Un Paradiso di «stanze chiuse» ⥀ I primi due anni del Premio Strega Poesia
Il 21 marzo verrà pubblicato l’elenco delle dodici opere in gara al Premio Strega Poesia che ambisce a proiettare l’opera vincitrice oltre la nicchia settoriale. Perché nelle prime due edizioni l’operazione non è riuscita? Marco Zonch, che ha preso in esame le opere finaliste dell’ultima edizione del premio e, ancora prima, le biografie di chi negli anni ha avuto accesso alle fasi finali della competizione, ha individuato delle caratteristiche comuni e ricorrenti, in qualche modo previste dal regolamento stesso del concorso: il riconoscimento è riservato ai letterati di professione
Il 9 ottobre 2024 si è tenuta la premiazione della seconda edizione del Premio Strega Poesia, vinto da Stefano Dal Bianco (Paradiso, Garzanti, 40 voti) e da lui conteso con Daniela Attanasio (Vivi al mondo, Vallecchi, 17 voti), Giovanna Frene (Eredità ed Estinzione, Donzelli, 16 voti), Gian Maria Annovi (Discomparse, Aragno, 13 voti) e Roberto Cescon (Natura, Stampa 2009, 3 voti). Si tratta di una cinquina biobibliograficamente compatta. I poeti che la compongono sono nati – ma fa eccezione Attanasio (n. 1947, Roma) – tra anni Sessanta e Settanta, hanno esordito tra la fine degli anni Ottanta e i primissimi Duemila, e sono in possesso di una formazione tecnico-specialistica in campo letterario. Dal Bianco (n. 1961, Padova) e Annovi (n. 1978, Reggio Emilia) sono professori universitari, Attanasio è laureata in lingue e letterature moderne, Cescon (n. 1978, Pordenone) e Frene (n. 1968, Padova) sono insegnanti di lettere con dottorato, per di più impegnati nell’organizzazione di festival come Pordenonelegge (Cescon) o di corsi di scrittura poetica (Frene); Attanasio ha curato il festival Teramopoesia.
Altrettanto, se non più, anagraficamente compatta è la cinquina del 2023, composta da Silvia Bre (n. 1953, Brescia), Umberto Fiori (n. 1949, Sarzana), Stefano Simoncelli (n. 1950, Cesenatico), Vivian Lamarque (n. 1946, Tesero) e Christian Sinicco (n. 1975, Trieste). Cinque poeti originari dell’Italia settentrionale nati, a eccezione di Sinicco, a brevissima distanza l’uno dall’altra e ancora una volta non “soltanto” autori di versi ma professionisti della parola tout court. Non sono però dottori o professori universitari ma traduttori (Bre e Lamarque), fondatori di riviste (Simoncelli), personalità del mondo della musica o della cultura più in generale (Fiori). Una differenza che si può forse spiegare o ridurre al cambiamento nel tempo di un medesimo cursus honorum: quello che il poeta deve percorrere per raggiungere notorietà, o forse per venir selezionato dal Premio. In altre parole ai più giovani tra i dieci finalisti – e la situazione non cambia molto considerando anche la dozzina 2024 e i 44 selezionati dell’edizione 2023 – sembra essere stato chiesto di saper essere soprattutto, e a un tempo, poeti e accademici; ai nati negli anni Quaranta e Cinquanta, di aver saputo essere poeti e organizzatori culturali.
