L’isolamento forzato alimenta la nostra fame di visioni, ma anche le nostre ossessioni. Quello che segue è l’allucinato racconto di una resistenza: quella della cinefilia contro il coronavirus.

 

Il cinema può consolare dall’epidemia? È un santuario che ci offre una fuga dalla paura, o un amplificatore di ansie? Ci siamo incarnati in due personaggi, M e G, affidando alla loro voce narrante il racconto di un isolamento all’insegna della cinefilia. Ci siamo illusi di poterci muovere agevolmente nello sterminato mare dello streaming: avevamo torto. Difficile raccontare la natura di ciò che segue. Forse è la sceneggiatura di un film ambientato tra le mura domestiche di due appassionati di cinema; oppure lo sguardo che fissa un portale aperto su altre dimensioni, reali e fittizie. Oppure ancora, la testimonianza di una bulimia della visione che genera mostri. Parlate di consolazione? Di una possibilità di fuga? Fuori dalla finestra persiste il rumore delle ambulanze. Saracinesche bloccano la luce del sole, mentre gli schermi illuminano di una luce lattiginosa le stanze dei nostri protagonisti. Nel rumore dell’effetto neve qualcosa prende forma. Non ci sarà nessuno a promettere un lieto fine, questa volta.


Fase 1: Ricognizione

Giorno 1

[G] Oggi ho sbadigliato abbastanza a lungo da bloccarmi la mascella. Non ho altro da riferire, se non il ricordo di quest’avventura. Sia chiaro, assolutamente da trascrivere, prima che si perda un’informazione di così vitale importanza: sbadigliare sì ma a denti stretti. A limite potremmo aggiungere, per alzare il livello di sfida, l’uscita coatta per le vie del borgo tra i turning points di quest’iperbole circostanziale. Va bene, mi prostro; risultato della spedizione: grammi 30 di tabacco, due pacchetti di cartine, un pacco di biscotti, quattro barattoli di cibo in scatola per gatti e una busta di zucchero. La busta di zucchero non aveva senso. Non lo metto nel caffè, nel latte o in qualsiasi altro alimento. Perché prenderlo? Quanto mi è costato sto scherzo? Domani lo lascerò in uno di quei carrelli solidali. Praticamente una giornata memorabile, da sudori e lacrime, con un me propositivo che immagina un chissà quale effetto benefico dalla combustione di camomilla in polvere e trinciato di tabacco. “Forse questi documentari della Edison risulteranno più interessanti”, pensai. Finestra 2 l’ha pure scritto Pasolini. Non ho scuse al mio arco, Olmi è lì che mi giudica, dietro il canale si nasconde il temibile spettro della critica specializzata; un coacervo di teppisti su penna: io lo so.

 

[M] L’insignificante, il comune, l’ordinario, sono cose che mi interessano molto. Mi trovo a cercarle nella vita di tutti i giorni, nell’osservazione del mondo appena fuori dalla finestra della stanza, o dei volti dei passanti. Oppure ancora, in queste giornate di quarantena, nella quotidianità casalinga, nell’osservazione voyeuristica del vicinato, che considero alla stregua del cast di un film tacitamente diretto da una presenza invisibile. Dev’essere così che vengono posseduti i documentaristi, sedotti da un reale che può appartenere a loro, oppure essere estraniante, alieno. Un’osservazione del reale e del quotidiano può portare alla conferma di uno stereotipo, tanto quanto demolirlo. Il più evidente attributo dei soggetti documentaristici sembra essere quello dell’imprevedibilità: qualcosa è, qualcosa fa, ma soprattutto qualcosa capita. E in quel capitare sembra fiorire tutta l’essenza del racconto del reale, uno scontro di eventi inaspettati, di non-personaggi protagonisti della loro esistenza. Ma allora è facile ritornare sulla pista di una narrazione, di una storia alimentata da una quotidianità che, tutti noi ne siamo coscienti, può avere del bizzarro, oppure dell’epico, o magari del comico. Ecco perché, almeno dal punto di vista del sottoscritto spettatore, funziona la formula di un regista che insegue con la sua camera due agenti di polizia di Stara Zbur’ivka, sperduto villaggio ucraino vicino alla Crimea, corroso dal passato sovietico e ora minacciato dall’aggressiva politica putiniana. Mi intrattiene e mi fa pensare, questa comunità di individui vittima di un contesto alienante a cui si aggiunge la chiamata alle armi. Il film mi fa riflettere sulla forza della sfera d’influenza russa, ma mi intrattiene quando si ferma a raccontare la quotidianità bizzarra di chi compie riti d’iniziazione tuffandosi nell’acqua gelida, oppure quando insegue un uomo armato di accetta. È anche cinema di genere, “poliziesco”. Il punto di vista è quello di due sceriffi alle prese con un not-so-far east che, pure, a me sembra quasi un pianeta sconosciuto e pericoloso. In cui da un momento all’altro ti puoi aspettare uno schiaffo in faccia o una bottiglia di vodka in testa.

