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Passi perduti | Racconto di Angelica Paolorossi




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“A volte mi pareva d'essere una nube nera, pronta a trasformarsi in una fioritura di tuoni e di lampi, sempre sospesa, sempre incombente, ma mai capace di grandi cose. Se sapeste com'ero coraggioso, quando non c'era alcun bisogno di esserlo… Se sapeste come amavo la letteratura e con quanto disprezzo, invece, la respingevo!”

Emanuel Carnevali

 

 

 

 

PASSI PERDUTI

 

Mai più. Non volevo più scrivere. Ma mi bracca un silenzio invalido boccheggiante di parole, spremendo forze che impongono alle dita di consegnare alla carta i ricordi. A che serve, mi chiedo, a che serve raccontare le storie, se non sanno mutare gli eventi. Eppure non è una mia scelta, non mi posso sottrarre, non riesco a fuggire da questo. Mi legate le mani e la penna, momenti, chiedendomi d'essere raccontati con forza! Mi svelate eclissandomi un vostro piano preciso, ignorando criteri di racconti irreali, raziocini bugiardi che ingabbiano storie, perché la vita è ben altro, tutt'altro che logica, e ogni trama fittizia, al sentimento, è prigione.

 

Stringendo menzogne le cercavi la mano, stremata fuggente nervosa, di questo puoi dipingere ora, mentre crollo dal viso le mani sui bordi dei fianchi di un pavimento gelido quasi quanto la tua mano affilata. Coltelli ti dico, sei un uomo tutto coltelli. Hai avuto a che fare con lei quella notte, ma non ti sei accorto. Non t'accorgevi di niente. Dondolava i piedi nervosi dai bordi del letto, camuffando i suoi polsi malconci dentro maniche assurde quasi quanto il tuo desiderio d'averla. D'io padre figlio e spirito stanco. Amen. Si cullava il delirio avanti e indietro col capo chino, dondolando il suo timido impaccio di pose, senza alzare lo sguardo, le labbra tremanti pendenti sorrisi imbastiti alla buona, gettandoti solo qualche occhiata sfuggente. –Mi vedi?- domandava implorante il suo inquieto mutismo. Tu cieco fissavi pareti in diversi punti imprecisi, aspettando di vederle gli occhi svuotarsi sul pavimento. –Alzati, alzati e vattene- le ripetevo all'orecchio (ogni volta), ma non le riusciva di alzarsi, o di sentirmi, o di ascoltarmi. Ti credeva. Lei ti ha creduto sempre. Io mai. Non avresti dovuto giocare con lei, non avresti dovuto giocarle quel tiro. Provavo pena per voi, per le vostre sconcezze, per il tuo ghigno insincero e per il suo bisogno d'amore, per la tua assenza d'onore e la sua mancanza d'ingegno. E ancora mi dolgo di non avervi fermati, di non avervi arrestati su carta fissando parole, di non avervi inventati impedendo che poteste esistere in vero, di non avervi guidati, coi polsi, verso qualcosa di serio. Di questo mi pento, solo di questo mi pento, e con tutto il cuore mi dolgo, di non avervi salvati. 

 

Parlando con me, dei miei versi, hanno detto perfino petite musique célinienne, ma di ben altro che  di stile s'interessavano quelli, intrigati piuttosto da cene, caffè o sotterfugi verso chissà quali istanze. Non mi riusciva di credere al tempo sprecato a parlare di storie che non avrebbero letto. Denigravo interdetta ogni tipo d'approccio, disprezzando ogni intento che eccedesse i contorni di un foglio. Ch'io ricordi nessuno mai mi chiese qualcosa cui avrebbe avuto senso rispondere.

