Il passaggio a livello ⥀ Racconto di Sarah Di Piero

Pubblichiamo di seguito un nuovo racconto di Sarah Di Piero, già autrice della raccolta poetica Reparto da qui (Argolibri, 2019)

 

Sarah di Piero ricostruisce l’anatomia di un istante sospeso, dalla consistenza poliedrica e misteriosa. Il passaggio a livello è un racconto che si muove tra un presente irresoluto e le ombre di un passato inestinguibile, che aleggia distorto intorno alla protagonista riconducendola in un posto che pensava di essersi lasciata alle spalle molto tempo prima.

(Costanza Rossi)

 

L’immagine in copertina è stata realizzata da Gabriele Doria su ispirazione del racconto.

 


Il passaggio a livello

 

Erano morti che galleggiavano in aria. Quello che racconterò vi farà pensare che sia pazza. Il punto non è questo, perché pazza lo sarei veramente, credendo a quello che è accaduto, però, come potrete capire bene, se sono qui a raccontarlo, ho anche un minimo di salute mentale, altrimenti non avrei mai compreso quello che è successo al passaggio a livello, ma sarei ancora lì, fissata sulle sue figure, o forse non sarei nemmeno qui.
Erano morti che galleggiavano – dicevo – eppure erano lì, fuori dal mio corpo. I loro occhi erano di vetro, luccicavano come spade al sole. Tuttavia era notte: dentro e fuori di me.
Ero a Bologna con Ettore. Lo avevo conosciuto diversi giorni prima in una libreria, di fronte alla sezione «informatica»: stavo prendendo un libro di programmazione e la sua mano arrivò prima della mia sul volume. I nostri occhi non si incrociarono: la seconda cosa che vidi di lui, dopo la mano, furono le scarpe. Erano un paio di Nike bianche e trascurate. Identiche alle mie. Non credevo nell’anima gemella e non ci credo tuttora, ma mi colpì quando mi chiese scusa porgendomi il libro: aveva una voce mordente, oserei dire, lieve e allo stesso tempo intensa, decisa. Insolita, ma familiare. Fuggì via prima che potessi farlo io. Tutto questo aveva qualcosa di piacevole e curioso.
Lo incontrai di nuovo in ufficio. Era stato appena assunto e dovevamo lavorare insieme, con la stessa mansione. Inoltre, mi disse che veniva da Bologna. Io ci avevo vissuto qualche anno prima, quindi decidemmo di prendere il treno e di andarla a visitare.
Sul treno, mentre leggevo un libro, lui ascoltava della musica, tenendo il ritmo con l’indice sul ginocchio e osservando le persone che passavano nella corsia tra i sedili. Il volto di Thelonious Monk risaltava sullo schermo del suo cellulare.
Quella notte, a Bologna, camminavamo insieme. La pioggia aveva smesso da poco di scendere. I piedi di Ettore scivolavano silenziosi sulle foglie bagnate. Lo tenevo per mano con la paura di perderlo. Mi stava parlando della casa in cui viveva. Si trovava nei paraggi, quindi decise di portarmi a vederla.
Era la stessa zona in cui avevo abitato io. Le strade mi erano familiari. Le villette, i palazzi di mattoni e ogni piega sull’asfalto mi riportavano al passato. Ettore mi somigliava molto, questo mi attraeva e mi faceva paura. Solo più tardi avrei compreso il rischio che stavo correndo.
Svoltato l’angolo fui sorpresa di trovarmi nella via in cui avevo vissuto e questo accese ancor di più la mia curiosità: magari abitavamo di fronte e non ci eravamo mai incontrati?
Ricordavo quando passeggiavo da sola verso casa, con le buste della spesa piene di mozzarella, pane, birra. Era come se avessi lasciato un pezzo di me in quella casa: avevo ricordi tanto belli quanto terribili delle ore notturne, passate senza dormire, tra una giornata di lavoro e l’altra. Bevevo e suonavo la tastiera, con la musica che entrando faceva vibrare ogni mia corda emotiva. Il corpo era una cassa di risonanza. Pieno di anime in tempesta. Ebbene, non c’era molta differenza tra quella casa e il mio corpo: era la mia casa di risonanza.