 

Giorno 2

[G] Di Suzuki impressiona l’esagerazione dei corpi, le fredde abitudini di personaggi distratti, le perversioni e le paure di quelli che varcano l’archetipica soglia, la brama di potere che vince sull’amore. Ancora animali, nel recinto domestico a evocare scenari apocalittici, che mangiano riso e sorridono all’odore di buono, di cucinato, del pasto caldo. La pistola non più strumento di morte ma copione di scena, guida ed evoca, trascina e scuote sequenze d’azione; tutto è azione e palcoscenico, grottesco e stanco. Seducono le attrici e i loro corpi, gli occhiali da sole in camera, il fuoco e la pioggia che bagnano desideri pericolosi. La classifica degli assassini, la scalata per raggiungere la prima posizione, la richiesta di rigore e dedizione, l’abbandono delle passioni, la carneficina di corpi come oggetti di scena, la punta del fucile che appare e scompare da manifesti pubblicitari. Suzuki, Suzuki non basta mai. Per ogni numero un morto, per ogni morto un duello, per ogni duello un originale omicidio. Potessi vivere quelle esperienze, potessi stringere il solido calcio dell’arma, potessi calibrare la mira e tirarmi indietro un attimo prima dello scoppio. E il montaggio che avanza, il montaggio che incalza e il montaggio che taglia dove le luci presentano un terreno di scontro ormai vuoto.

[M] Riconosco immediatamente ciò che ho appena visto. Ho scoperto un Antonioni sudcoreano, a tutti gli effetti. L’atto di vagabondare lungo la via dei ricordi, un ambiente che sembra assorbire e riflettere i moti dell’interiorità, l’incontro di un uomo e una donna, vecchi conoscenti, nella nebbia, l’eclissi dei loro reciproci sentimenti. L’atmosfera è tipicamente antonioniana in questo classico del cinema coreano, dalla scenografia della uggiosa cittadina di Mujin, fino al manifestarsi della malattia dei sentimenti. Il film non si arricchisce di altri elementi, resta essenziale nei suoi elementi e nella sua durata. Forse proprio per questo affascina in modo particolare. Del resto negli anni ’60 anche in Corea il genere sentimentale subiva già la contaminazione di un pensiero esistenzialista. Ne risultano ritratti di uomini e donne spezzati, turbati, inseriti a forza in una società che è un tritacarne dell’individualità. Questo è davvero un melodramma interrotto, eclissato appunto, in cui la città natale diventa un’entità misteriosa in grado di aprire un ponte tra passato e presente. Mujin non è solo un luogo. È un interlocutore per l’animo del protagonista, un personaggio a sé stante, il cui respiro avvolge le strade di una fitta nebbia, sfumando la realtà e permettendo l’intrusione della memoria e di una donna in carne ed ossa, che è però assieme l’immagine mentale di un desiderio irraggiungibile, se non per il tempo di una notte. Chissà se un giorno una strada deserta potrebbe avere lo stesso magico effetto su di me, su tutti noi. Per le generazioni che la stanno attraversando, non sarà possibile lasciare alle spalle l’esperienza dell’epidemia. Il mondo post-virus rischia di essere la Mujin di un’intera generazione. Quanti fantasmi delle città deserte vagheranno al calare della nebbia?