 

Ebbe inizio con lei ad una mostra. Ne notasti curioso l'incaglio dei gesti, tra una mano ben tesa ed un'altra nervosa, a riaccostare capelli filtrati per caso da un'acconciatura imbastita alla buona –Ti posso offrire un caffè?- mormorasti. C'era un bar lì di fronte. Lei sorrise e ci venne. T'incantava in quel quadro: impacciata ad un tavolo mentre tormentava lo zucchero…la bustina, sia inteso, non l'avrebbe mai aperta, soltanto rimaneggiata e torchiata e lisciata più volte, quasi assente lo sguardo, come caduto per sempre nel fondo di una tazzina scheggiata. L'ascoltavi vaneggiare senza troppa attenzione.  -È qui, non lo vedi? Quasi un taglio, o lesione…il caffè è il suo suicidio, ad un passo, l'aborto... Non senti? Davvero? Lei piange, ti dico, la tazzina! S'inchina perfino! Pregando a ogni istante e non muore, ancorata al dolore d'un gesto maldestro, trattenendo qualcosa o anche niente,  soffocando in silenzi, ricorda… continuamente ricorda… qualcosa, o anche niente. –  Non sapevi che dire e tentasti –Te la faccio cambiare se vuoi.- -Oh no! Oh no no, voglio questa.-  Non si tratta di cambi, alle volte. Non c'è niente da scegliere. Ci si trova così e ci si assegna, l'un l'altro. È il destino può darsi, o un evento casuale, l'incontro, fosse giusto una tazza, o l'amore. Cambia solo il valore, nell'intento in segreto, tra chi accetta il convegno e chi non riesce a spostarsi. Lei era lì, bendisposta, e già nuda di maschere. Tu non avevi ancora l'accenno di sbottonarti i polsini.

 

Posso ingannarmi scrivendo, illudermi di padroneggiare il senso di qualche cosa. Guardo sempre ai vent'anni come a un precipizio irreversibile, come a una resa indefessa agli errori caduti lì dentro. Rinuncio ogni giorno a specchiarmi per non fissare un rimorso. E intanto il tempo s'ammucchia, si ripiega su se stesso, istanti si sovrappongono accidentalmente a decenni, come i lembi scomposti della coperta di un' insonne. Da qui oltraggiosamente, né io né alcun progetto, varchiamo la soglia dei sette secondi.

 

Pallida e ingenua, lei, quasi stupida come chi crede d'arrestare scrosci dal cielo con un ombrello.  Oscuro e sagace, tu, quasi arguto come chi non si bagna nei temporali, ma se ne resta in casa piuttosto, mentre gli altri… bè, gli altri che se li porti la pioggia! M'indisponeva, questo tuo fare egoista, ma lei, la svenevole, t'ammirava perfino, ti credeva spontaneo, reale. Ne ridevi? Hai detto che no, non ne ridevi per niente, ti divertiva stare tranquillo e lei non ti divertiva affatto. Non avrebbe imbevuto certe tue notti di lacrime se non l'avessi lasciata accostare, ma tu le tendevi beffardo le braccia, quasi ci fosse qualcosa alla fine dei polsi. Non le avresti mai stretto la mano, non l'avresti tenuta al tuo fianco e non le avresti mai detto ‘non saresti per me che parentesi quadre'. Si truccava un dolore del volto, marcando imprecisa contorni di occhi sfumati di nero. Certe linee pesanti le davano un'aria grottesca, tra il serio e il faceto. Non mancava di certo chi la trovasse intrigante, chi le offrisse da bere per ritrovarla ubriaca. Finì con uno una volta, alla seconda bottiglia. La chiamasti puttana. –Brutta puttana, gliel'hai preso in bocca?... Stai zitta, stai zitta,  non lo voglio sapere.- Dopo il tempo trascorso senza guardarsi negli occhi, le strattonasti le spalle e la chiamasti puttana. La scoprivi entusiasta d'esser ripresa, sopraffatta d'ardore per la tua rabbia imprevista. –Sono geloso, contenta ?- Sì, era contenta. E non disse niente.

 

L'ho mai scelta io, sia ben chiaro, un'esclusione del genere. Certi scrittori li vedi, pavoneggiarsi incauti da orgogliosi incapaci a emeriti imbecilli. La scrittura è una maledizione e non la si porta a spasso come un vestito elegante in una busta di plastica trasparente. Io a loro non dico. Travisate la speranza perché non conoscete la disperazione. Ciò di cui mi parlate è vanità, ansia di mostrare le facce agli applausi, incapacità di leggere parole nelle vene dei polsi. Mi tediate oltremodo coi vostri insulsi discorsi e la vostra alterigia insolente. Non vi sarò madre gioconda a cui mostrare disegni, non s'allargheranno per voi le mie braccia assonnate. M'annoiate! Questa vostra interminabile ricerca di ovazioni m'annoia. E vorreste insegnarmi che cosa? A tenere dritta la penna mentre chino la testa sui fogli? A fuggire il dolore con l'inganno del suono? Il solo sentimento che si possa fuggire è quello che non si prova, e tanto è più facile per voi decorarne l'inutile, quanto più arduo per me tollerarne il frastuono. C'è una sala di specchi, al luna park, un labirinto grottesco che potrebbe piacervi; io mi odio in riflessi, intera o a brandelli, e lo trovo un posto terribile.

