Il terzo estratto da Argo 2020 L’Europa dei poeti, il ventesimo numero della rivista di esplorazione Argo, è un saggio di Giorgia Sensi. Il libro è ordinabile qui.

«Visto che il suo autore è un belga di estrazione irlandese, nato a Tunisi, che vive in Galles e insegna in Inghilterra, e la cui disciplina accademica è la letteratura francese, forse non sorprende del tutto che questa straordinaria prima raccolta sia dedicata a ciò che Philip Larkin chiamava «l’importanza dell’altrove» (Kelly Grovier, New Welsh Review). Così esordiva una delle numerose, ottime recensioni con cui fu accolta nel Regno Unito la prima raccolta poetica di Patrick McGuinness The Canals of Mars (Carcanet 2004). A distanza di parecchi anni da quel lontano 2004, dopo una seconda raccolta poetica, un romanzo, vari pamphlet, un memoir, un secondo romanzo, quella definizione relativa all’arte poetica di Patrick McGuinness resta ancora valida.

Nato a Tunisi nel 1968 da madre belga di lingua francese e padre irlandese di terza generazione, Patrick McGuinness ha infatti vissuto un’infanzia piena di spostamenti, ed è perfettamente consapevole di essere il risultato di diverse nazionalità. È cresciuto in parte in Belgio e in parte in Venezuela. Tutta la famiglia era a Teheran nel 1977, durante la rivoluzione. McGuinness aveva nove anni ed era all’interno dell’Ambasciata quando fu assalita e bruciata. Poi venne la boarding-school in Inghilterra che lo fece diventare “inglese”. Dal 1986 al 1987 ha vissuto in Romania e ricorda la vita sotto Ceaușescu come estremamente difficile e noiosa (ma su quell’esperienza sarà basato il suo romanzo The Last Hundred Days, sugli ultimi giorni del regime e della morte di Ceaușescu). Seguirono gli anni di Oxford, della laurea in francese, del dottorato e poi della docenza in letteratura francese nella stessa università. E naturalmente le prime pubblicazioni poetiche.

«Dicevamo dell’altrove, del senso di “place and displacement” di cui è pervasa la sua poesia e quindi delle diverse identità, anche linguistiche e culturali, che sono al centro della vita e dell’opera del poeta. Ne fanno fede le numerose poesie (e più avanti anche la prosa) dedicate al concetto di “belgitudine”. Emblematica e paradossale nella sua poesia, Belgitudine, l’affermazione: «Presto imparai // a tenere la bocca chiusa in due lingue».
Parallelo al concetto di dov’è casa troviamo quello della identità linguistica e culturale che, sarà presente in tutta la sua opera fin qui pubblicata. Centrale alla vita e alla poesia di Patrick McGuinness è il soggetto di un’altra delle poesie, XIV Bouillon, contenuta nella seconda raccolta, la citata Jilted City (L’età della sedia vuota), “XIV Bouillon”. Boullion è la cittadina belga in cui era nata la madre del poeta, in cui abitavano i suoi nonni, (la nonna Lucie, l’unica sarta della piccola città, ne è il punto centrale, ritratta con grande rimpianto e affetto infinito nella poesia Doors and Windows of Wallonia, mentre «pedalava chilometri di cucito»), in cui lui ha passato gran parte dell’infanzia e nella quale ancora ritorna in vacanza ogni estate con la famiglia, il suo punto fermo.
Bouillon è anche il centro e l’anima del suo memoir, Other People’s Countries, dove XIV Boullion viene ripubblicata col titolo The Old Station, con tanto di fotografia d’epoca.

«I treni non si fermano più qui dagli anni cinquanta, ma rimane

a tutti gli effetti la mia fermata».

Qui McGuinness tocca i temi a lui cari, del passare del tempo, del fascino di un mondo perduto – il ricordo lirico della sua infanzia – dell’identità personale, linguistica e culturale.

