Un breve percorso sul senso e sul valore della memoria, dall’antichità ad oggi.

 

Parte I. La memoria

 

We look at the world once, in childhood.
The rest is memory.
(Louise Glück, Nostos1)

 

Tra gli antichi, la memoria era venerata come dea. La presenza di questa divinità all’interno del pantheon antico vale a chiarire la piena coscienza che quel mondo aveva dell’importanza di questa facoltà.
La memoria è innanzitutto la capacità di ritenere traccia di sensazioni, immagini e idee provenienti dall’esterno, e quindi di rievocarle in assenza dello stimolo originario che le ha generate. Platone e Aristotele, ai quali risalgono le prime teorie sulla memoria, descrivono il ricordo come un’immagine che si separa dalle cose e che s’imprime nell’anima come il sigillo nella cera2.

I due filosofi ne distinguono quindi due forme: la prima, legata alla sensazione, che Platone definisce «σωτηρίαν […] αἰσθήσεως»3, ‘conservazione della sensazione’; la seconda, chiamata «ἀνάμνησις»4, ‘reminiscenza’, che è intesa invece come la facoltà dell’anima di recuperare da sé, senza il corpo, sia le sensazioni provate un tempo insieme al corpo sia, nel caso di Platone, quelle che hanno lasciato un’impronta in lei ancor prima della nascita, ma che al momento della nascita sono state dimenticate. Al di là delle differenze strutturali tra i due sistemi, quella che sia Platone che Aristotele chiamano ‘reminiscenza’ è quindi sempre la facoltà della memoria di recuperare, da un passato più o meno remoto, qualcosa di cui si è parzialmente persa la conoscenza5.

Tra le sensazioni, le immagini e le idee che entrano a far parte della nostra esperienza si trovano anche, e prima di tutte le altre, quelle che risalgono al nostro primo contatto con il mondo, e che in quel primo contatto si sono radicate tanto profondamente in noi da determinare ciò che siamo.

Pavese, che nel Novecento è forse l’autore che più si è interessato alla memoria, e che ne ha quindi tracciato una vera e propria fenomenologia, descrive i ricordi come immagini che nell’infanzia si sono imposte con forza alla nostra attenzione sulle altre, e che si sono quindi impresse per sempre nella memoria. Queste immagini, secondo Pavese, non sono però per noi l’evocazione di semplici oggetti reali fra i tanti, ma le «forme primordiali»6 attraverso le quali il mondo ci si è allora rivelato: non un prato, una selva, una spiaggia, cioè, bensì il prato, la selva, la spiaggia, che l’infanzia, non distinguendo fantasia e realtà, concepisce nella loro assoluta unicità.

Luoghi, eventi e cose vengono allora sottratti al tempo e consacrati simboli, modelli dai quali da allora in poi la realtà attingerà il proprio senso e valore in qualità di loro ripetizione o riflesso. I primi incontri con le cose hanno in questo modo dato forma alla nostra immagine del mondo, determinando la nostra stessa conoscenza. Ciascuna memoria, per Pavese, custodisce quindi una «mitologia personale»7 che non solo dà valore assoluto al nostro passato, ma contiene in sé gli «schemi normativi»8 della nostra immaginazione, il principio di ogni futuro stupore.

Nei Dialoghi con Leucò, il dialogo Le Muse riprende il leggendario incontro di Esiodo con le dee avvenuto alle pendici dell’Elicona, e ha per protagonista appunto la dea della memoria, Mnemosine, generalmente riconosciuta dalla tradizione come la loro madre.
Nel dialogo, Esiodo spiega a Mnemosine che se ripensa al passato gli sembra di essere stato contento, ma che nei giorni prova invece «un fastidio delle cose e dei lavori come lo sente l’ubriaco»9. Ci sono però momenti in cui per lui il fastidio, improvvisamente, scompare:

ESIODO […] Le cose che tu dici non hanno in sé quel fastidio di ciò che avviene tutti i giorni. Tu dài nomi alle cose che le fanno diverse, inaudite, eppure care e familiari come una voce che da tempo taceva. O come il vedersi improvviso in uno specchio d’acqua, che ci fa dire «Chi è quest’uomo?»
MNEMÒSINE  Mio caro, ti è mai accaduto di vedere una pianta, un sasso, un gesto, e provare la stessa passione?
ESIODO  Mi è accaduto.
MNEMÒSINE  E hai trovato il perché?
ESIODO  È solo un attimo, Melete. Come posso fermarlo?
MNEMÒSINE  Non ti sei chiesto perché un attimo, simile a tanti del passato, debba farti d’un tratto felice, felice come un dio? Tu guardavi l’ulivo, l’ulivo sul viottolo che hai percorso ogni giorno per anni, e viene il giorno che il fastidio ti lascia, e tu carezzi il vecchio tronco con lo sguardo, quasi fosse un amico ritrovato e ti dicesse proprio la sola parola che il tuo cuore attendeva. Altre volte è l’occhiata di un passante qualunque. Altre volte la pioggia che insiste da giorni. O lo strido strepitoso di un uccello. O una nube che diresti di aver già veduto. Per un attimo il tempo si ferma, e la cosa banale te la senti nel cuore come se il prima e il dopo non esistessero più. Non ti sei chiesto il suo perché?
ESIODO  Tu stessa lo dici. Quell’attimo ha reso la cosa un ricordo, un modello10.