 

-Non mi va di parlare di quadri, di fosche tinte studiate per ammonticchiare denari. Son così quasi tutti, i pittori: proiettati ampio spettro in giardini di case maestose, con uno stuolo di fan aggrappato ai cancelli, impellente d'entrare. Non mi importa di questo. Non mi importa di niente.- Ti versavi da bere e non volevi parlarne. –Tu ne vuoi?- Domandavi. Faceva di sì con la testa. Faceva sempre di sì con la testa: non le riusciva di imporsi o di rassegnarsi in parole, semplicemente s'adattava coi fatti. Taceva nei fatti e s'aggrappava a speranza. Speranza alle volte era fune gettata in un pozzo che afferrasse una mano da sollevare; Speranza alle volte era corda attorcigliata ad un collo che cercasse il riparo di un gancio.  Non piacevi, di chi l'aveva a cuore, a nessuno. Lo sapeva ma non ci badava. Era facile in fondo, le bastava evitarli o dissimulare, schivare gli sguardi e o i discorsi. La maggior parte del tempo la passava con te, quando c'eri, o a rincorrerti poi, col pensiero. Le pareva adesso di non aver nulla da fare; ce ne sarebbero state, di cose, ma nessuna per cui valesse la pena alzarsi dal letto. Quei colori che tanto bramava, ce li aveva finalmente, ma non le riusciva di dipingere niente che non avesse il tuo volto. –Passerà tutto questo- le hai detto –funziona allo stesso modo per tutti, ti basterà non vedermi, non sentirmi e lasciar passare del tempo.- Che non sarebbe stato difficile, avevi  aggiunto non contemplando obiezioni. Lei silenziosa pensava a strapparti la bocca per averla in ricordo… e che non sarebbe stato difficile… che sarebbe bastato afferrare quelle pieghe di labbra, e tirare.

 

Francesca Woodman. Sergio ci mostra il libro finita la cena. Si scusa per un sugo che c'è parso buonissimo. Lore già sfoglia incantata le pagine a scovare la foto più bella. – E' questa- le indica lui - lo sfondo, le scale, lei stravolta, lo specchio, il nudo che non c'entra col sesso, lei svestita d'accordo, ed è bella, ma non c'è nulla di erotico..- Lui non vede, ricorda. Spiega tutto benissimo, un'altra foto in parole e la sua voce è una nikon 80 sapiente su un tempo che posa spavaldo. S'è ammazzata prestissimo non voleva invecchiare, ne aveva il terrore. Lore dice che il primo capello bianco non l'ha potuto accettare, che si tingerà i capelli di rosso ben presto, ma che a uccidersi non ci ha proprio pensato. E in quel momento mi fissa. Pure Sergio mi guarda, in quell'istante mi guarda, anche  senza guardarmi, mi guarda. E mi vede, mi vedono entrambi. Io sorrido distratta con un po' d'imbarazzo e descrivo una foto per dissimulare l'angoscia. -Io adoro questa, l'incontro dei muri, lei poggiata e accovacciata da un lato e dall'altro, eretta e leggermente inclinata, una calla quasi affacciata sull'angolo.-  Basta un attimo a volte, alle volte anche un niente mi basta per ritrovarmi a tremare. Ho paura sovente mi spiaccio e vorrei essere altrove.