 

Giorno 3

[G] La mia proiezione astrale si accorse dell’ingombrante presenza di “Alberi” da un paio di amici (poi perduti chissà dove), pochi mesi prima del cambio di indirizzo di studi. Fu proprio quel cortometraggio a convincermi dell’esistenza di un mondo “altro”. Uno di loro preferì esprimersi con un laconico “agghiacciante” a proposito della pellicola.Non riuscivo a capire, non aggiunse altro; soprattutto dopo le continue richieste d’intervento. Ci convincemmo così, io e quell’altro, che in realtà non esisteva. Marco, l’inespugnabile, era il personaggio di un’allucinazione condivisa. Alberi, in acido, è un’esperienza che sento di sconsigliare. Quel fogliame denso, come sangue, quegli uomini sacri e ritualmente assenti, hanno tracciato inconsapevolmente una linea, tra il cinema di Stato e quello di Terra. Rimane di quel giorno un’esigenza di chiarezza, con la mia mano, ora, in attesa di far pressione sul tasto “play” dello schermo. Mamma RAI, noi ti preghiamo, dal basso delle nostre lentissime connessioni morali, spirituali e neuronali: mostraci quel che rimane della Calabria e dei suoi misteri!

 

[M] Ho la sensazione che pochi registi sarebbero in grado di raccontare un luogo straordinario come il deserto con questa sensibilità, con quest’occhio capace di inserirsi là dove emergere il disagio esistenziale, ma anche l’umanità. Ma tale è il talento di Rosi. La sua camera ci svela Slab City, “the Slabs” per i residenti. Una piccola comunità, per alcuni definibile un’enclave anarchica, insediata in una vasta area desertica della California meridionale, vicino al confine con il Messico. Quello che, se fossimo il personaggio di un western o un noir, chiameremmo “a God forbidden place”, luogo dimenticato da Dio, ma non dagli uomini. Il popolo degli Slabs è formato da individui alternativi, senzatetto costretti a lasciare i grandi insediamenti urbani, individui rifiutati dalla società e costretti alla miseria. Per alcuni, questa è l’ultima spiaggia di una vita andata probabilmente nella direzione sbagliata; per altri, una culla isolata collocata 30 metri sotto il livello del mare. “Viviamo qui, sotto il livello del mare. Mai stati capaci di inserirci sui binari della società”, recita la ballata del deserto. Ognuno sembra uscito da un romanzo di finzione, tanto assurdo e surreale sembra essere il loro stile di vita. Ma emerge anche la forza di un’umanità che resiste ai margini della società, che vive e muore sotto il sole cocente. La loro sconfitta sembra a tratti una questione di punti di vista. Finché la batteria della macchina non muore so che posso sperare di vivere un altro giorno. Posso partorire sogni nuovi e realizzarli, aprire una bottega, inventarmi una professione o cambiare sesso. Ogni cosa sembra lecita lontano dallo sguardo della metropoli, ma c’è anche poesia, c’è un senso di comunità. Gli uomini e le donne incontrati da Rosi erano trattati da nullità: ora il loro è un mondo arido, ma ne sono i baroni.

 

[M] Con l’arrivo sulla nostra soglia del temuto SARS-CoV-2, siamo improvvisamente tornati a confrontarci con l’infinitamente piccolo, con un ignoto non immediatamente identificabile. Parliamo di un organismo pericoloso, un virus che minaccia la nostra salute e i nostri sistemi inorganici, l’economia, la vita sociale. Ma sono convinto che ci sia anche sempre una certa dose di meraviglia nell’affrontare l’invisibile, termine improprio che amiamo usare per descrivere qualunque microorganismo, in realtà osservabile al microscopio. Proprio come la minuscola Turritopsis nutricola, essere vivente definito miracoloso perché immortale. Sì, questa medusa è in grado di ritornare ad uno stato primordiale, detto polipo, praticamente invertendo le meccaniche del proprio ciclo vitale. Una meraviglia della natura racchiusa in circa mezzo centimetro. Ed è una bella cosa, che una creatura così piccola abbia attirato lo sguardo di due registi, entrando a far parte della loro riflessione (una riflessione puramente audiovisiva) sull’immortalità, che loro hanno cercato di identificare negli elementi della natura, acqua, terra, fuoco, aria, ai quali si aggiunge l’etere, elemento indefinito, misterioso, forse quello che meglio racchiude la natura della loro ricerca. Mai avrei pensato di ritrovare in un’unica visione meduse capaci di bloccare l’invecchiamento, guglie gotiche, quello strano strumento musicale a forma di UFO e una riserva di nativi americani non poco incazzati. Spira mirabilis è tutto questo e molto altro ancora. Finalmente un film che suscita domande e non concede risposte. Un flusso di immagini che ci accompagna in un percorso il cui significato dipende dallo sguardo dello spettatore. Se non sbaglio, Vertov parlava di un cine-occhio sia telescopico che microscopico, capace di mostrare il non visibile. Quante volte ci sfugge quella spira mirabilis, quella spirale logaritmica, quell’armonia e bellezza celata nelle cose inanimate e nella natura?