Tuttavia, con le notti trascorse a non dormire, il lavoro iniziò a farsi più vuoto e insostenibile. Le ore fuggivano senza capire né come risolvere i problemi né di quali problemi si trattasse. Non scrivevo una riga di codice. Uscivo dall’ufficio in anticipo, accorgendomi più tardi dell’orario. Mi perdevo con la macchina fino ad arrivare dentro la ZTL, entrando e uscendo più volte di seguito nel giro di pochi minuti.
Alla fine scappai da Bologna: mi licenziai, riempii la macchina di tutto quello che avevo nel monolocale e tornai nella mia città, ascoltando Thelonious Monk tra le macchine in fila in autostrada.
Una parte di me rimase lì. E volevo dimenticarlo.
Io ed Ettore procedemmo in direzione del passaggio a livello. Quella volta lo superammo senza problemi. Le sbarre erano alzate. Le strisce rosse e bianche si stagliavano sullo sfondo scuro della via, illuminata solo dalla luce intermittente di un lampione. Ci stavamo avvicinando a quello che era stato il mio monolocale. Aspettavo di passarci davanti per dargli un’occhiata fugace, ma non avevo intenzione di raccontargli niente di quella parte del mio passato. Non volevo fermarmi. Fu lui a farlo. Mi indicò la casetta dicendo che era casa sua.
Strinsi forte la sua mano prima di lasciarla e lui mi guardò con degli occhi che erano come di vetro. Luccicavano sotto l’umidità lasciata dalla pioggia. Anche senza sole. Aggrottò le sopracciglia ed ebbi la sensazione che mi inghiottisse. Intorno si fece subito buio. Corsi nella direzione con cui avevo più familiarità, rischiando più volte di scivolare sulle foglie bagnate e recuperando velocemente l’equilibrio, ma la paura mi portò senza fiato di fronte al passaggio a livello. Le sbarre erano abbassate.
Guardai dietro e non vidi Ettore. Accanto a me si stava riempiendo di persone. Questo mi diede tranquillità, finché non sentii la sua voce chiamarmi dall’altra parte del passaggio a livello. «Passa di qua, sei ancora in tempo!», mi sorrideva con la mano tesa, ma a quel punto non mi fidavo più. Le gambe si indebolirono e mi sentii come una bottiglia di vetro gettata al suolo con violenza.
Tutta in una volta, quella strada, prima desolata, sembrava essersi affollata. Anche accanto a lui si era riempito di anime. Senza ombra, si dipingevano sullo sfondo come se con questo non avessero nulla a che fare.
Una macchina si era fermata alla sbarra e il guidatore si era affacciato dal finestrino per salutare un ragazzo sul marciapiede. Nell’attesa di poter passare, si erano fermati a parlare.
Una donna con il pancione e un vestito a fiori stringeva la maniglia di una carrozzina e teneva per mano un bambino di circa sei anni, che vi guardava dentro con un volto imbruttito dalle ombre delle fronde. Una folata di vento mosse il vestito della donna, che lasciò il bambino
per coprirsi.
«Passa di qua! Sei ancora in tempo!»
Mi voltai per vedere se il treno stesse arrivando. Avevo poggiato le mani sulla sbarra per oltrepassarla. Volevo fermarmi sul binario e farmi travolgere, ma una persona si mise a urlare: “Oh mio Dio, quello sono io!”, indicando dall’altra parte.
Da quel momento ci fu un mormorio uditivo e visivo generale: tanti occhi sospesi in aria e i fruscii del battito delle loro ciglia. Appresi che non erano solo morti che galleggiavano in aria. La locomotiva era vicina, quando il bambino oltre il passaggio a livello prese la sorellina dalla carrozzina e la gettò sui binari. Erano anche parti di me.
Il treno passò veloce, indifferente a tutto. Con i suoi passeggeri annoiati all’interno: quelle tante persone dentro un corpo che galleggiava sui binari.

 

 


Gabriele Doria, Mattone e specchio, 2022.