 

Quanto d'ipocrisia ci si sbraccia, e d'opportunismo. Ci si graffia distratti, come i gatti le tende, soltanto per rifarsi le unghie. Hai voglia a dire –questo sono io- di fronte a rammendi impossibili a  imprevedibili squarci. L'angolo accanto alla sedia rimaneva vuoto, la valigia la portavi chissà dove, all'altro capo del mondo, ostinato fuggendo quegli occhi gomitolo che ti giravano intorno. Era così d'improvviso. Da un giorno all'altro non c'eri. Mica facile, allora, ottenere risposte. Chiedevo a te –dove sei- e rimanevi in silenzio. Chiedevo a lei –cosa attendi- e rispondeva –non so.- M'assaliva il disagio di equivocare schierandomi. Era quello, può darsi, il tuo modo di essere, un bisogno d'altrove che prospettasse una scelta. E si trattava, magari, per lei d'attenuanti, di scuse in attesa alla sua affabile ignavia. A chi dare una colpa, una palla, o una mossa? E perché, per che cosa? Mi recavo distratta al lavoro e continuavo a pensarvi. Non riuscivo a spiegarmi il fervore di lei né la tua indifferenza. Eppure la odiasti e ti amò, e viceversa. –E' lo stesso- dicevi. E davvero lo era. Stesso intenso dispendio d'armonia e di dissenso in mancanza di senno.

 

Il trillo del telefono. Un messaggio. -Passo accanto all'uscita Porto Recanati e ti vedo luccicare il sorriso nella tempesta di cenere e sole. Ti mando una carezza nel tuo lontano.- ALESSIO. Io ti penso ancora con un affetto indicibile. Ti ho scritto che quando scendevi, tu, alla stazione, avevi occhi terribili che scavano dentro, e voci portavi nei miei silenzi di tomba, forti abbastanza da spaventarmi. –Ho paura di te- ti dicevo – Di incontrarti, di tenerti vicino e di tenerti distante. Ho paura dei passi che abbiamo già fatto e di quelli che non faremo mai insieme. - -Cosa non ti spaventa- chiedevi – Se pure il mio canto al tuo orecchio è terrore del suono.- Non avevo risposte che non fossero giochi di mani snervate e mutavo i miei umori, come gente che odio, in tremendi silenzi. T'osservavo le labbra sollevarmi in sorrisi, ma non ero leggera se non nei tuoi fogli, dietro quella matita che mi disegnava le ali. Facevi di me, per me, uno spettacolo, ma io ho sempre amato e temuto ogni tipo di palco. –Che cosa non temi- diresti,  forse non più sorridendo, ora che sai i miei silenzi meramente vigliacchi. Per te io non mossi parole alla danza ma sempre –temendo- vicino ti tenni all'amore, e a distanza.

 

I rapporti sono tutti rasoi ed è da stolti giocarli a viso scoperto; tu lo sapevi, lei no, e ti veniva a cercare nuda come chi ha smesso finzioni. -Ci sarà un motivo- diceva -se ho questi tagli alle braccia.- Non foste fatti per stare insieme, lo so, per stare divisi neanche, però. E continuaste a cercarvi. C'era attrattiva o non c'era, in verità? In mistero o in menzogna, c'era fascino? Vi  camminavate accanto distanti, lungo i bordi di un pozzo di malintesi che v'era precipitato dagl'occhi. E non aveva guardie, quella prigione di stenti, che non fossero alibi dei vostri orgogli in divisa. Eravate voi, sentinelle disabili, che fingevate di andarvene zoppicando all'unisono dall'altra parte di voi. E m'era insopportabile, sapervi indivisibili sempre, inaccessibili e identici, contrari e gemelli, come binari morti. La ragione era il mostro con cui scusavi combatterla, il coltello che impugnavi per tenerla a distanza, ma lei che di logica impazziva non avendoti accanto, non conosceva battaglie che avessero nome diverso da parlami. Parlami ti chiedeva, per favore parlami. Non riusciva a frenare quell'angoscia di amarti. Tu dimmi, avevi perduto la voce, o la bussola? Nelle attese che non poteva colmare di passi, scendevano notti su notti a spalancarle gli occhi, a tenderli tenui e sfibrati fino allo sfumare dell'alba. In quei giochi di luce sottile affidava parole alle ombre sperando tu potessi sentirla. Io no, io speravo di no, giacché si trattava di suppliche, di preghiere e di baggianate del genere, d'immondo incensare desideri a un altare: superfluo, superfluo, era tutto superfluo. C'era qualcosa di assurdo, come un suono terribile, che sembrava da sempre abitarti le iridi, e lei che di insonnia aveva stremate le palpebre, di baci avrebbe voluto ammazzare i tuoi occhi per farti dormire, per riuscire a dormire.