Dopo la pubblicazione della silloge Jilted City la produzione poetica di Patrick McGuinness si è fatta più sporadica. Il 2014 è stato l’anno di Other People’s Countries, mentre nella primavera del 2019, l’editore Jonathan Cape ha pubblicato il suo secondo romanzo, Throw me to the Wolves. Poesia e prosa si sono alternate nella sua scrittura, – ultimamente con una prevalenza della prosa – e con incursioni dell’una nell’altra, come lui stesso afferma nella postfazione a Déjà-vu: «penso che sia una naturale inclinazione del materiale letterario quella di “tradire”, di attraversare confini, di passare da un genere all’altro, di rifiutare di essere costretto in un’unica forma di scrittura». Valerio Magrelli, nell’intervista citata in nota esprime gli stessi concetti di McGuinness, quasi con le stesse parole.
McGuinness ama, per certo, il paradosso linguistico, i doppi significati, i passaggi da una lingua e da una cultura a un’altra, frutto del suo ambiente familiare: «facevamo continui giochi di parole, bilingui, doppi significati». (Al bilinguismo dell’infanzia poi si è aggiunta una terza lingua, il gallese della maturità). Ne troviamo numerosi esempi nelle sue più recenti poesie, dall’ossimoro «Ho frainteso giusto» in Squeeze the Day a «filtri che fanno passare le ombre attraverso la luce» in Doors and Windows of Wallonia, per citarne solo alcuni.
Ritroviamo pure un altro dei temi a lui cari, ricorrente sia nelle poesie sia nelle prose, quello del passaggio del tempo, in particolare in Last View from the Humber Bridge:

«Tempo in tutti i suoi modi: sabbia nella clessidra;
acqua come flusso e riflusso della marea; corpo come argilla».

E poi di nuovo il tema della lingua, e per uno che sente in francese, si esprime in inglese e vive in gallese, la prospettiva della perdita del linguaggio, resa con immagini così realisticamente drammatiche nella poesia Naming the Animals, deve apparire apocalittica: «le specie si staccavano dai loro nomi, / li sbalzavano via come selle, i cavalli disarcionavano la parola cavallo. / Il cane mordeva la parola che lo diceva».
La poesia di Patrick McGuinness è precisa, coesa («mi interessa la forma – non necessariamente la poesia formale, ma la forma …») ed è spesso sintatticamente complessa; una poesia che mira a non mostrare le cuciture, a nascondere il più possibile le giunture; che è elusiva e allusiva, con riferimenti sono indiretti, obliqui. È una poesia di affascinante lettura nella sua complessità, ricca di immagini e metafore inaspettate, mai oscura; il gioco linguistico e il senso del paradosso, poi, le danno leggerezza.

(di Giorgia Sensi)

 


 

Poesie

 

Leuven

The Begijnhof pink brick, its labyrinthine
paths and winding waterways: a village
modelled on the human mind, a beating
maze of convolutions; each inhabitant

a thought, each visitor the flicker
of an instinct, a reflex in the city’s
lapping introspection. All is analogy,
everything is sensed first as something else:

feelings drift by on their way elsewhere,
amble into view on a tide of vagueness,
like disconnected household objects
breasting the water in a flooded house.

The river crumples in an aquatic frown;
something dark passes in the drifting sky;
trees take root in cloud; the town
is clenched around the river it flows by.

 

Leuven

La pietra rosa del Begijnhof, i suoi percorsi
labirintici e le vie d’acqua tortuose: un paese
modellato sulla mente umana, un pulsante
dedalo di circonvoluzioni; ogni abitante

un pensiero, ogni visitatore il guizzo
di un istinto, un riflesso nella introspezione
sovrapposta della città. Tutto è analogia,
ogni cosa è percepita prima come qualcos’altra:

i sentimenti scivolano via diretti altrove,
compaiono dondolanti su un’onda di vaghezza,
come sconnessi oggetti domestici
che affrontano l’acqua in una casa allagata.