Si tratta solo di un’ipotesi, che qui non può venir del tutto dimostrata ma che trova una prima conferma nell’indistinzione tra le biobibliografie dei più giovani tra i finalisti del premio e quelle dei «professionisti della parola» (Gerardo Iandoli, La poesia de-pressa) raccolti da Buffoni nel Sedicesimo Quaderno italiano di poesia contemporanea (Buffoni, Marcos y Marcos, 2023): quattro dottorandi (Bordoni, Ciaco, Corbetta, Nagy) e un paio di laureati in lettere (Modeo, Perozzi), più un eterogeneo diplomato al conservatorio (Milleri). La situazione non cambia, e vale la pena notarlo, se al Sedicesimo sostituiamo il Quindicesimo (Marcos y Marcos, 2021): quattro dottori (Franceschetti, Meloni, Ottonello, Sermini) e tre laureati in lettere/editoria (Bertini, Del Sarto, Burratti). Non cambia neppure se si passa al Quattordicesimo (2019): docente universitario Gallo, critico (forse dottorando?) Paolo Steffan, laureati in lettere Cardelli e Vivinetto, in scienze della comunicazione Donaera ma tra i fondatori del PENS; sulla formazione di Iemma non trovo informazioni certe online, ma Lotter appartiene certo al gruppo dei professionisti individuato da Iandoli. Insomma, ai più giovani tra i poeti italiani in cerca del riconoscimento simbolico provvisto dai Quaderni di Buffoni viene il più delle volte chiesto non solo di saper scrivere, ma di essere anche in possesso di un sapere tecnico-specialistico sulla poesia stessa, in campo letterario o editoriale. Ritornando a questo punto allo Strega, non sorprenderà la totale assenza tra i profili selezionati di medici, sociologi, psicologi, architetti, chimici, scienziati dei materiali o dell’alimentazione. Anzi, tra i 44 candidati della prima edizione dello Strega e i 12 della seconda – ma non tutte le biografie online sono complete – un’unica poeta è in possesso di un titolo di studio non umanistico: Eva Laudace, ingegnere. Del tutto assenti sono invece i non laureati.
Questa sovrapposizione tra mondo della poesia e dell’accademia, forse più in generale la professionalizzazione della figura del poeta, sembra in un certo senso essere stata riconosciuta già in fase di stesura del regolamento del Premio e, almeno così mi pare, averne persino informato la struttura istituzionale e simbolica. Nello stesso modo, infatti, in cui nel Sedicesimo quaderno Buffoni parla di «call for papers» (p. 7) per indicare il processo di selezione dei testi raccolti nel volume, lo Strega Poesia sceglie di chiamare Comitato scientifico il suo organo di selezione «composto da poeti, critici e studiosi» (qui)1. Nome, questo, adottato dal solo Strega Poesia – i lavori di quello tradizionale sono gestiti da un più tradizionale Comitato direttivo – e che proviene dal mondo delle riviste scientifiche, della ricerca e dell’università. Sempre da qui sembra provenire la definizione delle funzioni del Comitato: a quest’ultimo spetta «il compito di selezionare le dodici opere candidate – sia tenendo conto delle proposte degli editori, sia sulla base di valutazioni proprie – e successivamente le cinque opere finaliste». Il Comitato scientifico dello Strega dunque, come i suoi omologhi impegnati a sorvegliare i lavori di convegni e riviste, ha il compito di valutare le “proposte di intervento” degli editori – sono questi ultimi a candidare i libri al premio – e può inoltre presentare candidature in proprio; analogamente i membri dei comitati scientifici intervengono, molto spesso, al convegno di cui si fanno garanti. Vale dunque la pena notare, proprio in questo senso, che nella nuova formulazione del regolamento del Premio da poco disponibile online la frase sopra citata non appare, “sostituita” da una esplicitazione della funzione “accademica” del comitato stesso: «13. Il Comitato scientifico ha facoltà di integrare le proposte degli editori richiedendo la partecipazione di ulteriori opere. Anche l’iscrizione di quest’ultime è vincolata all’invio da parte degli editori interessati del modulo di iscrizione e degli allegati richiesti.» (qui)
Era e ancora è in qualche modo previsto dal regolamento stesso, a ulteriore conferma della funzione strutturale del critico/studioso-poeta, che i membri del Comitato possano essere a loro volta produttori di poesia: «5. I componenti del Comitato scientifico e della Giuria […] non possono concorrere al Premio per tutta la durata del loro mandato» – ora al punto 3 (qui). La norma, va precisato, ha lo scopo di regolamentare i comportamenti di più profili. Per esempio, impedisce al poeta vincitore di un’edizione del Premio, che diventa parte del Comitato dell’anno successivo, di candidare se stesso. È tuttavia significativo il fatto che il passaggio concretamente verificatosi dopo solo due edizioni sia quello di un accademico, Enrico Testa, che è stato prima membro del Comitato scientifico e poi nella dozzina 2024. La centralità di questa figura sembra poi venir dimostrata, al rovescio, da quello che a tutti gli effetti si può considerare come un vuoto normativo. Intendo dire che chi ha steso il regolamento non è riuscito a considerare l’esistenza di altri profili di condotta, oltre a quello del poeta-professore o del poeta-giudice, potenzialmente capaci di mettere in discussione la legittimità del Premio. È stato così possibile per Elisa Donzelli occupare contemporaneamente, e problematicamente, il ruolo di membro del comitato scientifico e quello di editrice di uno dei libri finalisti, Eredità ed Estinzione (Donzelli, 2024) di Frene.
