Da Parigi è un desiderio (Ponte alle Grazie, 2016).

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Del primo soggiorno a Parigi ho dei ricordi confusi, come su quasi ogni periodo della mia vita. Avevo diciotto o diciannove anni? Di sicuro eravamo in tre più uno. Con Tito e Diego siamo partiti assieme da Milano, e Alessandro ci ha raggiunto alcuni giorni più tardi. Tutti freschi ed elettrizzati di Interrail, con un piano di marcia diabolico: Parigi, Amsterdam, Copenaghen, tutta la Scandinavia, con particolare riguardo per i fiordi, le capanne dei pescatori, le foreste sterminate e monotone, i tuffi nell’acqua ghiacciata.

A Parigi non eravamo acquartierati in città, ma in un campeggio periferico a Joinville-le-Pont e ci si spostava all’inizio e a fine giornata con la RER, la metropolitana del popolo suburbano, quello che arriva nella capitale all’alba, dormendo ancora, e se ne va dopo mezzanotte, tra fischi e sghignazzi. Non sono ovviamente gli stessi quelli che arrivano fiacchi a Parigi alle sette di mattina, e quelli che salgono sull’ultimo treno notturno ululando. Questi ultimi li conoscevamo bene, e ne facevamo parte. Sono soprattutto giovani che hanno passato l’intera serata a Parigi, si sono riempiti di alcol, hanno accostato magnifici parigini, uomini e donne, sono stati abbagliati dalle luminarie di locali e ristoranti, hanno visto elegantissime persone fermare dei taxi, ma anche dei tipi giovani, con cappellini da gruppo rock inglese, scendere da auto sportive, e ora se ne devono tornare a casa loro, nei quartieri bui e silenziosi, e hanno una mezzoretta sola di viaggio per smaltire la loro straordinaria eccitazione. Anche noi di ritorno da Parigi, saltati in affanno sull’ultimo metrò, gironzolavamo nel vagone come ghepardi in gabbia, con una voglia immensa di fare stronzate, di tirare il freno, di sganciare un estintore dalla sua nicchia, o semplicemente di fumarci una canna con il gruppetto di ragazze appena conosciute. Alla fine, smettemmo persino di preoccuparci per il ritorno e trovammo ottimi motivi per passare l’intera notte in giro per la città. A quell’epoca, il vagabondaggio notturno era un’attività che ci riusciva particolarmente bene.

Del campeggio di Joinville ricordo solo grandi distese d’erba. Mi chiedo se non ci avessero sistemati in un campo da golf incolto. Non so dire neppure se oltre alla nostra ci fossero altre tende, e dove sorgessero gli immancabili bagni in comune. Ho solo immagini di tavoloni di legno da pic-nic e di altalene costituite da pneumatici. E poi c’erano i discorsi di Diego.

Diego diceva sempre: “Ma non vedi Andy, non vedi questo sole? Guarda! Cosa abbiamo in mano? Una bella bottiglia di birra ghiacciata! E adesso cosa ne facciamo? Ce la beviamo con tutta calma! E siamo qui, tranquilli, è estate, abbiamo trovato questo campeggio economico e deserto. Adesso Tito impasta un po’ di fumo, ci facciamo una superba canna, e abbiamo Parigi a portata di mano, a pochi chilometri, e sono già tutte lì, le francesi, che ci aspettano. Bevi tranquillo, Andy, e inizia a renderti conto: siamo davvero a Parigi, abbiamo tre settimane di viaggio davanti, tutto va bene, possiamo davvero godercela…”.

Questa era la ramanzina tipica di Diego, ad un certo punto lui doveva tirare fuori questo discorso, ed era evidentemente un discorso contro di me, contro il mio strafare, il mio straparlare, mettendo troppe parole dentro una frase, a cui uno come Tito si era abituato, tanto strafaceva anche lui, ma Diego no, mi trattava come fossi un vecchio nevrastenico, uno di quelli che non riescono a sistemare il culo sulla sedia, perché è come se posassero le chiappe sempre su superfici irregolari e puntute. Diego faceva così con noi, soprattutto con me, era un gioco delle parti, io nel ruolo del tormentato, che fissa torvo il proprio asciugamano anche nella spiaggia più conturbante e assolata, e lui in quello del saggio hippy californiano, che è capace di sollevare la testa, di guardare in faccia il sole e l’orizzonte, respirando a pieni polmoni, senza pesi invisibili che gli schiacciano il torace.