Il fiume si increspa in un cipiglio acquatico;
una cosa scura attraversa il cielo instabile;
gli alberi si radicano nelle nuvole; la città
è serrata intorno al fiume su cui scorre.


The Fly

Another of your letters, Cilea, and the paper goes
for weeks in my pocket, folded, unfolded, becomes soft
as cotton while the words fade and have to be guessed at;
or, better still, replaced with words I wish you’d written,

wish you’d write. As for the envelope, I’ve licked the flakes
of gum along the seal, and fancied I tasted you: the candy
of your lipstick and a haunting of Duty-Free smoke.
You tasted of airports, but I taste thin air…

I’m the bluebottle on his flypaper turnstile: pumping
the sugar from the poison, twisting in the dead breeze,
riveted by glucose hits, sinking deeper and deeper
into the white shallows of the page, what I remember of your eyes.


La mosca

Un’altra tua lettera, Cilea, e il foglio
resta in tasca per settimane, piegato, spiegato, diventa
floscio come cotone mentre le parole, sbiadite, si devono intuire;
o, meglio ancora, sostituire con parole che vorrei avessi scritto tu,

vorrei che scrivessi tu. La busta poi, ne ho leccato le squame
sulla striscia di colla e immaginato di sentire il tuo sapore:
la dolcezza del tuo rossetto e la persistenza del fumo duty-free.
Tu sapevi di aeroporti, ma io sento sapore di pura aria …

Sono il moscone sulla carta moschicida, che succhia
lo zucchero dal veleno, che si contorce nella brezza immobile,
inchiodato da boccate di glucosio, e sprofonda sempre più
nelle secche bianche della pagina, ciò che ricordo dei tuoi occhi.


Sure things 

I start to tell myself the things I know;
well, the few things that I’m sure of;
poles in the swamp where I can build

the place I’ll stay my mind,
the jetty where I’ll moor it when I sleep,
and which I’ll aim for when I wake.

But as I tell myself those things I know them less.
And when I speak them out
I do not know who’s speaking.


Cose certe

Comincio a dire a me stesso le cose che so;
beh, le poche cose di cui sono certo;
pali nella palude dove posso costruire

il posto a cui fissare la mente,
il pontile dove ormeggiarla quando dormo,
e a cui dirigermi quando mi sveglio.

Ma mentre mi dico quelle cose le so sempre meno.
E quando le dico ad alta voce
non so chi stia parlando.

Bruges-la-morte
i.m Richard Bales

In Rodenbach, you loved the words
that ran like water through the muslin;
the surf of French against
the stones of Flemish quaysides.

You loved how Rodenbach had bottled
Bruges for export to Parisians thirsty
for the taste of pooling water
in their city built on speed.

There was Rodenbach the writer,
then Rodenbach his brewer cousin,
whose beer is dark as Guinness,
with a mottled head of dirty lace

the foam around the postage stamp
that lifts the postcards across the sea.
You preferred the cloudy X-ray
of the language to the outer show of it.

You listened for the music of the standing water
that we could never hear for waves.

 

Bruges-la-morte
i.m. Richard Bales

In Rodenbach tu amavi le parole
che scorrevano come acqua sulla mussola;
l’onda del francese contro
le pietre dei moli fiamminghi.

Tu amavi il fatto che Rodenbach avesse imbottigliato
Bruges per esportarla ai parigini desiderosi
di gustare acqua stagnante
nella loro città costruita sulla velocità.

C’era Rodenbach, lo scrittore;
poi Rodenbach suo cugino produttore
di birra scura come la Guinness,
con una cima screziata di pizzo sporco

la spuma intorno al francobollo
che fa volare cartoline sul mare.
Tu preferivi l’opaco raggio-X
della lingua alla sua visibile espressione.

Tu volevi ascoltare la musica dell’acqua ferma
che noi, per le onde, non riuscivamo mai a sentire.

An Englishman’s Home is his Castle

Little castle of milk teeth,
turrets guarding the helpless tongue –

sometimes dry as the clapper in a bell,
sometimes soaked and thrashing in its foam –

it’s where you kept the language you arrived with.
You hid it all that time and now it’s gone.

