Sull’oblio come effetto della contrazione spazio-temporale nelle moderne società capitalistiche – la prima parte dell’articolo, a proposito della memoria, si trova qui

 

Parte II. L’oblio

 

Era duro il silenzio attorno a noi
e compatto nel vetro dell’azzurro.
(Giōrgos Seférīs, Memoria, II1)

 

I. Velocità

La modernità è una storia di accelerazione2. Dalla rivoluzione industriale in avanti, la velocità si è imposta come un valore ideale in ogni ambito della vita e ne scandisce il tempo. Dal settore dei trasporti a quello della produzione, dall’informazione alla comunicazione, dal campo delle relazioni interpersonali e delle pratiche sociali a tutto ciò che concerne il ritmo stesso della vita, una corsa impazzita agita oggi la realtà e la spinge verso quella che McLuhan definisce come un’«implosione»3, vale a dire una simultaneità fitta, priva di centro e gerarchie. Media di ogni sorta attraversano velocissimi lo spazio per ridurre le distanze tra i mondi più lontani, cose persone e luoghi si susseguono ad un ritmo sempre più frenetico: la velocità trionfa e, nel farlo, segna la nascita di una realtà omogenea e astratta, confusa.oblio

C’è un’immagine che, se pure a distanza di quasi due secoli dalla sua elaborazione, descrive ancora con grande efficacia la vita dell’uomo di oggi e che, alle soglie della seconda rivoluzione industriale, associa la velocità al sonno. Questa immagine proviene da un saggio del 1849 di Thomas De Quincey intitolato Il postale inglese, nel quale l’autore descrive uno spaventoso viaggio notturno in balia di una vettura lanciata in corsa per le strade di Londra, a guidare la quale è appunto un vettorino profondamente addormentato.

 

II. Molteplicità

Nella realtà che viviamo, questa corsa per la velocità si accompagna però a un altro dato fondamentale: la molteplicità – delle cose, dei fatti e delle relazioni.

La società capitalistica si assicura la sopravvivenza promuovendo il consumo dei beni, e fa questo come forma di distrazione, o fuga, dal problema fondamentale dell’esistenza, ossia la morte. Da qui il numero incalcolabile di cose che ci circonda e l’immensa quantità di parole e immagini, in sé prive della necessità che dovrebbe caratterizzarle, che ci colpiscono senza sosta da ogni parte.

La prima conseguenza di questa pioggia ininterrotta di cose si verifica sul piano dei processi cognitivi e immaginativi, e consiste primariamente in una drastica riduzione della capacità di attenzione, soprattutto tra le generazioni che in questa realtà sono nate e cresciute, e che quindi vi sono più radicalmente immerse. Gran parte delle parole e delle narrazioni diffuse dai media richiede una soglia di attenzione minima per essere intesa, e abitua quindi l’interprete a una lettura delle cose rapida e approssimativa che è poi difficile rimuovere. Il consumo delle immagini, e quindi la conoscenza che ne deriva, restano perciò legati esclusivamente alla memoria a breve termine, vale a dire una memoria limitata e labile.

L’immensa mole di stimoli alla quale i nostri sensi sono costantemente sottoposti, benché troppo rapidi per lasciare di sé più di qualche traccia, finiscono però con il depositare nella memoria strati e strati di frammenti di figure sostanzialmente insignificanti ed estranei a ciò che siamo, tra i quali è raro che un’immagine si imponga sulle altre. Da questa crescente inflazione, l’immaginazione, che attinge i suoi contenuti alla memoria per far scaturire dalla realtà l’immagine un tempo conosciuta, è perciò soffocata, incapace di levare la sua voce al di là di ciò che della realtà essa vede e sente.

 

III. Ipnosi

Questa caotica moltitudine di stimoli esterni ha in sé qualcosa di ammaliante, che la rende capace di attirare continuamente a sé la nostra attenzione e di escludere così qualunque divagazione dal presente più immediato e concreto.

In Infinite Jest, una delle opere recenti che tratta più da vicino della realtà mediatica e del suo potere ipnotico, David Foster Wallace chiama non a caso l’oggetto in cui questa realtà concentra il suo massimo grado di forza Entertainment, ‘Intrattenimento’, con l’iniziale maiuscola. L’oggetto in questione è una cassetta che contiene un intrattenimento «così perfetto da uccidere chi guarda»4, e intorno ad essa, come ad un oggetto magico, prende forma il campo di forze del romanzo.