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Obiettivo del Premio Strega è quello di fare da piattaforma per «la promozione della lettura», che nel caso specifico dello Strega Poesia diventa tentativo di «dare […] visibilità», appunto, alla poesia (qui). Come è già stato notato, però, lo Strega Poesia non sembra essere riuscito a raggiungere il grande pubblico. Si tratta di un’impressione che condivido e che tuttavia non avrò modo di dimostrare fino a quando non possiederò i dati riguardanti le vendite dei libri arrivati in finale: si è verificata un’impennata di vendite dopo l’annuncio delle candidature? Dopo l’annuncio dei finalisti? Dopo le premiazioni? In che rapporto sono queste variazioni con quelle nelle vendite dei romanzi dello Strega tradizionale? Ciononostante, mi pare necessario provare a chiedersi se esista un rapporto (e di che tipo) che leghi assieme habitus dei poeti finalisti, per dirla con Bourdieu, e il mancato raggiungimento degli obiettivi di visibilità. Va da sé che una domanda del genere non può davvero venir pensata senza tener conto delle caratteristiche dei libri selezionati dal premio, di cui tuttavia parlerò soltanto dopo aver chiarito cosa si sappia (e cosa no) sul Premio nel concreto.
FanPage.it segnala che L’amore da vecchia di Lamarque (Mondadori, 2023) «ha venduto 5 mila copie dopo la vittoria». Si tratta di un numero consistente per un libro di poesia ma ben lontano dalle decine di migliaia di copie che il Premio Strega riesce a far vendere a un libro di narrativa. È però anche vero che 5000 copie potrebbero essere cinque, o dieci volte tanto quelle vendute normalmente dai libri di Lamarque. Detto altrimenti, non è qui possibile stimare la portata dell’“effetto Strega”, né la bontà delle affermazioni degli organizzatori a riguardo, fatte in occasione della vittoria di Dal Bianco. Proseguendo con le piattaforme digitali, su YouTube è possibile guardare la Serata finale del Premio Strega Poesia 2023, e notare che a distanza di due anni il video ha [in data 30/12/24] poco più di 6000 visualizzazioni. Ancora una volta non è possibile fare confronti di sorta, o stabilire se queste 6000 visualizzazioni siano tante o poche. Inoltre, la serata 2024 è disponibile su RaiPlay, che non fornisce informazioni sulle visualizzazioni; per la stessa ragione non è possibile fare paragoni tra Strega poesia e Strega narrativa. Il posizionamento Amazon di Paradiso (Garzanti, 2024), vincitore dell’edizione 2024, sembra in effetti indicare un qualche successo commerciale, rapidamente declinato se si comparano questi due screenshot presi a distanza di un mese circa l’uno dall’altro [17/11/2024 e 20/12/2024].