 

La casa di un inglese è il suo castello

Piccolo castello di denti da latte,
torrette a difesa della lingua indifesa –

a volte secca come il batacchio di una campana,
a volte zuppa, che si dimena nella sua schiuma –

è lì che hai tenuto il gergo che parlavi all’arrivo.
L’hai nascosto per tutto il tempo e ora se n’è andato.

 

 

Traduzione di Giorgia Sensi


Patrick McGuinness è nato in Tunisia nel 1968 da madre belga di lingua francese e padre irlandese di terza generazione, scrive in inglese ma considera il francese “quasi” la sua lingua madre, è professore di francese e letterature comparate all’Università di Oxford, e Fellow di St. Anne’s College. Divide il suo tempo tra Oxford, dove lavora, e Caernarfon, nel Galles settentrionale, dove vive. Una selezione delle sue poesie è stata pubblicata in New Poetries II: an anthology, a cura di Michael Schmidt (Carcanet, 1999). Saggista e critico, collabora a The London Review of Books e a Times Literary Supplement. Tra le sue pubblicazioni: una raccolta di scritti del poeta e filosofo T.E. Hulme, T.E. Hulme: Selected Writings (Carcanet Press/Routledge USA, 1998, 2003); uno studio sul teatro di Maurice Maeterlinck, Maurice Maeterlinck and the Making of Modern Theatre, ( Oxford University Press, 2000); Symbolism, Decadence and the fin de siècle (University of Exeter Press, 2000); Anthologie de la poésie symboliste e decadente (Paris: Les Belles Lettres, 2001); con Charles Mundye, un’edizione di Laura Riding e Robert Graves, A Survey of Modernist Poetry (Carcanet, 2002). La sua edizione J.K. Huysmans’ Against Nature è stata pubblicata da Penguin Classics nel 2003; nello stesso anno Carcanet ha pubblicato la sua traduzione di Stéphane Mallarmé, For Anatole’s Tomb. Scrive e presenta programmi per BBC Radio 3. Nel 2014 ha pubblicato un memoir, Other People’s Countries: A Journey into Memory, Jonathan Cape.
The Canals of Mars (Carcanet, 2004), la sua prima raccolta poetica, ha ricevuto recensioni eccellenti sulle maggiori riviste di poesia e letteratura del Regno Unito. Nel 2006 ne è uscita una versione italiana, I canali di Marte (traduzione e cura di Giorgia Sensi, Mobydick, Faenza). Il suo pamphlet, 19th Century Blues (Smith/Doorstop Books, 2007) è stato vincitore di The Poetry Business Book & Pamphlet Competition 2006.
Per le edizioni Carcanet ha curato Collected Poems (2005) e Diaries, Letters and Recollections (2009) della poeta gallese Lynette Roberts.
La sua seconda raccolta poetica, Jilted City, è uscita presso Carcanet nel 2010 e la relativa versione italiana, L’età della sedia vuota, cura e traduzione di Giorgia Sensi, è pubblicata dalle edizioni Il Ponte del Sale, Rovigo, 2011. Una selezione di sue poesie è stata inclusa in un’importante antologia di poesia britannica e irlandese Identity Parade, Bloodaxe (2010).
Il suo primo romanzo, The Last One Hundred Days, ambientato in Romania negli ultimi cento giorni del regime di Ceausesçu, è uscito nel maggio 2011. È stato incluso nella long list del Man Booker Prize 2011 e ha ricevuto il Wales Book of the Year Award nel 2012.
Il suo secondo romanzo, Throw me to the Wolves, è uscito per Jonathan Cape in aprile 2019, seguito dalla versione italiana Gettami ai Lupi per Guanda.
Nel 2009, Patrick McGuinness è stato nominato Chevalier dans l’Ordre des Palmes Académiques dal governo francese per meriti verso la cultura francese.
Links: www.patrickmcguinness.org.uk