattro numeri fino al 1967) e nel ’66 aveva pubblicato L’ebreo negro di Spatola. La lettera all’editore,9 spesso citata per la forza della sintesi di tutte le nuove posizioni teoriche di Corrado, è anche un accorato rimpianto per l’occasione mancata. Milli Graffi 

 

FIUMITÀ/4 – UN INEDITO

REGALIAMOGLI UNA CASA

 

Sulla finestra hai zucchero,
candele,
contenitori di uova, una montagna
consistente di pioggia e pali intermittenti
sui terreni boscosi.
Sull’altra hai vapore
dalla cucina a gaz, nella stanza, nella disposizione
della stanza ci sono
seggiole, erba attorno alla tavola, una
strada bagnata e al centro
il fiume
i veloci cavalli sono fermi,
vorrebbero venire verso il passaggio delle nubi.
La porta è chiusa.
Il vento è fuori.
A tavola hai anche un commensale
che sta coprendosi di neve.

 

(1973-1974)

 


 

Siamo sicuri che il mondo c’è e le cose ci sono. Aristotelicamente hanno materia forma e non-essere.Dato che il non-essere è forma non attuata non c’è mondo che non renda probabile un mondo, mondi gremiti di forme non attuate (Nadja di André Breton). Parlare in poesia non significa accettare il nulla immanente in ogni cosa. Parlare in poesia non è un atteggiamento mistico, la pesi a non ha interesse al nulla che non si forma (Cabbala), a un nulla immanente nelle cose. Parlare in poesia significa spingere ogni cosa verso la sua forma non attuata. In questo modo si parla di poesia come creazione di forma, la poesia descrive la forma non attuata delle cose. Contro la confusione della scrittura automatica, si deve dire che non si tratta di fare proliferare cose dalle cose o parole dalle parole o momenti di intelligibilità dalla inintelligibilità. L’immagine è inintelligibilità. L’immagine è inintelligibile e basta. Le parole non vengono usate per fornire spiegazioni o dare giustificazioni. Le parole ci sono già, sono attorno, e la poesia si serve di tutto quello che c’è attorno a queste immagini di oggetti non essenti di cui a mala pena rintracciamo il perimetro. Non si tratta di elencare immagini, non si tratta di isolare un’immagine segreta o profonda (deep image) si tratta semplicemente di non sapere di che immagine si parla..

Corrado Costa, da “Il territorio alle spalle” in «TAM TAM», n.3/4, 1° semestre 1973, p. 25

 

FIUMITÀ/5

 

ACCOGLIENZE FESTOSE PER L’OSPITE ASSENTE

 

a Emilio Villa

 

in fondo a questo cerchio
sei a tavola oppure sei seduto
sotto l’albero del pepe rosso
attorno con me ci sono Adriano e Giulia
Niccolai
dentro questa distanza devi tornare presto
il punto più alto della ruota
è quello che corre più veloce

 

Una raccolta di versi che si offre al lettore come interpretazione di un manuale erotico secondo la legge della perdita di peso della parola, o una serie di calembours costruiti freddamente sul vuoto? È questo il dubbio di chi affronta il catalogo di gesti pseudo-ieratici che sembra essere Le nostre posizioni, un libro che vuol essere leggibile per equivalenze impossibili, mobilità-immobilità, loquacità-silenzio, ecc. Direi che la seconda impressione è quella esatta, Le nostre posizioni non interpreta né spiega né racconta, è invece un progetto assurdo e fine a se stesso, depauperato fino allo scheletro, alla rete di relè che ne costituisce l’immagine cardiografica. Evidentemente Corrado Costa ha trasferito un’essenzialità didascalica di tradizione orientale nell’impasto poco malleabile della nostra lingua, un’operazione rischiosa, pericolante verso una schematicità ortodossa, bloccata. Ma appunto il gioco riesce con grande tensione e lucidità per un rovesciamento totale e tagliente delle regole della precettistica, l’ortodossia è «prima», come materiale bruto da manipolare e reinventare in nome delle equivalenze impossibili, e la tabula rasa si rifiuta al suo ruolo di cavia per farsi obiettivo e risultato. 