Diego aveva una sua follia piacevole, e mi sono anche molto divertito con lui, ma era un cripto-tossico, e la sua saggezza californiana una comoda copertura. All’epoca del fumo, in quei pochi anni della vita che ho interamente dedicato a fumare erba e hashish, con vari contorni di cui non è urgente parlare, ebbene in quel periodo, in mezzo ai fumatori puri, dogmatici, si annidavano anche una quantità di cripto-tossici. Il tossico era un esemplare ben identificabile in giro per parchi e piazze di fumo, ma faceva vita separata, veniva a raccattare soldi di tanto in tanto, magari lo si accoglieva in un “cerchio” per concedergli un tiro di cìlum, ma poi ognuno per la sua strada, e i tossici noi li disprezzavamo, innanzitutto per la loro evidente propensione parassitaria, ma anche per lo spettacolo abbastanza ripugnante del loro sballo, quando li coglievi a parlare con la voce impastata, le palpebre semichiuse, la schiumetta agli angoli della bocca, il braccio sospeso in aria, che non sapeva più dove andare. Col tempo, però, scoprii che tra i fumatori al di sopra di ogni sospetto vi erano tossici infiltrati, che menavano perfettamente una doppia vita: in certi luoghi e a certe ore, grandi appassionati di hashish ed erba, ben addentro nella famiglia chiassosa e gioviale dei fumatori di canne, pipe, cìlum, colli di bottiglia, ecc., ma in altri luoghi e ad altre ore schivi consumatori di eroina, per sniffate o via endovenosa, godendo appieno della clandestinità e del livello nettamente superiore, very high quality, del loro sballo. Ogni cripto-tossico, in realtà, era assolutamente convinto di vivere un’esperienza elitaria, di far parte di una congrega selezionata di persone, a cui il destino aveva aperto le porte dello sballo adamantino e incontaminato dell’ero, rispetto al quale gli effetti di tutte le altre droghe della terra non erano che sconvolgimenti abortiti. Noi fumatori credevamo nella democrazia e nella trasparenza: fumare si fumava in pubblico (intrusioni poliziesche permettendo), la canna per suo statuto doveva “girare”, e chi se la faceva sostare esageratamente tra le dita era immediatamente vilipeso dal gruppo. I cripto-tossici giocavano a fare i democratici, ma in cuor loro sapevano di appartenere all’aristocrazia dello sballo: sufficientemente padroni di loro stessi per non essere platealmente associati al tossico, e nello stesso tempo beati e regolari ospiti della loro privatissima bolla d’eroina.

Con Diego, ho capito poi come fosse impossibile sapere quando il suo clandestino consumo di eroina venisse ad affiancarsi e a rinforzare quello pubblico di erba o fumo, ma durante quel nostro viaggio le cose andavano diversamente: si stava assieme ventiquattro ore su ventiquattro, e gli esclusivi e solitari appuntamenti con l’eroina erano per forza impraticabili. Quell’estate, inoltre, eravamo tutti un po’ più virtuosi. Per me e Tito, ad esempio, girare con la scorta di fumo in tasca stava cessando di essere una priorità esistenziale assoluta.

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Andrea Inglese (1967) originario di Milano, vive oggi nei pressi di Parigi. Ha scritto saggi di teoria e critica letteraria, due libri di prose e sette libri di poesia, fra cui ricordiamo La distrazione (Luca Sossella, 2008), La grande anitra (Oèdipus, 2013) e Lettere alla Reinserzione Culturale del Disoccupato (Italic Pequod, 2013). È uno dei membri fondatori di Nazione Indiana, fa parte del comitato di redazione di alfabeta2 e collabora col manifesto. È il curatore del progetto Descrizione del mondo (www.descrizionedelmondo.it), per un’installazione collettiva di testi, suoni & immagini. Questo è il suo primo romanzo.