Dall’Ilva a Dalmine, da Taranto a Piombino le sorti dell’acciaio in Italia

È, in particolare, la ancora difficile situazione della ex-Ilva e di alcuni casi “minori”, che si trascinano peraltro ormai da molti anni, a rendere opportuna una ricognizione della situazione, guardando anche, al di là del caso specifico, a tutto il quadro dell’acciaio italiano.
I mutamenti a livello globale
Il settore dell’acciaio ha subito nel corso degli ultimi decenni delle grandi trasformazioni a livello mondiale ed ha dovuto affrontare anche dei grandi problemi, soprattutto nei paesi sviluppati.
La produzione totale ha continuato a crescere sino ad oggi, salvo il fatto che il suo ritmo di crescita ha teso a ridursi nel tempo. Ma contemporaneamente il peso dei paesi sviluppati sul totale, una volta dominante, non ha cessato di ridimensionarsi progressivamente.
Da una parte ha pesato in Occidente il rallentamento dei tassi generali di sviluppo dell’economia, dall’altra è stata anche molto rilevante la progressiva sostituzione del metallo in oggetto con degli altri materiali più leggeri, meno costosi e/o dalle migliori prestazioni e questo in diversi settori; ha infine contribuito alle difficoltà la crescente concorrenza cinese e più in generale da parte dei paesi emergenti.
Da sottolineare anche come quello dell’acciaio sia un settore tradizionalmente molto inquinante, ma anche che nell’ultimo periodo, anche di fronte ad una crescente sensibilità dell’opinione pubblica rispetto a tale problema, sono state messe a punto nel mondo delle tecnologie per ridurne le nocività. Oggi diversi stabilimenti nel nostro continente sembrano aver risolto in qualche modo, o avviata a soluzione, la questione.
Nel 2019, secondo le cifre del Fondo Monetario Internazionale, ormai i paesi emergenti rappresentano circa il 60% del pil mondiale e quindi quelli sviluppati soltanto il 40%; questa sterzata generale dell’economia verso il Sud e verso l’Oriente del mondo, ha contribuito alla dislocazione del centro della produzione e dei consumi del metallo verso tali aree. Oggi più del 50% della produzione è assicurata dalla sola Cina, in relazione in particolare al prodigioso sviluppo nel tempo delle sue infrastrutture e del suo apparato industriale, mentre tra i protagonisti della scena mondiale sono anche da segnalare, tra l’altro, alcune grandi imprese indiane, da Arcelor Mittal, a Tata Steel, a Jindal. Il paese asiatico, superata ormai sostanzialmente anche la crisi del coronavirus, ha ripreso a produrre a ritmi molto sostenuti il metallo. Così nel mese di maggio 2020 in Cina erano stati battuti tutti i record di produzione relativi.
Comunque, un settore una volta tra quelli trainanti dell’economia dei paesi ricchi, ha dovuto registrare negli ultimi decenni un ridimensionamento rilevante della sua statura e del suo peso economico e finanziario, vicenda più o meno comune anche ad altre attività, dal petrolio all’auto, e il tutto a favore in particolare delle nuove tecnologie digitali e della finanza.
Le imprese di questi ultimi settori dominano ormai e di gran lunga i valori di Borsa, avendo sostituito da tempo in tale classifica le imprese più tradizionali sopra citate.
Va peraltro considerato che il mondo, e con esso anche i paesi occidentali, ha ancora bisogno dell’acciaio, utilizzato oggi in molti e diversificati impieghi, dal settore delle costruzioni, a quello degli elettrodomestici e dei veicoli terrestri, marittimi ed aerei, a quello, ancora, delle macchine utensili e dell’impiantistica e così via.
In relazione in ogni caso ai mutamenti sopra ricordati, negli ultimi decenni abbiamo assistito, tra l’altro, alla crisi di molte imprese europee del settore, con, a volte, l’acquisizione delle stesse da parte di produttori dei paesi emergenti, dall’India alla Turchia, mentre è anche aumentata la pressione delle esportazioni da parte di tali paesi verso quelli più avanzati. Così la Cina, mentre ha acquisito negli ultimi mesi gran parte dei siti della vecchia British Steel, è accusata da noi, non si sa quanto a ragione, di praticare il dumping nelle sue crescenti esportazioni verso i paesi sviluppati.

Il settore in Italia – la situazione dell’economia italiana

È in tale quadro che vanno collocate la situazione e le prospettive dell’industria dell’acciaio in Europa.
L’Italia è, in termini generali, un paese fermo da un punto di vista economico da ormai alcuni decenni; in un ambiente commerciale e geopolitico che è mutato fortemente e si è fatto nel tempo più difficile, le nostre classi dirigenti, politiche, industriali, finanziarie, non sono state complessivamente all’altezza del compito e la nostra economia ha subito molti colpi. Così, ad esempio, nel 2019 dovevamo ancora recuperare tre dei punti del pil persi nella crisi del 2008, unico caso forse in Europa, mentre presentavamo un altissimo livello di debito pubblico, il più elevato al mondo dopo quello giapponese e che sta ora subendo un ulteriore forte incremento a causa del coronavirus.
Ovviamente, ora lo scoppio della pandemia aggiunge nuovi problemi e preoccupazioni a quelli precedenti, con la previsione che nel 2020 il nostro pil si possa contrarre almeno del 9% (ma una nuova ondata del virus potrebbe far saltare in peggio le stime) e il livello della disoccupazione e della sottooccupazione possa raggiungere nuove vette, mentre nessuno è in grado di fare una qualche previsione attendibile per l’anno successivo.

