Pensare poeticamente la governamentalità oggi ⥀ Parte lesa di Massimiliano Cappello

Gerardo Iandoli recensisce il libro Parte lesa (Arcipelago Itaca, 2025) di Massimiliano Cappello, un testo che intende partecipare poeticamente alle riflessioni sulla governamentalità nel primo quarto del XXI secolo

 

Roberto Esposito, nel suo Da fuori1, sottolinea come la filosofia italiana, per quanto riguarda molti concetti politici, nel Novecento sia arrivata prima di tanta French Theory, nonostante il grande successo di quest’ultima. Nello specifico, l’operaismo ha anticipato molte riflessioni sul concetto di «governamentalità», reso famoso in tutto il mondo, però, da Michel Foucault e i suoi commentatori. Di fatto, tra gli anni Sessanta e Settanta molti pensatori italiani si sono concentrati sui meccanismi socioeconomici capaci di influenzare il modo di percepire se stessi e il mondo degli operai e, da lì, più in generale, degli esseri umani occidentali.

Detto altrimenti: dopo il 1968 è apparso chiaro come il potere dovesse essere pensato in un modo completamente nuovo: non si trattava più di immaginarlo come un gruppo di individui ricchi e potenti, poiché bisognava scorgerlo ormai nelle varie “procedure” quotidiane che, senza pensarci, si eseguono nei vari ambiti della propria routine, dal timbrare il cartellino al lavoro al modulo da compilare presso un ufficio dell’amministrazione pubblica.

Volendo trasferire quanto appena detto in una riflessione di tipo estetico, potrebbe essere utile fare riferimento al linguaggio della letteratura dell’orrore. Lovecraft, nei suoi scritti teorici, afferma che il suo tipo di scrittura si basa principalmente sul concetto di «atmosfera»: a dover coinvolgere emotivamente il lettore non sono tanto le vicende della storia, bensì l’ambientazione, che prende vita nelle descrizioni di tanti elementi accessori. Wu Ming 1, nel suo Un viaggio che non promettiamo breve2, intuisce come la poetica dello scrittore di Providence sia particolarmente utile per rappresentare in letteratura i meccanismi del capitale contemporaneo. Oggi a spaventare non sono più i resti di antiche civiltà o di entità aliene, ma le strutture: sia intese nel loro senso letterale, architettonico, sia in quello metaforico, come i regolamenti.

Parte lesa di Massimiliano Cappello può essere considerato come un testo che intende partecipare poeticamente alle riflessioni sulla governamentalità in questo primo quarto del XXI secolo:

Dicono che la prigione sia come una scarpa, ortopedica. Costringe a marciare diritto per le strade di questo mondo. Ma quanto sarebbe bello abbandonarlo? O ereditarlo, come qualcuno che ebbe a dire una volta… Ci hanno provato, è andata così. Pensa sentirsi dare del borghese con le manette ai polsi solamente perché non te ne sei rimasto a casa, perché non lavoravi. Ecco, guarda che dopo il lavoro e la casa persino sopravvivere è opzionale. «Questo mondo» non ti deve più niente, il vecchio patto socialdemocratico è saltato. Ringrazia che la vita è questa, e che le bombe benedicano altre terre col crisma della storia. Le truppe della quotidianità non portano divise, e sembrano la tua dirimpettaia. C’è da fare delle scelte, o quantomeno correre ai ripari. Sempre che ce ne siano ancora, certo (p. 11).

La filosofia ha cercato di comprendere la governamentalità. L’ha individuata, colpita, dissezionata. Ma ha dato anche l’impressione che, grazie all’attività critica, l’essere umano potesse emanciparsi da essa. La poesia di Cappello, invece, si pone come scopo quello di far sentire la governamentalità e, soprattutto, di far capire che la governamentalità non è qualcosa di esterno, ma qualcosa che ci attraversa. La governamentalità, come delle radiazioni, ha alterato il nostro Dna. Noi siamo la governamentalità.

Sin dal titolo, appare chiaro come la (governa)mentalità che, secondo Cappello, rappresenta al meglio il nostro quotidiano sia quella giuridica. Tuttavia, intesa in una chiave diversa da quella canonica. Ad esempio, nel passo citato, si fa riferimento alla prigione: quest’ultima rappresenta i rapporti spaziali che si trovano alla base della logica giuridica: il legale è diviso dall’illegale. Da una parte la Legge, dall’altra il Fuori-Legge. Al contrario, in Parte lesa la Legge non è più qualcosa che de-finisce l’individuo, bensì qualcosa che si innesta su di esso, condizionando la traiettoria della sua agentività. E la prigione, da struttura della reclusione, diventa l’immagine della radicalizzazione dell’inclusione del singolo all’interno della struttura governamentale (in termini filosofici, “dispositivo”). È una protesi che diventa parte integrante del nostro corpo.