La posizione di Paradiso, tuttavia, ci dice ben poco: non è dato sapere quanti libri sia necessario vendere per raggiungere la vetta della classifica Amazon, né quanto ampia sia la distanza tra la prima posizione e quelle occupate da Paradiso. Non è possibile sapere quanto vendano normalmente i libri di Dal Bianco, forse il più noto tra i poeti della cinquina 2024, e più in generale non è disponibile per lo Strega Poesia nulla di simile a quello che invece è disponibile grazie a Riccardo Cavallero a proposito dello Strega classico; del resto per nessuno dei due ci è dato sapere non quanti, ma chi legga questi libri.
Spianato così il terreno, che rimane tuttavia accidentato e adatto a ospitare costruzioni soltanto provvisorie, è arrivato il momento di avvicinare i testi. Scelgo di occuparmi dei cinque libri arrivati in finale nel 2024, riservando al futuro uno spoglio più esteso, e di cominciare con una domanda che nobilmente appartiene al senso comune: di che cosa (non) parlano i libri finalisti dello Strega Poesia di quest’anno? Verrebbe da dire soprattutto di «stanze chiuse» (Paradiso, p. 18), e cioè di quotidianità, di solitudini – pandemiche e non – di affetti, di lutti piccoli o grandi. Manca la tensione civile – con l’esclusione di Annovi – ma soprattutto manca quasi del tutto l’altro, con l’esclusione di quell’altro-da-sé talmente vicino, emotivamente, all’io poetico da essere quasi-sé: il cane che accompagna il poeta di Paradiso non ha ‘muso’ ma «faccia sorridente» (p. 52); di quell’altro talmente lontano nel tempo, per esempio e come avviene nel libro di Frene, da essere quasi del tutto inoffensivo. Mancano, detto altrimenti, del tutto i nemici, più in generale la rabbia, il senso di sconfitta o di minaccia, la paura. O meglio quando queste cose appaiono nel libro di Frene, assieme alla violenza, al disgusto ecc., lo fanno attraverso il filtro protettivo dell’erudizione, della citazione – per esempio dal diario di guerra di Giuseppe Bof, Ritorno a quei giorni – o della longue durée; della Storia dell’umanità che postmodernamente sembra possibile tenere tutta insieme in un unico colpo d’occhio, archivio da cui trarre materiali.
Questo non significa, però, che i libri finalisti siano pieni di gioia – ma si legga L’amore da vecchia (Mondadori, 2023) di Lamarque – che raccontino la soddisfazione per la vittoria o che siano abitati dalla speranza. Manca, anzi, quasi del tutto il futuro, mentre abbondano i ricordi, le paralisi, gli attimi di immobilità contemplativo-minimalistica. Vale in questo senso il primo testo di Paradiso, che si apre con «Un falco fermo contro un vento forte» – immagine usata in maniera differente da Attanasio (p. 97) – e si chiude con la «nostra immobilità verso la preda» (p. 11). Poche pagine dopo l’unica (misera) preda di tutto il libro: «una mosca», che uccisa fa «sentire come un dio» (p. 14). Si tratta di una violenza allegorica, quella del falco e quella del “cacciatore di mosche” – l’insetto infesta anche le “stanze chiuse” («chiuso nella mia casa» qui) di Ritorno a Planaval (Mondadori 2001 e Lietocolle 2018) –, che per fortuna non diventa celebrazione di nietzschiani uccelli da preda o del vitalismo dell’assalto, e che sembra piuttosto rimandare al classico desiderio mistico del “farsi dio”, in qualche modo ispirato dal pensiero di Georges Ivanovič Gurdjieff. Vale in questo senso la pena segnalare, benché di sfuggita, la presenza in un altro dei libri in finale, Natura di Cescon, di un richiamo alla Mindfulness di Jon Kabat-Zinn (p. 19), utile a mostrare la presenza nella poesia contemporanea dello stesso tipo di tensioni spirituali che di frequente animano e anzi definiscono la narrativa contemporanea.