Per farti dormire e per riuscire a dormire

Almeno un minuto

Almeno un minuto per sempre

Almeno un minuto per sempre, una volta.

 

Mi considero a volte come un tizio in missione. Per conto di chi non lo so, ma qualcosa mi sento come il peso di un compito. E' il delirio può darsi, molto più che un'ipotesi, quasi ormai una certezza. Ma son mica un'eccentrica, no, in questo mondo insensato! Un'idiota qualunque, piuttosto, un'alienata comune in un pianeta di pazzi. Chi si cura del figlio invertito consegnandolo a un prete.  –Che cosa ti ha detto?- ti ho chiesto atterrita quando me l'hai raccontato. –Niente.  Che Dio ha fatto l'uomo e la donna, come due cose diverse, che non le puoi mescolare e che non c'è niente da ridere-. –E tu?- -Io gli ho detto che è ok, che non mescolo niente, che sono donna convinta, ma mi concio da  maschio fino ai diciotto per compiacere mio padre. – - E lui?- -Ha detto che sarebbe meglio fumassi, come gli altri ragazzi-. –e tu?- -io non gli ho più risposto; che cosa puoi dire a qualcuno che non ragiona?-. Ero orgogliosa di te, del tuo tono di voce. Ti penso con affetto e timore. Chissà dove sei ora e con chi, come stai e chi sei tu, veramente.

 

Nick Cave. –Siediti e ascolta- Le hai messo in mano il libro con le traduzioni dei testi. Lei sfogliava le pagine a caso. –Leggi questa.- le hai detto, e stavi pensando ad Elizabeth. “..Credo nell'amore E so che anche tu ci credi Credo che esista una strada Lungo la quale potremmo incamminarci, tu ed io Perciò fate bruciare le vostre candele Per rendere il suo viaggio luminoso e puro Affinché lei torni ancora Sempre e per sempre Fra le mie braccia..” Tutta la stanza era piena della sua assenza, dell'essenza di lei che non voleva più andarsene. Lacrimavano i soffitti la sua immota presenza, dai muri a supplire, i ricordi, alla mancanza di braccia. Gli occhi tuoi erano pieni di strade in cui lei passeggia, e mentre irrefrenabilmente parole d'amore ti scivolavano via dalla bocca, sembrava quasi che lei stesse per arrivare, che fosse sul punto di venire a sedersi sulle tue labbra. Inchinato a quella notte di stanza in penombra celebravi perfino coi gesti l'immutabilità di un legame ancora vivo, mai sciolto. Era lei soprattutto a mancarti, a riempirti d'addii, a tirarti via da una storia mai davvero iniziata. Solo questo da capire, nient'altro. T'era altrove l'amore, nessun modo di darti. –Vattene- le ho detto. –Alzati e vattene- Ma non le riusciva di muoversi. T'osservava dolente e avrebbe voluto parlarti. Le accarezzavi avvilito le braccia senza nemmeno guardarla. Non sarebbe tornata, non lo avrebbe più fatto. Ma non avrebbe voluto lasciarti. – Metti questa- ha indicato, senza aggiungere altro. –Mi vedi?- avrebbe chiesto. –mi vedi?- -No- avresti risposto. Avresti risposto di no. Non serviva tenerti ma lo faceva lo stesso. Le poggiavi il viso alla mano, quasi scivolandoci triste ad accarezzarti da solo, mentre leggendo la traduzione tratteneva a stento le lacrime. “ Così se te ne stai seduto tutto solo e senti bussare alla tua porta E l'aria è piena di promesse, bene amico, sei stato avvisato E' molto peggio essere l'amante dell'Amore che l'amante che l'Amore ha rifiutato.”