Adriano Spatola, Geiger, 1972

 

***

 

Caro Adriano, 

perseguitato dalle lunghe, lugubri, vibrazioni (del male, del male al dente) sono fuggito da Bologna, con Nicola, con Silvia, il Lumaca e Claudio Mori. Mentre voi eravate/erravate, perseguitati dal male, erravate discutendo e disputando della poesia. Non si doveva fare. Così avrei risposto a Majellaro, a Maugeri! Maugeri! Maugeri! la discussione è chiusa! senza neppure conoscere gli interventi: […] La poesia come lebensform si caratterizza in negativo, è il calcolo di ciò che manca, tratta il rapporto fra chi parla e il molto meno che dice. Pare che ci sia uno squilibrio continuo fra la serie di significanti, che sono in eccesso, e la serie di significata, che è in difetto. Scrivere poesia, per non sacrificare la conoscenza, vuole dire sapere, tenere conto, fare almeno finta di conoscere ciò che non si conosce della serie significata in rapporto al significante che non viene realizzato. Fra il significante che fluttua e il  significato che è fluttuato, la poesia (l’opera di poesia) è il minimo d’essere fluttuato possibile.  Ha uno spazio minimo: in una serie, 1, 2, 3 e così via, sta fra 1 e 2, fra 2 e 3 e così via. Giulia Niccolai ha scritto (o ha lasciato capire) che esiste l’Humpty Dumpty della poesia. Io credo che alla fine vedremo l’invisibile gatto dello Cheshire che si rotola su se stesso, cioè, il discorso sul gatto dello Cheshire che si rotola sulla superficie del suo stesso discorso. E poi dovrà pure arrivare lo Stanlio e Olio della poesia; non è contradditorio dire che il senso e il non senso appartengono definitivamente al senso. Nell’impossibile non c’è contraddizione. 4. Maugeri! Maugeri! ecco cosa ti devo rispondere: «Che cosa mi dici quando venendo da te non ti porto nulla?» «Buttalo in terra». «Che cosa devo buttare, se ho detto che non ho nulla?» «Allora portalo via». 

Corrado Costa «Tam Tam» (n. 10/11/12, ottobre 1975)

 

***

 

In altre parole, Corrado dà molto spesso le indicazioni per essere letto e compreso. Facendolo, in quel suo modo particolare, sono certa che provasse un piacere grandissimo, come quello di chiudere un cerchio: voilà, la O di Giotto! Ma la tigre, la tigre? Da dove salta fuori? Giurerei da Salgari, che gli è vicino, attuale, come se l’avesse letto il giorno stesso, per via di quel mondo indiano avventuroso che è il massimo di ciò che si possa desiderare dalla vita, perché non si può volere più avventura di così! 

Corrado vive chiuso nel cerchio protettivo dell’arte, (dell’“avventura” dell’arte?) anche se in vita è attivissimo sul lavoro, curiosissimo di tutto e “scappa” in continuazione sulle sue tre significative automobili, avute in quest’ordine: una MG, una Porsche, una Mercedes. Le prime due, tendenzialmente a due posti, per sé e un amico avvocato col quale, giovanissimo, scappava a Venezia per giocare al casinò – non perché avesse la mania del gioco, piuttosto perché considerava “letterario” farlo, sempre alla ricerca di sorpresa, sempre in cerca di magia. Giulia Niccolai

 

 

FIUMITÀ/6

 

 Un inedito dalla raccolta TUTTO IL CINEMA DI CORRADO COSTA. POEMI IN BIANCO E NERO E POESIE A COLORI (1975-1983).