Passando ora a discutere la composizione delle raccolte finaliste, il fatto più rilevante mi sembra essere che non tutte nascono come progetto organico. Discomparse di Annovi ed Eredità ed estinzione di Frene contengono testi scritti in un lungo arco di tempo («tra il 2012 e il 2022», Eredità, p. 123) e non sempre omogenei tra loro. La penultima sezione del libro di Frene, intitolata Tecnica di sopravvivenza per l’Occidente che affonda, è in origine una plaquette (Arcipelago Itaca, 2015), che sembra mantenere separata la sua identità dal resto del libro. Basti in questo senso notare che negli Apparati approntati dall’autrice stessa – ecco ancora gli effetti del sovrapporsi delle figure di critico e poeta – esistono informazioni riguardanti tutte le sezioni a eccezione di quelle d’apertura e chiusura, che contengono un testo soltanto, e appunto di Tecnica di sopravvivenza. È il segnale, ritengo, della differenza che intercorre tra questa sezione più lirica e le altre che sono, progettualmente, ermetico-archivistiche, al punto che senza le spiegazioni contenute negli Apparati molti dei testi sarebbero incomprensibili. Si tratta di un dato qui importante, perché suggerisce che il lettore modello del libro non è un individuo qualsiasi ma chi ha familiarità con edizioni critiche e affini; è chi sovrappone, forse, riduce la lettura a una delle sue sottocategorie: lo studio.
Come accennato anche il libro di Annovi, Discomparse, è costruito mettendo insieme testi scritti in occasioni differenti, e pubblicati autonomamente nel corso di un decennio. La scolta, prima sezione del testo e plaquette del 2013 (Nottetempo), nasce addirittura nel lontano 2007 («L’idea e i primi appunti di questa serie sono nati a Los Angeles nell’ottobre del 2007», p. 127). La sezione intitolata Estratti, dedicata come accennato ai migranti, è in realtà solo una parte di un progetto artistico più ampio – esiste un’«installazione intitolata Self-seas. Retratos del mar» (p. 128) – realizzato nel 2019 da Annovi in collaborazione con un artista spagnolo, Ginexín. Insomma, anche Discomparse, forse più di Eredità, è una raccolta di materiali di provenienza differente, che forse non riescono a comporre un’opera unitaria. Quello che si è detto per i libri di Frene e Annovi vale anche per quello di Attanasio. Vivi al mondo si chiude infatti con un ricordo, in prosa, di Amelia Rosselli; in appendice sono contenuti testi datati 1997, che in una nota l’autrice ci dice di aver ritrovato per caso, e di aver deciso di includere nel testo «quando il manoscritto di Vivi al mondo era già stato consegnato» (p. 109). Questo significa che tre dei cinque libri finalisti sono stati composti raccogliendo, benché in misure diverse, testi scritti e/o pubblicati autonomamente in un lungo arco di tempo. Una scelta forse peculiare o sorprendente, che si può spiegare per analogia con lo Strega tradizionale, premio che è stato spesso assegnato a un libro e contemporaneamente a un autore e alla sua carriera (cfr. G. Simonetti, Caccia allo Strega, Nottetempo, 2023).
Chiudo la panoramica provando a istituire un primo punto di contatto tra habitus e testi, notando cioè la “professoralità” dell’impostazione di molti dei libri in cinquina, che sembrano non riuscire a liberarsi – ancora una volta si veda quello che scrive Iandoli a proposito del Sedicesimo quaderno – dell’impostazione scientifica della scrittura, appresa nel passato (o ancora praticata) dai rispettivi autori. Valgono in questo senso gli Apparati di Frene, la bibliografia in fondo al libro di Cescon e una dettagliata serie di note in quello di Annovi. Oltre alla presenza di questi paratesti, che è fin troppo semplice connettere alla formazione dei tre autori – Frene, allieva di Mengaldo, è l’unica tra i cinque a ricorrere al dialetto –, conta il loro contenuto. Gli autori citati dai finalisti sono, infatti, spesso quelli della tradizione letteraria e critica riconosciuta: Cicerone, Leopardi, Mario Benedetti, Sereni per Cescon; Dante e Carlo Ginzburg, tra molti altri, per Frene; Eschilo e Barthes, ancora una volta tra gli altri, per Annovi, che come Frene nelle sue note indica l’esistenza di un rapporto intellettuale/artistico con uno dei membri del comitato scientifico, Andrea Cortellessa («La serie [Estratti] è stata anticipata da Andrea Cortellessa su Antinomie (27 settembre, 2020) con il titolo Ritratti del mare.» Discomparse, p. 128).
