Argo propone la recensione dell’ultimo film di Paolo Genovese “Perfetti sconosciuti”

 

Genere: Commedia

Durata: 97 min

Cast: Kasia Smutniak, Marco Giallini, Valerio Mastandrea, Anna Foglietta, Edoardo Leo, Giuseppe Battiston, Alba Rohrwacher.

Paese: Italia

Anno: 2016

Dopo Il Nome del Figlio del 2015 il cinema italiano produce un altro film dove la tavola è protagonista di un confronto valoriale, personale e generazionale.

Anche in Perfetti Sconosciuti di Paolo Genovese protagonisti sono le generazioni della società fugace. Riuniti per una cena tra amici tre coppie e l’amico da poco fidanzatosi. Se nel film dell’Archibugi il dibattito era sì duro e franco ma accompagnato da leggerezza e da uno spirito di discussione sincero, ‘Perfetti Sconosciuti’ fa di una cena tra amici il ring di un massacro identitario per la vita di coppia e non.

Si parla del più e del meno, e quasi senza volerlo la parola segreto diventa il piatto principale della serata. La padrona di casa, l’analista Eva (Kasia Smutniak), propone un gioco: condividere per tutta la durata della cena, chiamate, messaggi, app, chat. Quasi stupisce che sia lei a proporre tale diversivo; sin dalle prime battute si mostra come una donna rigida, che tende ad assumere il controllo delle situazioni. Accettare di stare al gioco è un azzardo per tutti i presenti: l’occasione per capire meglio il proprio partner, la fiducia reciproca, la sincerità e il rispetto degli amici diventa tra una portata e l’altra il retroscena del nostro io più sincero, delle nostre ambizioni, delle nostre paure e frustrazioni.

Genovese (con gli altri quattro autori) costruisce una sceneggiatura solida, in cui i dialoghi non perdono brillantezza grazie ad un equilibrio preciso tra dramma e commedia impreziosito da un cast che fa propri i personaggi senza caricarli di forzature. L’onestà delle performance è un valore aggiunto tanto che lo spettatore fa suo il contesto, più che in sala è presente nella storia, è parte di quella tavola, simbolo di una società incapace di aprirsi e di comunicare persino alle persone più care. “Questi cosi qui (in riferimento agli smartphone e all’overdose di tecnologia che ci circonda) ci stanno rovinando l’esistenza, ci stanno portando via il privato” afferma Beppe, interpretato da Giuseppe Battiston.


La verità è che siamo noi i registi di questa tendenza, o meglio di una consolidata prassi: ci serviamo del mezzo per nascondere le nostre menzogne, i nostri pensieri, eleggendo la tecnologia a scatola nera delle nostre esistenze piuttosto che mostrarci incondizionatamente agli altri, con i difetti e gli errori.

Il regista Paolo Genovese realizza un film maturo, di sostanza: mai fuori contesto e banali risultano i riferimenti all’attualità come il tema della responsabilità alla guida o quello dei diritti. Un registro aderente al racconto modella le mura di un appartamento, un momento di spensieratezza in una notte del giudizio spietata e brutale costringendo i protagonisti a vedersi e riconoscersi appunto come dei perfetti sconosciuti.

Sarebbe interessante vedere quanti degli spettatori rimangano immuni al disagio e ai risvolti strazianti che il film produce da aver, non tanto il coraggio, quanto la serenità di riprodurre tale gioco nella realtà. Il finale alla sliding doors pone l’accento su tale quesito.