La preda nel cielo

 

Si infilano nello spazio cunicolare,
dov’è nulla, senza che voi confortiate.

Parlano di tunnel: si riferiscono,
in fondo, a una certa forma di denaro.

Che io mi sia costruito
una cella, quattro mura,

un nido di altri topi, più scuri,
che io guardi alla preda nel cielo

e più la penso, più si riducono
le distanze, a questo serve che si infilino

nei luoghi inframondani,
per questo alzano inferriate.

Eseguo, come càpitano,
gli ordini: ascolto il mio corpo,

mi faccio tutto ipocondriaco
fino al rantolo, fino al broncospasmo –

non rifletto nulla dall’esterno,
poi mi tuffo. Qui dentro è la storia,

dicono, se fuori nevica:
è sotto la coltre – in albo vitro

che lottano le classi (oppure, poco oltre,
nell’angolo cieco, che proprio non vedi).

 

 In ordine inverso

 

Era un’arnia nella crepa,
nella tana dei topi – facile,
in scia d’assedio, il cambio dei segni.

Anche dove si porta luce nella gola,
anche dove si crede spinta contro il muro
una parola per la musica, la bellezza

 

[si legga anche: per la resistenza]

 

lascia un’emottisi, infine,
perché sia tutta una piccola morale.
Ma era un’arnia nella crepa,

un brulichio senza miele
e poi corri forte, tìrati scemo,
sii sadico: vienitene via

 

[si legga anche: scrivine, poi]

 

i sogni e la loro fine, inchinandoci qui
a raccattarli, restano sempre tracce
di duramadre: una concreta assenza

[oppure, in ordine inverso…]

 

Ornitorinco III

 Se il fiume si è che non passa
né sfocia a mare o si disperde
l’ornitorinco entra in acqua

per lasciare, nel perimetro di pietra
levigata, altrettanto netta
la propria forma:

il piede palmato si vede nei due sensi
della partenza o del ritorno – infine
non si legge, ma qualcosa sintetizza

tra papera e coniglio –
non è cadavere, non l’aspetta,
non è nuova orma.

 

 Tra le grate

Passano sempre carta e penna,
tra le grate, a ogni ora. Affinché
tu dica, io dica: nessuno si fermi
tra le quattro mura – senza pane

se c’è fame è una fame da poco
che non spacca il ghiaccio:
né con l’ascia, né di stura –
raggruma il sangue, nel cemento

creato alla bisogna. La parola è ispirata,
in corpo, a sanare il debito, alla cura.
Passano sempre carta e penna, per qualcuno:
una dose, come credono; poi portano altro

o se ne vanno.

 

Loro non sono, in quanto loro,
però chiedono con forza
che anche questo sia scritto:
un luogo – supplicano –
                               una forma di tempo.

 

 

Ornitorinco IV

 

Con la cognizione del capitale, l’ornitorinco ha visto il male di guerra, dei lavori sparsi, degli archi a tutto sesto. Ma gli archi a tutto sesto, i lavori sparsi, il male di guerra non hanno visto con la cognizione del capitale, e poco altro, quel che restava dell’ornitorinco, scambiando, per questo motivo, coniglio e papera, nome e nome, classe e classe. Poi hanno preso la massa, vista informe, le hanno dato nome di cultura, conferito uno stigma, si sono assicurati di gettare al fondo, sempre al fondo, ogni chiave. Si continua nella cura, in ogni circostanza, emanando la norma, si porta a compimento, senza uno sguardo, la distruzione di ogni ingiunzione di ogni atto di ogni pronome personale.

 

Lorenzo Mari, Ornitorinco in cinque passi (Edizioni Prufrock spa, 2016)