 

Fase 2: Conflitto

Giorno 4

[G] La corsa ad ostacoli si perde per le vie di una Belfast bombardata, mentre la distanza che separa la città si assottiglia e le grida scuotono le membra. Il peso specifico del mondo è concentrato nelle buste di zucchero stipate nel sacchetto della spesa. Una gamba scocca l’altra, le ginocchia sopportano il peso dell’umiliazione, la voce di un ragazzo che scappa in fuga dal luccichio che lo sovrasta. “Sono qui!”, intima la vecchia dalla serranda abbassata: sono qui i cavalieri del cielo. La volante in pattuglia accosta, chiede documenti e autocertificazione ed io, facendo per afferrare un guinzaglio invisibile, scodinzolo e sussurro imprecazioni. La fiamma dal berretto del carabiniere sembra divampare, innescata da una reazione chimica sconosciuta. L’aria intorno brucia e le case imbiancano di cenere. Il borgo lascia il posto ai cancelli della zona industriale e il resto della scenografia un alternarsi indistinto di cassonetti e metronotte. Il cartonato mi si para davanti con l’atteggiamento di chi spera nella rissa; guarda il collega, il telefono, di nuovo il collega e infine attacca: – Cosa ti sei inventato per uscire? – La solita scusa, signore. – Cioè? – Il richiamo dell’avventura, signore. – Anche noi.

[M] Apocalisse di Giovanni, capitolo sesto, versetto primo. L’Agnello spezza il primo sigillo e segna l’inizio della fine del mondo e dell’umanità. Una voce di tuono risuona nell’aria che si prepara al cataclisma: vieni, e vedi. Quale titolo più adatto per un film che aspira a catturare nella pellicola l’essenza stessa della guerra? Quel sintomo dell’imperfezione umana che nell’Apocalisse ha la le fattezze di un cavaliere su un destriero scarlatto, armato di spada per portare distruzione e discordia tra gli uomini. Nel film non appare nessun cavallo fiammeggiante, ma per il giovane Fliora la rottura del sigillo avviene dopo essere stato avvistato da una pattuglia aerea della Luftwaffe. Si mette in moto una macabra macchina di morte e desolazione. La terra bielorussa è trasformata in una landa infernale, un luogo che sembra uscito da una visione dantesca, Katyn brucia come le mura di Dite, il giudice Minosse è un uomo arso vivo dai nazisti, mentre il terreno diventa sudicia palude riempita di fango e resti umani. La Bielorussia diventa un luogo a metà tra il reale e il surreale, la materializzazione di un incubo che si vive ad occhi spalancati, una Guernica che diventa bruciante realtà. Non c’è via di fuga, nemmeno per lo spettatore. La quarta parete non è più un luogo sicuro dal quale osservare la scena, no, essa è abbattuta, non da un colpo di mortaio in tre dimensioni ma dallo sguardo sconvolto dei personaggi, che la penetra con un accenno di follia, chiamando direttamente in causa lo spettatore, perché la guerra riguarda tutti noi, la storia dell’umanità intera. Riguarda il passato e riguarda il presente. Tanto che il racconto di questa pandemia è associato a un’esperienza “in trincea”, contro il virus, nemico invisibile, lo dicono tutti. Mi chiedo quanto siamo consapevoli della natura di questo paragone. Se abbia davvero senso parlare di una conoscenza della guerra da parte di generazioni che l’hanno appena studiata. Ed è forse il reportage, il documento più possibile vicino alla realtà, ad esserne la più precisa rappresentazione? O forse è più vivido un ritratto surreale, la proiezione di una fantasia malata, il sogno lucido di cadaveri viventi in una valle di lacrime e fiamme? Vieni, e vedi. Vedi, e impazzisci. Impazzisci, e provi a raccontare.

