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Perfidia (film) di Bonifacio Angius | Claudio Latini




L'asocialità di Taxi drive incontra l'apatia grigia della rassegnazione

Il mitico De Niro di Taxi Driver sorrideva, seppur solo per conformarsi alla società, ed aveva un lavoro che almeno lo rendeva autonomo; Angelino no. Il protagonista di Perfidia, opera prima di Bonifacio Angius, è apatico, indifferente, privo del sorriso e del pianto, mancante delle caratteristiche minime utili per potersi integrare con la gente che lo circonda, quella gente che di lavoro «sta in ufficio e fa delle telefonate», o quelli che vengono schiavizzati in situazioni lavorative psicologicamente ancor più brutalizzanti, ma comunque necessarie per portare uno stipendio a casa e sopravvivere. Angelino non fa nulla per sopravvivere, se non starsene al bar ad ascoltare discorsi vuoti.

Angelo non ha disfunzioni mentali particolari, è semplicemente vittima delle circostanze, dei suoi genitori, del suo territorio (simbolo di tutti i territori con medesime caratteristiche) e della mancanza di curiosità. Non aver coltivato la curiosità gli ha impedito di affrontare un percorso di crescita capace di renderlo autonomo ed abbastanza “perfido” per potersi confrontare con la durezza di una società reale, assai più cruda e ruvida di quella fantastica. Una realtà verso la quale anche Dio è indifferente, ma al contempo ossessivamente spettatore e cattivo maestro.

Era Freud (non me ne vogliano gli psicoterapeuti per questa citazione fatta col forcone) a conferire al lavoro e all'amore la prerogativa per definire la normalità dell'individuo, ebbene, così come in Taxi Driver, anche il protagonista italiano di questo lucido, drammatico racconto dell'orrore sociale dei nostri tempi, non è in grado di relazionarsi con gli altri, tantomeno rendere possibile l'amore. Rispetto all'appuntamento in cui De Niro, mentalmente deviato, portava la sua potenziale ragazza in un cinema porno, in Perfidia Angius costruisce una situazione ancor più grottesca, nella quale il suo protagonista invita a casa la ragazza di cui è innamorato, offrendole una frittata e del whisky di fronte alla tavola con i resti della cena della sera prima, mentre il padre, lasciato a vegetare ormai da ore alla finestra, è puro corredo scenografico di un deragliamento emotivo e psicologico senza scampo.

Angelino è un trentacinquenne figlio dei nostri tempi, in cui, dagli anni '80 del secolo scorso, un'intera generazione di ragazzi sta perdendo il proprio futuro senza rendersene conto. Le cause sono molte e complesse, ma al di là di ogni analisi vale la pena venire a conoscenza della storia di questo ragazzo (interpretato da un ottimo Stefano Deffenu, perfetto e credibile fino alla fine), e della sua vita che non riesce ad andare al galoppo, ma che non può più nemmeno provare ad andare al passo, essendo stata privata di quei punti di riferimento che fondano la maturità di un individuo. Angelo non è solo vittima, ha anche delle responsabilità. Ma in un mondo tanto cinico ed imbruttito da illuminarlo il meno possibile (come dice in un dialogo il padre del ragazzo, alias un grande Mario Olivieri), le colpe per la deriva umana e per la mancanza di voglia di riemergere dalla propria condizione sfavorevole non possono assolutamente essergli imputate.

Insomma, questo quadro a tinte cupe, dipinto da Bonifacio Angius, è un corretto stimolo alla riflessione, su quanto la solitudine sociale e la sciatteria dei rapporti familiari possano veicolare virus aggressivi e fatali, come quello della rassegnazione e della disperazione cieca che spinge all'irreparabile.

Un film da vedere e consigliare.

Claudio Latini

La recensione si riferisce alla proiezione di Perfidia avvenuta al Cinema Azzurro di Ancona, domenica 6 dicembre, nella sezione Salto in lungo del Film Festival Corto Dorico 2015.

 

 


Post date: 2015-12-15 15:49:22
Post date GMT: 2015-12-15 14:49:22
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