Nel dialogo, Mnemosine mostra a Esiodo che ogni qual volta qualcosa della realtà appare improvvisamente ai nostri occhi portatore di un significato nascosto, e quindi staccato dal resto, trasfigurato, e perciò ci colpisce, questo accade perché quel qualcosa in passato deve averci già colpito. Accanto a Mnemosine, le cose appaiono infatti a Esiodo diverse e inaudite, ma insieme care e familiari come una voce che da tempo taceva, o un amico ritrovato. La meraviglia nei confronti di una realtà nasce sempre nel solco di una precedente trasfigurazione di quella realtà, e la scoperta del nuovo è quindi sempre anche un ricordo, un ritrovamento. Un’altra immagine delle cose si solleva allora da quella consueta, e la realtà presente istituisce così un ponte con ciò che si credeva perduto.

In un appunto dello Zibaldone del 1828, Leopardi scrive:

All’uomo sensibile e immaginoso, che viva, come io sono vissuto gran tempo, sentendo di continuo ed immaginando, il mondo e gli oggetti sono in certo modo doppi. Egli vedrà cogli occhi una torre, una campagna; udrà cogli orecchi un suono d’una campana; e nel tempo stesso coll’immaginazione vedrà un’altra torre, un’altra campagna, udrà un altro suono. In questo secondo genere di obbietti sta tutto il bello e il piacevole delle cose. Triste quella vita (ed è pur tale la vita comunemente) che non vede, non ode, non sente se non che oggetti semplici, quelli soli di cui gli occhi, gli orecchi e gli altri sentimenti ricevono la sensazione11.

L’immaginazione è la sola, tra le facoltà umane, che sappia creare una sospensione nella nostra osservazione della realtà, e che possa quindi scoprire nelle cose una loro seconda natura, questa capace della bellezza e del piacere di cui, per Leopardi, la realtà è di per sé priva. Se può questo, però, è perché l’immaginazione si nutre di memoria:

Forse la massima parte delle immagini e sensazioni indefinite che noi proviamo […] dopo la fanciullezza e nel resto della vita, non sono altro che una rimembranza della fanciullezza, si riferiscono a lei, dipendono e derivano da lei, sono come un influsso e una conseguenza di lei; […] vale a dire, proviamo quella tal sensazione, idea, piacere, ec. perché ci ricordiamo e ci si rappresenta alla fantasia quella stessa sensazione immagine ec. provata da fanciulli, e come la provammo in quelle stesse circostanze. Così che la sensazione presente non deriva immediatamente dalle cose, non è un’immagine degli oggetti, ma della immagine fanciullesca; una ricordanza, una ripetizione, una ripercussione o riflesso della immagine antica12.

Agli occhi dell’immaginazione fanciullesca, le cose appaiono sempre naturalmente indefinite e vaghe, e sono perciò capaci di evocare in chi le osserva un certo qual senso d’infinito. L’indefinito e l’infinito sono infatti due concetti che in Leopardi vengono messi continuamente a confronto, e che si richiamano l’un l’altro. Quest’impressione di una realtà senza confini s’imprime quindi nella memoria come una forma che andrà a modellare tutte le immagini e le sensazioni successive. Per questa ragione, il senso d’indefinito presente è in realtà sempre solo il riflesso – la rimembranza, scrive Leopardi – di una sensazione passata, che la memoria ripete. Non è infatti un caso che tra gli antichi la dea della memoria fosse ritenuta la madre delle Muse, dee dell’arte e della fantasia.

L’immaginazione-memoria schiude però per noi qualcosa che né il ricordo né la fantasia conoscono. È questo ciò che accade in una delle poesie leopardiane più note, L’infinito, e in modo ancora più scoperto nei cinque componimenti che formano il ciclo di Aspasia, dove il ricordo d’amore si fa apertamente ricordo divino:

Raggio divino al mio pensiero apparve,
Donna, la tua beltà. Simile effetto
Fan la bellezza e i musicali accordi,
Ch’alto mistero d’ignorati Elisi
Paion sovente rivelar. Vagheggia
Il piagato mortal quindi la figlia
Della sua mente, l’amorosa idea,
che gran parte d’Olimpo in se racchiude13.

L’immaginazione-memoria si apre così al presentimento di una realtà immensa. E sebbene quest’apertura verso l’immensità sia resa mutila, monca, dalla sostanziale illusorietà dell’infinito, l’immagine che per Leopardi s’imprime nella memoria nel tempo dell’infanzia, e che costituisce quindi il modello al quale tutte le successive impressioni sono improntate – un’immagine che Leopardi stesso definisce «idea» e che presenta come «indeterminata e senza limiti»14 –, contiene una sorprendente analogia con l’idea di origine platonica, che è ricordo di un’altra realtà sepolta nella memoria e risuscitata dalla nuova percezione.