Ma qual è il sentiero tracciato dalla governamentalità contemporanea? Cappello lo dice sotto forma di enigma postmoderno: trova la citazione e troverai anche la risposta. E quel mondo non abbandonato, bensì ereditato, rinvia al Vangelo secondo Matteo, in cui saranno i mansueti a ereditare la terra, seconda l’insegnamento di Cristo. La mansuetudine, cioè l’atteggiamento bovino, da animale al pascolo che si accontenta di ruminare. Un atteggiamento utile alla politica neoliberale contemporanea, in cui le scelte sono sempre obbligate, poiché l’alternativa al sistema è sempre apocalittica e quindi da evitare, whatever it takes. Ma una scelta obbligata è una contraddizione in termini: il potere contemporaneo non vuole neanche prendersi la responsabilità del proprio imperio, ma vuole risultare come qualcosa che è stato liberamente accolto da chi è governato. E questa scelta senza alternative, messa a confronto con i territori in guerra, dovrebbe apparire anche come una benedizione, perché, si sa, potrebbe andare peggio.

Tuttavia, Parte lesa, libro del 2025, deve, costretto dalla Storia, tracciare un solco tra sé e le prime riflessioni sulla governamentalità che, come si è visto, affondano le proprie radici negli anni della contestazione tra i Sessanta e i Settanta:

Vi prego dunque, cari, accordiamoci: sono per noi gli stuzzichi e il prosecco nel bar del tribunale e degli sbirri, la fila per il pane quotidiano, la bocca cucita col fil di ferro, una sottospecie di brutto sogno e semipopolato di affezioni e incartamenti, di amicizie logore ma mai insuperbite nel negativo non sviluppabile di questo mese non ancora propriamente iniziato, come del resto il computo del tempo vero spillo di una mortalità promessa miserabile di fine della distrazione e della vaghezza? Eppure tristemente lieta temo di accedere a una psiche cittadina. Ce lo avevano detto che il mattino finiva per sempre, non lo sapevi?, e anche di non flirtare con l’epica, perché è una fiamma strana che sublima tutto di luci già viste. Se hai fatto l’alba non la puoi scordare, ma nemmeno dire cosa voleva dire

(che eravamo
insieme, forse) (p. 29)

Questo passo rievoca il finale di Vogliamo tutto3 di Nanni Balestrini, uno dei testi più rappresentativi della letteratura degli anni Settanta influenzata dall’operaismo. Qui, il protagonista contempla l’alba: da una parte è un momento di fallimento, poiché la manifestazione operaia a cui stava partecipando si è trasformata in un duro scontro con la polizia, dall’altra è un momento di speranza, in cui si continua a credere in una futura vittoria per gli sfruttati. La critica ha usato il termine «epica» per definire il racconto operaio di Balestrini4 e lui stesso ha fatto suo tale termine per descrivere la propria opera5. Infatti, nella sua scrittura, il movimento operaio acquista, proprio come l’epica antica descritta da Lukács6, una sua visione unitaria e coerente, capace di entrare in conflitto con quella dominante, nella prospettiva di poter affermare, ora e per sempre, nuove modalità di vita, basate sulla compartecipazione e non sulla divisione. In Cappello tutto ciò non è più possibile: l’individuo contemporaneo è una sequenza di stereotipie, elencate nella prima parte della citazione, che non danno più il senso di un punto di vista forte, ma di un accumulo di gesti e pratiche di risulta, assorbite dai vari influssi della società dell’immagine e del consumo contemporanea. La speranza dell’alba infuocata di Balestrini qui si riduce a un timido lumino: la percezione dell’essere insieme, principio di ogni forma di politica comunitaria, qui è tra parentesi, depotenziata da quel forse e dall’uso dell’imperfetto, come se fosse ormai un ricordo passato, di cui non si è neanche così tanto sicuri.

In questa prospettiva disperata, si delinea una poesia dalle atmosfere gotiche:

Alzaia Naviglio Pavese

Dice il Corbaccio, ora Merlo enigmatico, – come è possibile, uno a mezze maniche avvolto nel perenne agosto psichico della vacanza non ci può restare per sempre, perché non lo può fare –,

il Gatto non sa bene come dire, – va pure peggio, ad amare qualcosa, riscuotere il credito che la vita ti deve è quanto mai laborioso –,

il Merlo e il suo pacchetto di Gauloises, vuoi per riprova o rassicurazione, ancora a scuoterlo, quel tintinnare sordo è il richiamo della vita brada, la vivanda, la tonante acqua al gasolio misurabile in ottani, – i veri maghi vincono lo scudo non pagando gli stipendi, la fanno franca con le prescrizioni, d’ufficio assegnatari di trofei in cartone,

– ecco la sola storia contemplabile, la sola per cui forse parteggiare –, la voce del Gatto percossa e roca: certo le sizze, ma fa molto freddo, avrà forse ghiacciato questa notte, non sentiamo davvero più niente e non abbiamo neanche un posto dove dire che staremo bene per incominciare. Un violoncello ironico ci abrade col suo fa minore distaccato che ora è una sirena dei pompieri (p. 46)

L’elemento oscuro, in questo gotico del nuovo millennio, non proviene da un passato arcaico, ma da personaggi fin troppo contemporanei, la cui “magia” è quella di poter sfuggire alla Legge: difficile per gli altri, quindi, poter resistere al loro influsso e, soprattutto, alla loro forza di oppressione.