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Tra tutti i libri arrivati in finale, come in qualche modo già detto, il più compiuto è Paradiso di Dal Bianco. È questa l’opinione non solo della giuria – 40 voti contro i 17 del secondo classificato – ma anche dei recensori che, molti, ne hanno scritto o parlato con toni positivi e a volte entusiastici. Secondo Mazzoni, per esempio, eccezionale sarebbe la capacità di Dal Bianco di parlare di spiritualità senza scadere nel New Age. Si tratta di una concezione datata del “problema spirituale” (il fagiano jonathan livingstone manifesto contro la new age usciva nel 1998), che dimostra inoltre la difficoltà a collocare il testo all’interno di un panorama letterario caratterizzato proprio dalla centralità dello spirituale, in tutte le sue forme. Non ha cioè senso, ritengo, celebrare il recupero di Gurdijef operato da Dal Bianco senza considerare che esso avviene accanto alla Mindfulness di Cescon e non nel vuoto; è parte di un continuum che passando per le forme più erudite di ricerca interiore tocca anche la New Age, i fondamentalismi e arriva fino alla Spirituality and Business. Comunque sia, e senza poter qui entrare più nel dettaglio del cosiddetto “ritorno della religione” o del postsecolare, il punto è che Paradiso è stato letto senza fare domande circa la sua peculiare posizione spirituale. Si è cioè evitato di interrogare in chiave esoterica la coppia uomo-cane al centro del libro – una semplice ricerca su Google ci dice qualcosa a proposito della complicata figura del “cane seppellito” (qui), e di tentativi di mescolare Gurdijef e animali domestici in chiave pop – ma forse soprattutto non si sono volute considerare le somiglianze tra il panteismo di Dal Bianco e quello di Baricco; o la connessione che la linea del non materialismo promette di istituire tra il libro di Dal Bianco e la cima della classifica poesia italiana di Amazon, occupata dagli attacchi al «materialismo brutale e nichilista» di Franco Arminio.
A dispetto di questa problematicità, riprendendo il discorso da dove lo si era interrotto, Paradiso rimane il libro migliore tra quelli arrivati in finale, e lo è per più di una ragione. I versi di Dal Bianco sono senza dubbio i più riusciti – lo dice bene Umberto Fiori – e conta il fatto che Dal Bianco riesca a evitare la trappola della professoralità in cui cadono invece i suoi colleghi. Mancano cioè citazioni, passi eruditi o di complicata decrittazione; nella Nota conclusiva (p. 141) non ci vengono dati riferimenti a saggi e pubblicazioni ma informazioni circa l’età del cane e sul luogo in cui si svolgono le passeggiate di cui si parla nel libro. Tuttavia, è vero anche che l’opera si fa portavoce di un’esigenza regressiva, del bisogno di andare verso una natura abitata da potenze ulteriori, dove al massimo capita di imbattersi nel paesino ridotto quasi a «presepe» (p. 49). Si arriva così alla negazione del presente. Intendo dire che Paradiso è un libro pandemico, per usare un’espressione diffusa benché infelice, in cui alla tragedia si sostituiscono la contemplazione della natura e le passeggiate in compagnia di Tito. A rischio di suonare un po’ troppo, come dire, immerso in un’atmosfera da Ideologia e linguaggio, ecco dunque che il verso semplice, le strofe classicamente costruite come un susseguirsi di immagini e commento (p. 41), queste componenti formali quando mescolate a menti universali (p. 87), anime del mondo (p. 59), animismi (p. 66) e richiami forse gnostici («quello schifoso guscio umano che ti assilla» p. 115), a grandi disegni (p. 120), nature onniscienti (p. 128); quando forme e spiritualità insieme diventano invito al ritiro nel privato, a risolvere la «nuvolaglia […] di pensieri» in contemplazione di «una valle con il vento e sotto il sole» (p. 33) ecco allora che, a dispetto delle sue qualità, del libro nel complesso mi pare impossibile dare un giudizio positivo.
