Ad apertura di libro ho subito l’impressione di riprendere il filo e di riconoscere la voce di Germana, a partire dall’esergo scelto come inizio: «C’è una strada per ognuno. Dove ci porti, quale sia la vera è presto per saperlo». Le parole di Elena Bono, scrittrice e poetessa di profonde tensioni religiose, riecheggiano l’idea di un tempo diverso da quello in cui siamo immersi, la possibilità di estrarre dal presente una consapevolezza biblica, creaturale, della quale spesso ci dimentichiamo. Tempo e spazio egualmente si allargano se abbiamo un atteggiamento di lentezza, affidamento, attesa, speranza in un disegno che trascende la nostra fragilità. «Un fil di fiato» è la vita. «II passatempo misterioso»: questa espressione si potrebbe leggere come un ossimoro, in cui l’aggettivo riverbera la sua ombra sul nome, alleggerendo con un velo di ironia la chiusa della seconda poesia (Un filo, p.11) e uno dei leitmotiv cari all’autrice: l’invito a lasciar scorrere le vicende del nostro vivere, e a lasciarsene sorprendere. Farsi trasportare dall’immaginazione, da quella eterna Melusina che continua ad abitare i nostri cuori, fata, sirena, ondina, creatura anfibia incerta tra mondi e desiderosa di metamorfosi, solo all’apparenza addomesticata e sempre pronta al volo della mente. Ma senza strafare, perché qui scrittura fa rima con misura anche in quanto la poesia è disegnata nella trama degli affetti familiari: sfida quanto mai femminile e ardua, quasi un corrispettivo della responsabilità di tutti, e in particolare della cura affidata a noi donne, verso la grande famiglia del mondo.

Il racconto lirico, composto in due tavole nella raccolta precedente, Gli angoli della terra, in questa è tripartito: racconto trinitario che traccia un cammino in cui i dettagli della materialità tendono verso lo spirito delle presenze invisibili e della preghiera, ma i due fili sono continuamente intrecciati, anche nello stile, negli enjambement che di frequente allacciano i versi, nella punteggiatura precisa, nell’uso di parole antiche da custodire e preservare – greppata, covacci, pilotto, casciotta, staccia, spaglio, luglia, fratte – suggestioni di un mondo “a parte” che non deve scomparire.

Come preannunciato fin dall’inizio, Melusina attende senza pretendere e, consapevole della vita donata, lascia entrare il mondo con le sue tribolazioni, accogliendo le gioie familiari, il passaggio di testimone, la felicità dei giochi, il gusto dei cibi genuini, la sapienza dei mesi che con il loro tempo ciclico rassicurano in mezzo agli sconvolgimenti portati dalla storia presente. Senza mai perdere, per chi lo sa interrogare, quel misterioso volto simbolico che la natura offre agli uomini da sempre: ecco perché il paesaggio continua a essere così importante e così bene dipinto nei libri di Germana Duca, costellati di stampe dai toni lievi, acquerelli delle lontananze sfumate verso invisibili orizzonti marini: “«Altari di lontananze sopra orti // sassosi, domestici ponti e guadi. / Scivola invisibile la voce / del torrente verso un qualche mare. // Da crinale a crinale, trasparenze / increate, incanto di velature. / Paesaggio, bene impalpabile» (p. 45).

E la città della bellezza vissuta da vicino, piena di anima e di un suo incantesimo icastico, come balzasse fuori dalle pagine delle Mille e una notte rivisitate: «In mezzo alle nubi appare Urbino / piatto colmo di terra e pinnacoli / solcato in mezzo a Valbona. // Sotto la cupola rigonfia / del Duomo e i campanili, / la crosta di tegole vive per sé, // ignara della vertigine del Palazzo, / in questo ottobre che altre intensità / innalza da zolle ansiose di semine (p. 54)”.

Quando finisce la poesia inizia la preghiera, elevata nell’ultimo mese dell’anno, nel cuore di tutti i bambini del mondo, nido di paure e di speranza, e poi in quello dei più bei canti innalzati a Dio nella Bibbia e rinnovati quotidianamente nella liturgia. La chiusa della raccolta è dunque un Salmo di benedizione, un canto francescano dall’interno del nostro mondo attuale, tempo di passaggio in cui la nostra generazione stenta a vedere nuovi armoniosi sviluppi, ma confida in un progetto più grande del quale non siamo gli artefici se non in piccolissima parte. «Lode all’abbondanza di sponde, / che isole e continenti lega a sbarchi / di popoli controcorrente» (p. 58). E questa piccola parte, questo richiamo al bene, alla parola attenta, alla creatività partecipe, è ciò che viene sintetizzato nell’ultima strofa con la bellissima espressione di carità liberata: «Carità liberata, preziosa più di ogni energia / raggio e cerchio all’infinito, suono / di catene spezzate, Spirito della Terra Promessa».

Maria Grazia Maiorino