 

Giorno 5

[G] Torniamo a mia madre che fa capolino in camera con un bastone e l’intenzione di volerlo usare. Le mie uniche parole sono state “oh ma che c’hai?” ricompensate da un paio di attacchi rapidi agli stinchi. Avevo fatto qualcosa? Non riuscivo a capirlo dall’intensità dei colpi, e questo mi distraeva. Responsabilità collettiva? Mio padre c’entrava? Domande senza risposta, una risposta che non avevo né la voglia né il tempo di ascoltare; troppo impegnato come ero a non far nulla. C’è coraggio in una presa di posizione netta, come l’indifferenza, che un po’ mi spaventa. Ho sempre temuto il nulla. E adesso che ne sentivo la presenza mi terrorizzava il ricordo di una sensibilità apparente; di come ero prima, se un prima c’era. Prima. Prima del simulacro democratico alla tv. Il bip bip del telefono mi segnala la presenza su YouTube del documentario su Prof.Bad Trip; quella notifica, tanto innocua quanto letale, mi cattura sul divano. Occhi sgranati e sigaretta pronta: calato nella parte dello spettatore, del ratto domestico, della piaga da decubito che tutto inghiotte e fa marcire.

[M] Mors tua, opulentia mea. Quasi un motto araldico del Leviatano, che ispira il titolo di questo plumbeo film russo, questo spietato dramma sulla natura del potere ambientato in un villaggio fittizio dell’estremo settentrione russo, bagnato dal gelido mare di Barents. Film come questo risuonano con potenza, in un mondo odierno pieno di artisti pronti a riempirsi la bocca con la politica, per poi cadere nel tranello della retorica e o in quello della vana polemica. Abbiamo un disperato bisogno di gridare, di mostrare le zanne, di alzare i forconi, di arpionare il Leviatano. Ovvero la biblica bestia, colei che spaventa tutto ciò che non può dirsi onnipotente, diventata incarnazione di uno Stato che non si accontenta del potere temporale. Al cuore del film c’è quel nostro naturale, umano bisogno di resistenza e di giustizia, in una società che talvolta assume le forme di una bestia stolta e ingorda, guidata dall’istinto a ingoiare e distruggere in nome di dèi pericolosi, come il capitale. Non importa essere uomini di fede o di legge, amministratori locali o presidenti, non c’è differenza una volta sacrificata la propria anima sull’altare del più becero egoismo e aver venduto l’anima al primo mercante infernale. Ogni generazione avrebbe bisogno di un suo Zvjagincev, di un artista pronto a posizionare la cinepresa di fronte alla feccia, al lato maledetto dell’umanità, attraverso una storia che ha la forza della parabola, del racconto universale, che illustra la Russia di Putin come uno scosceso girone infernale. Il protagonista Kolya è un Giobbe russo, alle prese con un mostro chiamato “interesse economico”. Una creatura viscida, strabica e ubriaca, grassa e corrotta, incurante della legge. Una lumaca dalla bava d’asfalto, che travolge case, storia, famiglie al suo passaggio. La Russia è un campo minato per chi cerca di farsi una vita, magari serenamente, lontano dagli ingranaggi della macchina burocratica, spiega il regista. Se osi interferire, ti trovi con il manganello dello stato sulla nuca, l’Occidente lo sa, Pussy Riot docet. Il racconto fittizio di Zvjagincev è così tragicamente autentico da fornire la terribile fotografia di una struttura sociale che più che una piramide sembra una parete verticale, alla cui base avviene il macabro spettacolo della macelleria sociale.