Nelle narrazioni tradizionali, compare spesso un personaggio deputato a stornare l’eroe dal proprio compito: Calipso, le Sirene, i Lotofagi, la maga Armida, svolgono tutti questa funzione, e l’arma di distrazione che ciascuna di queste figure utilizza a questo scopo è l’oblio nel quale l’eroe viene immancabilmente sprofondato. La nostra realtà, nella sua abbagliante evidenza, esercita su di noi lo stesso potere di seduzione, e comporta quindi lo stesso pericoloso rischio di precluderci la possibilità del ritorno, che in tutti i casi citati coincide appunto con il ricordo.

 

IV. Oblio

Una civiltà che eleva la velocità e la molteplicità a valori, e lo fa in ragione dell’utilità pratica che ne può ricavare; una civiltà del benessere, radicalmente materialistica, per la quale il progresso tecnologico supera di gran lunga quello umano, conosce solo quello che vede e sente, ed è quindi inevitabilmente una civiltà senza passato. L’esistenza sempre più congestionata che la nostra società vive non lascia né lo spazio né il tempo di ricordare, e con ricordare intendo qui un’azione rivolta non solo al passato, ma anche a un presente che appartiene a un altro livello di realtà da quello dell’esistenza consueta, nel quale vive l’uomo.

L’ultima opera pubblicata in vita da Foster Wallace è una raccolta di otto brevi romanzi intitolata, appunto, Oblio, nella quale per oblio s’intende il sonno in cui all’autore sembra che la società contemporanea sia sprofondata. In Mister Squishy, il primo romanzo della raccolta, il protagonista è un agente pubblicitario intrappolato senza scampo ‘nella grande macchina trituratrice del marketing statunitense’, «the great grinding US marketing machine»5, che ne cancella l’identità e l’umanità. Nello specchio, il suo volto e il volto di Mister Squishy, il marchio dell’azienda che dà il nome al racconto, si fondono in modo spettrale. Good old neon, ‘Caro vecchio neon’, è invece la storia di un uomo che ha passato tutta la vita a creare l’immagine di sé da offrire di volta in volta agli altri, e cerca in tutti i modi di uscire dalla «trappola di impostura»6 che si è costruito, di essere sinceramente se stesso. Ma non ci riesce, perché non sa più ritrovarsi al di là delle maschere che indossa, e arriva quindi alla decisione di togliersi la vita.

Foster Wallace sembra parlarci qui del rischio, forse già in atto, che l’uomo di oggi corre di perdere la possibilità, insita nella memoria, di ritrovare tra le luci e il rumore assordante della realtà ciò che è più suo. Nell’universo descritto da Foster Wallace, i confini tra le cose si fanno infatti via via più labili e si perdono nel caos indifferenziato di una realtà che appare sempre più votata all’oblio.

Nel romanzo che dà il titolo alla raccolta, Oblio, proprio il sonno stesso costituisce quindi l’elemento centrale della narrazione: un sonno mancato, in questo caso, disturbato, e quindi ricercato con ogni mezzo da chi ne subisce la privazione. La vicenda ruota tutta intorno ad un conflitto coniugale causato da un certo disturbo reciproco del sonno: la protagonista femminile si sveglia ogni notte accusando rabbiosamente il marito di «russare» tanto da impedirle di dormire, e impedisce così a sua volta anche a lui di farlo. Su questa via, i due protagonisti del romanzo finiscono con il rivolgersi ad una «rinomata e stimatissima»7 clinica per il sonno, dove un gruppo di esperti «sonnologi» si occupa appunto di monitorare l’andamento del loro riposo e di riportarlo alla normalità. Qui i due personaggi vedranno crollare le proprie convinzioni riguardo al confine tra la veglia e il sonno, dal momento che la diagnosi medica rivelerà loro che, anche quando sono convinti di essere svegli, essi stanno in realtà dormendo. Nel finale del romanzo, il lettore apprende che la vicenda stessa che gli è appena stata narrata è in realtà un sogno, in un gioco ad incastro senza fine che è una grande metafora della vita umana.