 

FUTURMAJAKOVSKIJ

 

OMERO
CINE
CLUB
Il film viene proiettato più volte in attesa che funzioni 

 

Il film è futurista e divide
diagonalmente in due lo schermo:
nel rettangolo di destra – in basso
vediamo oggi il passato così com’è possibile
vedere oggi
il passato
vediamo ex/studenti dell’istituto d’economia
nazionale Plechanov
vecchissimi studenti
primi piani di vecchi
che dichiarano
“Majakovskij è incomprensibile”
“Gli operai non capiscono i suoi versi
data la maniera di frantumare le righe”
Il film è un film penoso che va avanti
solo nel triangolo di sinistra
nel triangolo in alto
non appare mai niente
dovrebbe non apparire Majakovskij
ma il futuro di Majakovskij
coincide esattamente con il futuro del film.
Dobbiamo aspettare che il film
sia finito da
qualche tempo
dobbiamo aspettare
in silenzio
solo allora
arriviamo appena a percepire la voce
giovane, comprensibile e
futura,
che dice:
“Compagno/governo,la mia famiglia sono Lilja
Brik
la mamma, le mie sorelle e
Veronika Vitoldovna
Polonskaja.
Se creerai per loro un’esistenza
possibile,
grazie” 

 

Grazie.

 

***

 

Dunque la poesia in cui gli attori si ritraggono dallo scorrere del film, oppure lo lasciano indietro, lo superano magari più volte (lo “doppiano”?), sembra una porta di uscita vera e propria dal meccanismo principe della riproduzione, quello fotografico, e filmico. (Magari anche in riferimento a un testo che precedeva di appena quattro anni La sadisfazione letteraria, ossia la raccolta di saggi di Pasolini Empirismo eretico, 1972.) 

Non è però solo un’uscita o estraneità che riguarda l’osservatore, un ritardo dello spettatore nel precipitarsi in sala, bensì anche una liberazione delle figure del film dalla pellicola. Gli attori correndo «nel senso[direzione, valore, significato, percezione] della luce», più veloci del film, o mostrandosi «molto più lenti | del film», infine cadono fuori dalla pellicola, si emancipano dallo schermo. (Vale forse la pena ricordare che appena un paio di anni dopo la pubblicazione in inglese del libro di Costa, esce nelle sale The Purple Rose of Cairo, di Woody Allen, 1985, in cui di fatto l’attore protagonista di un film [interpretato da Jeff Daniels] salta fuori dallo schermo per incontrare una esterrefatta spettatrice [Mia Farrow]). Marco Giovenale

 

***

 

Per introdurre le poesie trascritte da TUTTO IL CINEMA DI CORRADO COSTA. POEMI IN BIANCO E NERO E POESIE A COLORI [cart. 37/1] è opportuno riprodurre una breve ma paradigmatica pagina di diario: 

 

Tre cinema di prima visione cambiavano programma due volte la settimana. Io e mia madre vedevamo così un film al giorno, eccetto il lunedì. Possibilmente vedevamo il film due volte. Tornati a casa, mia madre raccontava il film a mio padre, a mio fratello o a me. Io correggevo gli errori, peraltro marginali. Mia madre è stata certamente una grande attrice. Da ragazza, in collegio, coi capelli lasciati sciolti, vestita di bianco, con una catena d’oro al piede, aveva interpretato “La schiava bianca”. Quando non andavamo al cinema parlavamo di romanzi che non avevamo letto. Conoscevo meglio i fratelli Karamazov di mio fratello. La vita degli altri mi sembrava piena di errori di sceneggiatura, i personaggi degli altri mal riusciti, squallide regie e pessimi dialoghi… Anche se raccontato da mia madre, il quotidiano non aveva fascino. 

Dopo sono venuti altri film e nuovi romanzi a farmi capire che quei film e quei romanzi erano sbagliati, non dicevano la verità e può darsi che altri film e altri romanzi verranno a dimostrare l’errore di questi ultimi. Il cinema resta però un territorio completamente perduto, anche temporalmente in contrasto col mondo nel quale vivo, privo di spessore, povero, condensato in orari di otto in otto ore. Davanti a un fiume non capivo come lo scorrere incessante dell’acqua mantenesse ferma la stessa immagine degli alberi. Solo più tardi ho capito che si può restare nella stessa posizione di fronte al film. Come nella vita quotidiana, ogni tanto un’immagine resta ferma nel fluire dei film.

 

Chiara Portesine e Corrado Costa