 

La vita è nel frattempo, Beniamino Cavalli. Ci vado con Sere, alla presentazione del libro. –Tu che scrivi- mi chiede. –Io niente- rispondo. L'aperitivo è discreto. Da mangiare c'è poco, ma il vino è squisito. O almeno così pare dopo il terzo bicchiere. –tu studi?- domanda il tizio col cavatappi che vuol essermi amico –porto a tavola- spiego. Sembra deluso, mi saluta e si allontana. Avrei dovuto mentirmi, inventare una vita diversa. Non te ne andare, lo giuro, in passato avrei avuto un futuro da editor. Ce ne andiamo con Paolo in un locale lì accanto. Altri aperitivi mentre aspettiamo il suo agente e la sua compagna. Quando Monica arriva sono brilla abbastanza da volerla abbracciare. Ha l'imprudenza di chiedermi com'è che non scrivo. –C'è quest' uomo- le dico- che m'ha spezzato il cuore e la penna- e incomincio a tediarla con la mia storia pietosa –soffro di più per il cuore, ma mi dispiace più per la penna-… il delirio, presumo… ma non sono sicura perché non ricordo…Ordinammo bottiglie per attendere Paolo che s'era assentato… Alberto, l'agente, era un tipo piacevole, avrei voluto baciarlo…ma magari era il vino, tristezza, o incertezza di esistere… la mia amica Sere gli mangiava dal piatto quand'era distratto, la riprendevo ogni tanto e la strattonavo da un braccio –non fregare le carote all'agente di Paolo!-; m'opponeva i suoi occhioni ubriachi dicendo –c'ho fame- e allora le lasciavo la manica, perché è molto magra…si scherzava con l'oste per via del denaro, che non ci sarebbe bastato… quando Paolo ritorna ha la testa in sul principio sfuocata che alla fin fine si sdoppia e lui è due persone: Paolo e Paolo, vi guardo, voglio bene un po' a entrambi, ma  credo d'essere sbronza da secoli. Noti secoli dei secoli, amen. 

 

Non credo a banche d'affetti dove depositare carezze, né a pezzi di carta dove va scritto per sempre, ma credo a promesse d'intenti consegnati alla pelle. Vieni pittore, ti mostro l'assenza del tuo corpo al suo fianco. Guarda: ho di nuovo lasciato morire una donna, ma sei tu che l'hai scelto sta volta, sconvolgendo le gote di un rosso incolore che ha nome vergogna. E cosa mai avrei potuto io contro quell'imbarazzo dell'anima? Solo stendere pagine e pagine come trasparenti lenzuola su membra ormai immobili. Cosa c'è di sbagliato se dico che è morta? Sta lì e non si muove, non le importa di niente. Fissa l'immutabile con cecità di pensiero, con quella mancanza d'intenzione che sfuma nella devianza. Sta lì e non si muove, non le importa di niente. Il blister semi vuoto caduto per terra. Sta lì e non si muove, non le importa di niente. No pittore, non alzare le braccia, non ti vedo le mani. Non aprire la bocca, non ti trovo le labbra. Resta solo in ascolto tra i fogli. Il tuo tempo di dire è passato e l'hai speso in silenzi, giocando il tuo turno di occhi chiusi a lanciare dadi truccati. Cosa vorresti e per chi, ora che lei non ti sente? Dare un senso a che pro, a tutti i gesti incompiuti? Voglio solo tu sappia per sempre di non aver capito mai questo: non come il tuo vuoto era il silenzio di lei, quello suo era pieno, era un tuono, era dolore gridato alle tue orecchie d'ovatta.

 

Bisognerebbe amare col contagocce, centellinare l'affetto, dosare se stessi prima di darsi. E invece andiamo all'amore come ghiaccio nel fuoco, seguendo l'istinto di annullarci nell'incendio, senza pensare che inevitabilmente non potremo che uscirne vapore disperso. Uscite, vi chiedo, solo questo è importante, dal mio spazio mentale. Non voglio pensare più a voi, né a te, né alla sciocca. Restate per sempre una buona volta tra i fogli, smaniosa, sono ansiosa, anzi astiosa di restarmene in pace, in silenzio, di chiudere il testo, su di voi, maledetti, e a te io ora dico: in eterno ti ama, non provare a cercarla.

 

[Foto di Francesca Woodman]

 

 


Post date: 2017-12-11 09:00:02
Post date GMT: 2017-12-11 08:00:02
Post modified date: 2018-06-01 17:17:58
Post modified date GMT: 2018-06-01 15:17:58

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