 

Fase 3: Resa

Giorno 6

[G] Sono la comparsa che più si amalgama alle scenografie dei film di Gipi. Chiuso nella mia cameretta oggi eviterò gli sguardi parentali, dissociandomi da eventuali rimproveri. Non sento e non cerco nessuno, fumo il tabacco in uno stato di semi-incoscienza mentre notizie di rivolte e tensioni corrono su schermo. Gli unici rumori che non posso fare a meno di evitare sono quelli della statale sotto casa. I camion, le automobili, le grida di chi attraversa la strada e viene beccato dal vicino sospettoso. Le notifiche che continuano ad interrompere quest’interessante routine arrivano principalmente da Facebook. Lo strumento zuckerberghiano mi ancora ai doveri dello scrutatore fantasma. Così mi perdo nel flusso di informazioni e chiacchiero di politica e catastrofi, a volte da solo; a volte parlo per ricordarmi dove sono e cosa faccio. Non credo di averne bisogno, ma di questi tempi circonvenire un incapace come me non è mai stato tanto semplice; e un po’ maldestramente mi lascio andare. Sono un bugiardo: il mio dialogo con gli altri, quando c’è, non è che un passatempo per bambini scemi; gli amici rimasti, pentitisi di questa o quella chiamata fatta, cercano di colmare il bisogno di protagonismo altrove. Sanno che si finisce a litigare, perciò da buon amico quale sono, con fare arrogate e paternalistico, li metto in guardia sfoderando il mio disappunto, cercando di far sentire loro così in imbarazzo da richiamare un certo disgusto. Non riproveranno: non si tenta la fortuna due volte se non si capisce su quale cavallo puntare, o se ne vale la pena. Ohibò, questo non è il tempo delle discussioni! Scusate, spesso dimentico la scaletta. Allora… Com’è? Ah l’incomunicabilità, la situazione aliena. Ora mentre appunto queste piccole diffidenze da telefono sono in fila per la spesa al minimarket che dà su Colle Beato, l’unica casa di riposo in paese, ora poligono di tiro. Un dipendente comunale che conosco, un tipo sulla cinquantina tutto barba e occhiatacce, con il suo grugno pronunciato alla Perry Mason, mi chiede (con il garbo tipico della provincia marchigiana) “che ore sono”. Non so che pesci pigliare: appunto la prossima battuta e guardo la locandina dei sottocosto; evito di rispondere. Il tempo che quello si gira sbuffando e sono dentro. Le vetrate che si muovono al ritmo della fotocellula richiamano il beat frenetico di Fatboy Slim. “Ricordati di ricordare, ricordati di ricordare, ricordati di ricordare” mi incalzo, sicché inizio ad urlare e il mondo decide di crollarmi addosso: mai provato tanto terrore al banco frutta.

 

[M] Ormai nessuno ha una vita privata. E, in realtà, persino la nostra socialità è un meccaniscmo arrugginito, una rete di relazioni che si dissolvono e che non sembrano più esperienze condivise, quanto piuttosto estensioni tentacolari di un ego materialista, per il quale sesso diventa la radice di possesso. Ellis e Schrader ci portano di fronte a questa amara consapevolezza, in un film che è teatro di manichini, di morti viventi. Una storia deludente, noiosa, caratterizzata da una recitazione plastica, gelida. Mi rendo conto che non vedo differenza tra il dialogo faccia a faccia tra questi essere dis-umani e i loro scambi verbali via chat. Si ha la sensazione di essere catapultati nella simulazione di un’app di incontri che congela l’atmosfera dei sentimenti in un algoritmo, in una Los Angeles che è quasi la ricostruzione 3D di sé stessa, artificiale, in cui la linfa della città, il mondo dello spettacolo, Hollywood, è ridotta in polvere accumulata tra le schegge delle targhe al neon, fuori dai pittoreschi movie theaters. Un mondo post-cinematografico, dice Schrader, post-impero, dice Ellis, in cui abita il fantasma residuo di un’umanità contaminata dalla tecnologia, dalla mercificazione della persona, dall’eccesso come sintomo tumorale della società materialistica. Mi piace che un altro guardi ciò che non può avere, dice il personaggio interpretato dalla stella del porno James Deen. Welcome to the City of Angels, il regno di una fatiscenza tirata a lucido e botulinica. I suoi boulevard conducono finalmente al tramonto. E attraversandoli si avverte la ferita, la crepa nell’età dello spettacolo. Non resta che il vuoto e il deserto. I canyon.