 

V. Conclusioni

La memoria è oggi un valore, forse il più importante, da salvare, e parlarne significa avvertire del pericolo che stiamo correndo di perdere forse l’ultimo baluardo di un mondo che svanisce. Questo doppio breve excursus sulla memoria e sull’oblio è stato inaugurato da un rapido cenno agli antichi e al significato da essi attribuito alla memoria. Agli antichi faccio ora ritorno per tentare di rovesciare l’oblio nel suo contrario.

Accanto alle fonti anticamente dedicate a Mnemosine, infatti, ce n’era però sempre una seconda chiamata λησμοσύνη, ‘oblio’, da cui prende nome il Lete. Prima di entrare nella grotta di Trofonio, in Beozia, coloro che si recavano a consultare l’oracolo dovevano prima bere alla Fonte dell’Oblio per dimenticare la vita terrena e poi a quella della Memoria, per conservare il ricordo di ciò che avrebbero appreso. Dante riprende questa tradizione nel paradiso terrestre, dove le anime s’immergono prima nel Lete per cancellare il ricordo del male commesso e poi nell’Eunoè, per ravvivare il ricordo del bene. Per gli antichi, la memoria sembra quindi essere qualcosa di possibile solo quando si è prima saputo dimenticare.

Che cosa questo significhi, è ancora una volta il mito a chiarirlo. Al termine della lotta tra Perseo e la Medusa, dopo la decapitazione del mostro, vediamo nascere dal sangue della Gorgone il cavallo alato Pegaso, che con un colpo di zoccolo farà scaturire sull’Elicona la fonte alla quale si abbeverano le Muse. Se è vero, come scrive Calvino nella lezione americana sulla Leggerezza, che «coi miti non bisogna aver fretta; [ed] è meglio […] ragionarci sopra senza uscire dal loro linguaggio di immagini»8, la lettera del mito in questo caso ci consegna l’immagine di un cavallo alato che, sfidando la gravità, spicca un salto al di sopra del mondo di mostri da cui proviene, alla volta degli dèi: un’immagine di leggerezza e di forza che si staglia sul nostro orizzonte come un emblema dello slancio che possa sollevarci al di là della pietrificazione delle cose e schiudere forse ancora per noi la realtà del ricordo.

 


Note

1 G. Seférīs, Memoria, II, in Giorgio Seferis. Premio Nobel per la Letteratura 1963, a cura di F.M. Pontani, Fratelli Fabbri, Milano 1969, p. 157.

2 Lo sostengono i principali studi di sociologia sul tema (cfr., in particolare, G. Gasparini, Tempi e ritmi nella società del Duemila, FrancoAngeli, Milano 2009; H. Rosa, Accelerazione e alienazione: per una teoria critica del tempo nella tarda modernità, Einaudi, Torino 2015).

3 M. McLuhan, Gli strumenti del comunicare, Garzanti, Milano 1977, p. 98.

4 D.F. Wallace, Infinite Jest, Einaudi, Torino 2016, p. 185.

5 Id., Oblivion: stories, Little, Brown and company, New York 2004, p. 30.

6 Id., Oblio, Einaudi, Torino 2004, p. 184.

7 Ivi, p. 243.

8 I. Calvino, Leggerezza, in Lezioni americane: sei proposte per il prossimo millennio, Mondadori, Milano 2011, pp. 8-9.

 

Bibliografia

Calvino I., Lezioni americane: sei proposte per il prossimo millennio, Mondadori, Milano 2011.

De Quincey T., Il postale inglese, traduzione e cura di Salvatore Proietti, Cooper, Roma 2004.

Gasparini G., Tempi e ritmi nella società del Duemila, Franco Angeli, Milano 2009.

McLuhan M., Gli strumenti del comunicare, Garzanti, Milano 1977.

Rosa H., Accelerazione e alienazione: per una teoria critica del tempo nella tarda modernità, Einaudi, Torino 2015.

Seférīs G., Giorgio Seferis. Premio Nobel per la Letteratura 1963, a cura di F.M. Pontani, Fratelli Fabbri, Milano 1969.

Wallace D.F., Infinite Jest, Einaudi, Torino 2016.

Id., Oblio, Einaudi, Torino 2004.

Id., Oblivion: stories, Little, Brown and company, New York 2004.