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È finalmente venuto il momento di provare a connettere tra loro habitus, libri e insuccesso, mancato effetto Strega. Lo si può fare semplicemente, descrivendo il luogo in cui ci portano ragionamento e dati, ma senza dimenticare la cautela: mancano dati e ci sono dunque limiti che le congetture non possono (devono) superare. Ribadito lo stato di incertezza, si può cominciare parlando forse dalla soglia, di quali sono cioè le caratteristiche che rendono più probabile rientrare nella cinquina dello Strega. Sembra in questo senso evidente che l’aspirante finalista deve essere in possesso di un titolo di studio umanistico, meglio ancora una formazione accademica o, in correlazione con l’età, aver ottenuto successo come organizzatore culturale; eventualmente tutte e due le cose insieme. È poi un po’ più probabile rientrare nel gruppo dei finalisti se si è uomini (in entrambe le edizioni 2 donne contro 3 uomini) ma conta soprattutto l’origine geografica (nove dei dieci finalisti sono originari del nord Italia) anche se non è qui possibile fare ipotesi sul perché. Sembra inoltre importare molto il prestigio del singolo poeta, forse addirittura più che non il risultato che quest’ultimo ha raggiunto con il libro candidato. Penso in questo senso alla frammentarietà di alcune delle raccolte finaliste, che hanno certo senso all’interno del percorso del singolo autore, ma probabilmente non in vista del dialogo con il grande pubblico che il Premio vorrebbe istituire.
Nel 2024, dunque, ad attraversare questa porta stretta sono stati in gran parte poeti-professori e libri che, analogamente a quanto avviene per la struttura organizzativa del Premio stesso, hanno in sé qualcosa del milieu accademico da cui provengono. Penso in questo senso alla forma in cui appaiono Apparati, Note e altro; alla presenza di riferimenti, per esempio, a Roland Barthes, e, simmetricamente, all’assenza di nomi davvero estranei a questo orizzonte culturale. La sua condivisione, anzi, sembra essere fin qui stata fondamentale; e lo si afferma avendo in mente non solo i finalisti 2024 ma anche le ultime annate dei Quaderni. Proprio questo requisito che autore e libri “da premio” devono saper soddisfare mi pare, per ipotesi, determinante per il risultato deludente del Premio stesso, ammesso sia tale, e forse ci si può arrischiare a dire anche: per lo stato di minorità in cui la poesia italiana contemporanea sente di trovarsi. Che però davvero sia così, che davvero causa di questo sia il fatto che i poeti si formano tutti nei dipartimenti di lettere, per cui finiscono per scrivere, non lo si può qui stabilire. Certo, però, si può sperare di leggere o veder premiata anche poesia scritta da manager, da tecnici e chimici, da coloro che la conoscono e la scrivono indipendentemente dall’università; o almeno poesia scritta da chi è felice, da chi ha nemici con cui lottare, da chi vuole qualcosa per il proprio futuro e per quello degli altri.
(Marco Zonch)
Note
1 Si noti che nella versione 2025 del regolamento, da poco disponibile online, la composizione del comitato viene descritta anche come segue: «composto da personalità di indiscusso prestigio e competenza» (qui).