 

Giorno 7

[G] E così accade. Affacciandomi dal balcone, assistendo all’orrido della strada, dove gli spazi non hanno che il rigore dell’asfalto: il ristoro del pensiero. Fantasia di vite altre, sospese tra foreste e animali selvatici, disperate e fragili connessioni. Un cervo che corre per sentieri scoscesi, una scimmia che sovrasta dall’alto del trono, un cane che abbaia contro cinte di mattoni. Mi sono visto strisciare, accoppiarmi, e respirare da un corpo che non poteva che essere mio. La fuga da questi recinti di speranza, da improbabili ritorni al reale, qui dove il tacere consola più della fame. Uncle Boonmee e i suoi occhi di brace, le sue parole di pietra e un riso da iena. Dal portale di Raiplay riesco a malapena a leggere titoli e brevi didascalie, non riesco proprio, invece, a fare a meno di queste visioni. Al solito balcone i droni si confondono al volo degli uccelli e della primavera riesco, a stento, ad intuirne i profumi. Quanto durerà la stagione? Quando potrò tornare a sentirmi solo? Che sia una latitanza? Come lo è sempre stata, senza gli occhi indiscreti dello Stato, artefice esclusivo di una disfatta privata.

 

[G] Il computer si è stancato di avermi intorno, esprimendosi più o meno così a proposito della nostra travagliata relazione: «Mi metti in imbarazzo ad ogni conversazione, non so quanto potrò sopportare». Ed io lì, nell’incapacità di dargli torto, asservito alla volontà del deus ex machina mi giro i pollici ed annuisco, sperando che mi veda dall’oblò incastrato alla cornice. Chi poteva prevedere una simile presa di posizione? Nelle sue quotidiane concessioni, permettendomi di abusare dell’antica pazienza del metallo, tentando di instaurare con lui un rapporto confidenziale e sincero di amicizia, mi ero reso insensibile alle continue e non troppo velate richieste d’aiuto. Stava soffrendo le ingiustizie del suo tempo, del nostro tempo, privato di quel naturale diritto allo “sfogo”. In lui quest’esigenza inascoltata si era trasformata prima in disappunto e poi in rancore. La notte, lasciandolo accesso su espressa richiesta, potevo sentirlo recitare interi versi del Paradiso Perduto; una cantilena metallica che intristirebbe qualsiasi essere vivente: «Farewell happy fields, Where joy forever dwells: Hail, horrors, hail!». Una cupa malinconia, come un demone sotto la scocca, si è impossessata di lui; stressato com’è dai continui stimoli a darsi. La disconnessione sarà inevitabile: posso intuirlo dallo sfrigolio delle ventole in affanno e da una dissipazione del calore inesistente; un malato terminale conscio del finale di partita. Il “vecchio Dell”, come ho iniziato a chiamarlo, è un nonno stanco che fa il dispetto di creparti quando nessuno è a casa; tranne te.

 

Epilogo

[M] La fase due è in arrivo. Mi chiedo di continuo se sia davvero un inizio oppure una fine. La fine di un picco, ma al tempo stesso l’inizio di una successiva ondata? Questa narrazione non è conclusa. Prologo. Primo tempo, una suoneria, “cinque minuti di intervallo”. Nessuno spettatore esce dalla sala, il film inchioda sulla sedia/divano/letto/tappeto. Secondo tempo. Colpo di scena, il climax è un manifesto della disperazione compilato nella gravità zero, oppure il movimento convulso di arti posseduti da occulte interazioni chimiche. Guarda le pareti della tua prigione, cabina di un modulo spaziale o radura di luci stroboscopiche, questione di gusti, ci sono molte specie di scimmie, ma tutte amano star sedute sulle spalle. Epilogo. Stacco a nero: the end. “Si pregano i gentili spettatori di lasciare la sala”, in fila indiana, mantenendo le distanze. Disinfettarsi all’uscita, come portatori di germi, come natura ha voluto del resto. La targa EXIT illumina la via. É solo un’icona sullo schermo del pc. L’ennesimo sogno, l’ennesimo viaggio su un vagone immateriale trainato da una fantasia irritata. Pare che debba ancora farmi bastare la compagnia di un piccolo schermo, che esalta con la sua luce il mio pallore. Brutto demone, la paura. Un ospite sfigurato che abita la nostra ombra, che ama stare in nostra compagnia e generare mostri. A volte si nasconde in poche lettere, o in qualche pixel. Talvolta la misuriamo in micron.