Nel seguito delle Muse, Mnemosine spiega a Esiodo che il ricordo è «passione ripetuta»15, il rinnovarsi nel presente di ciò che è stato, e che per questo l’uomo «sa cos’è vita immortale»16. Per Pavese esiste un ricordo delle cose, delle persone e delle situazioni del nostro passato, ma queste sono semplicemente le forme entro le quali qualcosa è per noi accaduto, e ricordarle non basta a riportarci la vitalità che ha fatto di quelle cose, o fatti o luoghi che siano, un ricordo. Il ricordo che lo interessa, e del quale Mnemosine sta qui parlando, è invece rivolto agli istanti di coscienza che queste forme hanno accolto, e nei quali abbiamo incontrato noi stessi. In uno dei saggi di Feria d’agosto dedicati appunto al tema della memoria, Pavese scrive:

Per ritrovare questo stato, più che sforzo mnemonico si richiede scavo nella realtà attuale […]. Se avremo visto con chiarezza il nostro fondo, non potremo non aver toccato anche ciò che fummo […]. Qui ricordare non è muoversi nel tempo, ma uscirne e sapere che siamo17.

È così che in uno dei Dialoghi con Leucò più letti e commentati, L’inconsolabile, Orfeo cerca di spiegare a una Bacca incredula la scelta, apparentemente assurda, di voltarsi apposta verso Euridice durante il viaggio di ritorno dall’Ade, e quindi di perderla:

L’Euridice che ho pianto era una stagione della vita. Io cercavo ben altro laggiù che il suo amore. Cercavo un passato che Euridice non sa. […] Già salendo il sentiero quel passato svaniva, si faceva ricordo, sapeva di morte. Quando mi giunse il primo barlume di cielo, trasalii come un ragazzo, felice e incredulo, trasalii per me solo, per il mondo dei vivi. Non m’importò nulla di lei che mi seguiva. Il mio passato fu il chiarore, fu il canto e il mattino. E mi voltai18.

Se è possibile che il tempo risaldi il legame tra il nostro passato e il presente, come Orfeo narra, è grazie al tesoro di sensazioni, immagini ed emozioni che dall’infanzia la memoria ha portato fino a qui, e che costituiscono quindi per noi i simboli della nostra perenne, assoluta realtà.

 


Note

1 ‘Guardiamo il mondo una volta sola, nell’infanzia. Il resto è ricordo’ (L. Glück, Nostos, vv. 23-24, in Meadowlands, Ecco press, Hopewell, NJ 1996, p. 34).
2 Cfr. Platone, Teeteto, 191[D]; Aristotele, De memoria et reminiscentia, 450[A].
3 Platone, Filebo, 34[A].
4 Ivi, 34[B]; Aristotele, De memoria et reminiscentia, 450[A].
5 Aristotele, De memoria et reminiscentia, 450[B]-451[A].
6 C. Pavese, Del mito, del simbolo e d’altro, in Feria d’agosto, introduzione di E. Gioanola, Einaudi, Torino 2011, p. 149.
7 Ivi, p. 152.
8 Ibid.
9 Id., Le Muse, in Dialoghi con Leucò, Einaudi, Torino 1999, p. 163.
10 C. Pavese, Le Muse, in Dialoghi con Leucò, cit., pp. 164-165, corsivi miei.
11 G. Leopardi, Zibaldone di pensieri, cit., vol. II, p. 1245, 30 novembre 1828 [4418].
12 G. Leopardi, Zibaldone di pensieri, cit., vol. II, p. 970, 16 gennaio 1821 [515].
13 G. Leopardi, Aspasia, vv. 33-40, in Canti, a cura di G. De Robertis, Le Monnier, Firenze 1945, p. 407, corsivo mio.
14 Id., Zibaldone di pensieri, cit., vol. II, p. 970, 16 gennaio 1821 [515], corsivo mio.
15 C. Pavese, Le Muse, in Dialoghi con Leucò, cit., p. 165.
16 Ibid.
17 Id., L’adolescenza, in Feria d’agosto, cit., p. 164.
18 C. Pavese, L’inconsolabile, in Dialoghi con Leucò, cit., pp. 78-79.

 

Bibliografia

Aristotele, L’anima, a cura di G. Movia, Bompiani, Milano 2001.
Glück L., Meadowlands, Ecco press, Hopewell, NJ 1996.
Leopardi G., Canti, a cura di G. De Robertis, Le Monnier, Firenze 1945.
Id., Zibaldone di pensieri, edizione critica e annotata a cura di G. Pacella, Garzanti, Milano 1991.
Pavese C., Dialoghi con Leucò, Einaudi, Torino 1999.
Id., Feria d’agosto, introduzione di E. Gioanola, Einaudi, Torino 2011.
Platone, Tutti gli scritti, a cura di G. Reale, Bompiani. Il pensiero occidentale, Milano 2010.