Pitture infamanti di Giuseppe Nava (Capitolo I) ⥀ Passaggi

Passaggi, la nuova rubrica di Argo dedicata alle pratiche della prosa breve, presentata [qui], fa il suo esordio con tre prose di Giuseppe Nava, le prime di una più ampia serie contraddistinta dalla forma letteraria della biografia

Illustrazione in copertina di Silvia MengoniCapi d’accusa, 2020.

 


 

San Miro Paredi

Sconosciuti il luogo e la data di nascita, le prime notizie risalgono intorno al 1300 e lo vedono aggrappato alla pietraia, con le capre, incrostato, fradicio. Le radici e la terra, dai denti e dalle unghie sono entrate nel sangue, e gli crescono dentro le piante, e sotto la pelle i labirinti dei tarli dove corre la notte, ore infinite tra la corteccia e il giorno, piene di passi senza corpo, nel frastuono del buio del bosco. Se ne sta con le foglie prima del colpo di vento, sospeso, rigido. Frustato dai ricordi, preso a morsi dai coltelli che ha lanciato nel lago – sono tornati con il vento, tornano sempre, intorno alla lama crescono lembi di pelle, grumi di carne, prendono forma e battito, e presto non è più solo. Il torrente gli parla, urla quando piove, gli dice di restare a frollare ancora un po’, e lasciare che il suo nome se ne vada per sentieri.

 

 

 

Claudio Corti

Nato fra le due guerre, svolge vari lavori prima di scoprire, in quel teatro di pietra, di non avere vocazione attoriale. Una parete dove non batte il sole, dove crescono muffe enormi negli angoli. Quando l’aria è limpida puoi vedere le spore danzare nel vento con le poiane. Appeso con un amico a quel teatro sproporzionato, come burattini lasciati dal puparo nel bel mezzo della scena, le corde ancora tese, non ancora afflosciati sulle giunture. I vivi guardano da lontano col binocolo, puntano il dito, dicono che non è un bello spettacolo. Convinto dall’insuccesso, ne scende. Le repliche del compare invece sono continuate per anni, a suon di monetine; a valle hanno installato i cannocchiali col gettone, durano qualche minuto e poi tlac – la visuale si chiude, nero. Dopo, gli hanno reso la vita impossibile. Gli hanno fatto sognare ogni notte la neve impazzita e le dita blu, e quel corpo che pende per anni dalla cengia più esposta, danzando nel vento con le poiane. L’accusa rivoltagli è già condanna: l’abbandono, l’essere stato graziato da un caos prossimo al silenzio. Da anni respira le spore della parete e lunghe ife notte dopo notte disegnano reticoli dai polmoni, agli alveoli, fin nel sangue. Ogni notte l’altro ritorna a trovarlo, snodando corde aggrovigliate. Dice che viviamo aggrappati a un gradino sottile. Dice che alla fine siamo appesi al giudizio di un pubblico distante. Da sempre snoda e riannoda corde aggrovigliate.

 

 

 

Simone Pianetti

Nato in provincia, non si sa se morto, direbbe che la stesura della lista non è stata difficile. È bastato fare un poco mente locale, elencare i nomi che ribollivano sulla schiuma da tempo, e poi andare a cercarli. Uno per uno, spuntare le voci, mettere ordine. Le facce dilaniate dai pallini del dodici, lo sciame che si allunga e disegna la rosa in spirali, lo credeva troppo ma diventò all’improvviso necessario: pulire, oliare, caricare il fucile. Vive in posti dove lo schioppo si mette in spalla prima delle scarpe ai piedi. Non avrebbe avuto alcuna intenzione di usarlo, ma la colpa è solo loro, serpenti rincoglioniti dal sole dopo averti ingrossato le caviglie di veleno. Direbbe che non ci dormiva più, che non sapeva più dove sbattere la testa. Fu forse quella sera che guardò a lungo nella canna del fucile, che decise di stendere la lista. Gli ricordava il tunnel della metro. Chissà se la fiammata la vedi arrivare così come vedi arrivare il treno (forse si vergognerebbe di dirlo). Trovò poi che il bosco a volte ricorda la città, in una e nell’altro ci sono ombre e cose sconosciute dietro le curve, e luci improvvise e slarghi, piazze e prati a maggese, c’è qualcuno che ti dà la caccia e ci sono posti per nascondersi e scomparire. In uno e nell’altra, alla fine della giornata, i piedi sembrano bruciare. Anche il vento è lo stesso. Solo che nel bosco, quando sente il fischio, stringe il fucile e si domanda se anche questa volta non si incepperà.

 

 

 

 


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Giuseppe Nava
Silvia Mengoni, Capi d’accusa, 2020.