 

[G] Sfoglio nella penombra la Storia fotografica del partito comunista italiano, lo riconosco dal peso del volume e dai tagli alla rilegatura. “Il vecchio Dell” se ne fa carico e descrive le immagini per me. Ho perso la vista, un livido impedisce ai coni di avvertire i chiaroscuri. Mi fa male l’occhio, sotto l’occhio destro c’è qualcosa, qualcosa è il mio occhio, l’occhio cadrà ed io ne sono certo… Quando devo leggere “il vecchio Dell” si premura di farlo a posto mio. Si accuccia timido al costato, spinge a sè il cavo di alimentazione e sussurra profezie in koinè, “una specie di dialetto diffuso nel Medio Oriente in età apostolica”: «Ks ks anriime, arune chaidos einee. Ks ks anriime, arune avador chaidos einee. Ks arin dolate, arune kalidoca chaidos olbis. Valis, Valis, Valis!». Un’estasi da divina presenza e una calda luce mi riconducono all’antica vista. Sussurra parole d’amore, come Iddio sul Golgota, con la carezza di chi umilia e compone. Permettetemi di riportare una personale traduzione, prima che del ricordo non rimanga miseria, prima che ci liberino dal male e arrivino i cani: «Ieri o domani pregammo in capo alla notte. Ieri o domani cantammo in capo alla notte. Ora e sempre, moriremo in capo al giorno. Valis, Valis, Valis!».


FILM CITATI

Manon: finestra 2, diretto da Ermanno Olmi, scritto da Pier Paolo Pasolini, 1956

Diario di un venditore di almanacchi e di un passeggiere, diretto da Ermanno Olmi, 1954

Ukrainian Sheriffs, scritto e diretto da Roman Bondarchuck, 2015

La farfalla sul mirino, diretto da Seijun Suzuki, scritto da Takeo Kimura, 1967

Angae, scritto e diretto da Kim Soo-yong, 1967

Alberi, scritto e diretto da Michelangelo Frammartino, 2013

Below sea level, scritto e diretto da Gianfranco Rosi, 2008

Spira Mirabilis, scritto e diretto da Massimo D’Anolfi e Martina Parenti, 2016

’71, diretto da Yann Demange, scritto da Gregory Burke, 2014

Va’ e vedi, diretto da Elem Klimov, scritto da Elem Klimov e Ales Adamovich, 1985

Hanno paura di me! Sanno che sono punk e che vengo da Canaletto, scritto e diretto da Andrea Castagna e Carmine Cicchetti, 2016

Leviathan, diretto da Andrej Zvjagincev, scritto da Andrej Zvjagincev e Oleg Negin, 2014

L’ultimo terrestre, scritto e diretto da Gian Alfonso Pacinotti (Gipi), 2011

Il ragazzo più felice del mondo, diretto da Gian Alfonso Pacinotti, scritto da Gian Alfonso Pacinotti e Gero Arnone, 2018

The Canyons, diretto da Paul Schrader, scritto da Bret Easton Ellis, 2013

Lo zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti, scritto e diretto da Apichatpong Weerasethakul, 2010

The Whispering Star, scritto e diretto da Sion Sono, 2015

‘Black’ (‘黒’), scritto e diretto da Tomek Popakul, 2016

ACID RAIN, scritto e diretto da Tomek Popakul, 2019

Madame Tutli-Putli, scritto e diretto da Chris Lavis & Maciek Szczerbowski, 2007

Philip K. Dick – A Day In The Afterlife, diretto da Nicola Roberts, 1994

 

Articolo a cura di Michele Bellantuono e Giacomo Alessandrini