Inoltre, l’individuo contemporaneo in queste nuove lande gotiche non scopre la propria fragilità nella paura, bensì nella derisione, rappresentata nella citazione da un “violoncello ironico”. E questa feroce ironia corrode innanzitutto la poesia:

Poesia

A oltranza, a pezzi, con ostinazione, in criptiche sembianze senza alcuna nostalgia di esistere o di contare. Non ci dovete nulla, non siete più in nessuna lingua, in nessun passato. Forse in un formulario, in una formula, in un form (p. 42)

Nella postfazione di Andrea Inglese si scioglie l’enigma delle «criptiche sembianze» (bisognerebbe iniziare a ripensare la funzione delle pre- e postfazioni d’autore, che oggi sembrano soprattutto un modo per facilitare la lettura, andando, però, così a depotenziare di molto il carattere misterioso delle scritture contemporanee): in questi brevi testi sottoforma di prosa appare la poesia nel ritmo degli endecasillabi, che si sommano in Cappello uno dietro l’altro senza l’andare a capo tipico dell’idea occidentale di versificazione. Ma così come la Legge è la protesi che si innesta sull’agentività dell’individuo contemporaneo, così, per Cappello, l’endecasillabo è una “formula” che invade la scrittura, rappresentando una sorta di (governa)mentalità letteraria italiana, al punto da essere sempre presente, anche quando si fa di tutto per non renderla manifesta.

Il libro si conclude con tre testi, intitolati Ending I, II e III. Messi insieme, sembrano voler rappresentare l’impossibilità per il pensiero e la scrittura contemporanei di raggiungere una vera e propria conclusione. La governamentalità contemporanea ci costringe a vivere in leggi e formule, cioè in elementi che si ripetono, in un continuo ritorno dell’uguale: la nostra vita è un ritmo senza fine. E non a caso, molti testi di Parte lesa non terminano con nessun segno di punteggiatura: la poesia in prosa, allora, in Cappello è la forma artistica dell’impossibilità di avere un fine chiaro. Fattore che viene, di fatto, chiarito nell’ultima parte del testo, una sorta di postfazione d’autore: Le cose in chiaro: «La storia è come una sceneggiatura eternamente mobile e cangiante ma inalterabile nei suoi rapporti essenziali, di cui farsi critici o spettatori o più probabilmente personaggi?» (p. 69). Il mondo è mosso da una logica (un insieme di leggi), eppure quest’ultima non ha una sua finalità: definisce un ritmo, ma non una meta (proprio come l’endecasillabo).

Un’ultima questione. Cappello lascia al lettore un enigma: perché alcuni testi terminano con un punto fermo? Rispondere non è facile, anche perché, forse, una vera risposta non c’è. Ma a leggere tutti i finali con un punto, si percepisce che in essi vi è una vena ironica molto più pungente che negli altri testi. Ecco, l’ironia: dire qualcosa intendendo l’opposto. Forse, questo sembra dirci Cappello, l’unica possibilità che abbiamo per raggiungere un punto fermo è smetterla di credere nelle posizioni nette, per abbracciare contemporaneamente una cosa e il suo opposto.

E qui ritorna la consapevolezza più oscura scaturita dalla stagione operaista: che l’operaio, anche quando lotta strenuamente per la sua autonomia, è tale perché c’è stata una volontà esterna, quella del capitale, a volerlo così. E più rivendica la propria identità operaia, più ricalca il marchio che il capitale ha inferto sulla sua pelle. Questo è, secondo le riflessioni di Peter Szondi7, propriamente il tragico: la capacità di avvicinarsi alla propria dannazione quanto più si tenta di allontanarsene.

Ormai, è da un po’ di tempo che porto avanti un’idea: che la poesia contemporanea, soprattutto quella degli autori e delle autrici nati negli anni Novanta, si muova sotto il segno della depressione (ne ho parlato prima qui e poi qui). Nel suo senso letterale, cioè come tentativo di abbassare la pressione. Cappello scrive: «Così infelici e il foglio così vuoto: ma più che la speranza o la chiarezza è l’ira, come si dice» (p. 59): Cappello vuole instillare nel lettore il desiderio della ribellione facendolo camminare in un’atmosfera di totale depressione, secondo il principio che è dalla mancanza che nasce la voglia.

 

 

 


Note

1 Roberto Esposito, Da fuori. Una filosofia per l’Europa, Einaudi, Torino 2016.

2 Wu Ming 1, Un viaggio che non promettiamo breve, Einaudi, Torino 2016.

3 Nanni Balestrini, Vogliamo tutto [1971], Mondadori, Milano 2013.

4 Su questo punto, si rinvia a Daniele Giglioli, Balestrini, o dell’epica pura, in «il Verri», 2018, n. 66, pp. 15-17.

5 Claudio Brancaleoni, Intervista a Nanni Balestrini, in Id., Il giorno dell’impazienza. Avanguardia e realismo nell’opera di Nanni Balestrini, Manni, San Cesario di Lecce 2009, p. 207.

6 Gyorgy Lukács, Teoria del romanzo [1916], SE, Milano 2015.

7 Peter Szondi, Saggio sul tragico [1961], Einaudi, Torino 1999.