L’acciaio

Uno dei casi più emblematici della nostra crisi è proprio rappresentato dalle vicende del settore dell’acciaio.
Esso era una volta uno degli orgogli della nostra economia, ma è stato negli ultimi decenni caratterizzato in maniera particolarmente accentuata da difficoltà e da turbolenze, in relazione tra l’altro, oltre che alle difficoltà mondiali, da una parte alle incapacità e agli errori della politica, dall’altra alle colpe del mondo imprenditoriale.
Va comunque sottolineato che non si devono necessariamente perdere le speranze in una ripresa. In passato, in effetti, anche il settore della chimica-farmaceutica aveva subito dei grossi colpi a causa delle incapacità della politica, nonché dei manager e degli imprenditori del settore, ma negli ultimi anni esso sembra essersi ripreso in maniera abbastanza soddisfacente, anche se su nuove basi.
Il punto di partenza delle vicende piuttosto turbolente dell’acciaio italiano posso comunque farsi risalire, per una parte consistente, agli sciagurati processi di privatizzazione messi in atto nel tempo dai governi italiani di centro-sinistra negli anni novanta del Novecento. Prima di quel momento l’Italia era ancora all’avanguardia nel nostro continente.
Da allora una specie di maledizione si è impadronita del settore nel nostro paese ed oggi, come è noto, in particolare il caso dell’ex-Ilva e peraltro in un altro campo quello dell’Alitalia, cui si è aggiunta più recentemente anche la vicenda della società Autostrade, sono i simboli stessi dell’incapacità del sistema Italia di fare dei passi in avanti adeguati su alcuni fronti molto importanti.

I disastri dell’acciaio privatizzato

La Finsider, la grande sub-holding pubblica del settore nel nostro paese, era, sino alla fine degli anni ottanta, una delle più importanti realtà europee dell’acciaio e la sua importanza trascendeva anche i meri dati produttivi; essa è stata nel dopoguerra anche una delle principali fonti di rinnovamento della cultura industriale italiana.
Essa operava attraverso vari impianti sparsi nel paese. Il sito di Genova Cornegliano veniva ceduto alla famiglia Riva nel 1989, mentre quello di Taranto, l’impianto più grande del settore in Europa, veniva venduto per pochi soldi, sempre alla famiglia Riva, nel 1995; Bagnoli intanto subiva la chiusura mentre Piombino, le acciaierie di Terni e la Dalmine attraversavano vicende confuse.
Taranto fu affidata dunque alla famiglia Riva, che ottenne nel tempo grandi profitti dall’impianto (una parte dei soldi relativi sono poi stati ritrovati dai magistrati nei paradisi fiscali) e non si curò in alcun modo dei processi di inquinamento della struttura. E’ la magistratura in sostanza che nel 2012 rompe l’idillio e blocca l’andamento delle cose.
Da allora non si è riusciti a dare un assetto stabile alla società né a risanare l’impianto. Attraverso varie vicissitudini, si è arrivati ad affidare l’ex-Ilva all’indiana Arcelor Mittal, che però sembra nella sostanza poco interessata al suo sviluppo e forse anche alla sua sopravvivenza, mentre si assiste nel tempo a continui e negativi colpi di scena e mentre l’incertezza sul futuro regna ancora sovrana. Si tratta, per altri versi, della vertenza forse più lunga del dopoguerra, oltre che una delle più importanti. Taranto occupa direttamente circa 12.0000 persone, ma l’indotto coinvolge altre migliaia di lavoratori.
I piani di Arcelor Mittal si presentano –la loro ultima versione prevede ben 5000 esuberi, mentre chiede aiuti pubblici per 1,5 miliardi di euro- come inaccettabili.
Intanto assistiamo a lavori di disinquinamento bloccati, a manutenzioni inesistenti, nonché un uso abnorme della cassa integrazione, mentre i fornitori sono pagati con grandi ritardi e l’azienda viola gli accordi firmati a suo tempo e a più riprese.
Oggi una parte della popolazione di Taranto, riflettendo sui guasti dell’inquinamento e sulle promesse mancate di risanamento che vanno avanti da tanti anni, si trova nella posizione di chiedere la chiusura in blocco dell’impianto, pensando all’avvio di nuovi progetti imprenditoriali che riescano a dare lavoro alle persone lasciate a casa da tale decisione. Ma il problema è che sperare che l’intervento pubblico in poco tempo metta in piedi e poi porti avanti un piano di riconversione appare sostanzialmente un’illusione. Lo stato attuale della pubblica amministrazione non appare in grado di raggiungere tale risultato. Del resto basti pensare cosa è successo a Bagnoli, dove gli investimenti di riconversione non si sono poi visti. Eppure sono passati diversi decenni. La chiusura dell’impianto significherebbe probabilmente la quasi- morte della città.
A Taranto siamo così in pieno caos, mentre il governo non sembra avere una strategia abbastanza chiara.
L’unica prospettiva possibile appare quella di far ripartire l’impianto affidandosi ad un partner esterno credibile, che non sembra poter essere la Arcelor Mittal, ma comunque con la partecipazione al capitale della Cassa Depositi e Prestiti come garanzia del mantenimento dell’occupazione e di portare avanti rapidamente l’abbattimento dei livelli di inquinamento.
Non si può in effetti lasciare deperire un impianto come quello di Taranto, uno dei pochi grandi insediamenti industriali del Sud e fornitore importante del settore industriale nazionale.

Non c’è solo l’Ilva

Delle vicende quasi altrettanto rocambolesche e complicate di quelle dell’Ilva ha subito l’impianto di Piombino, come dimensioni il secondo polo siderurgico del nostro paese. Comunque, dopo varie vicende, esso è ora controllato da un altro produttore indiano, Jindal, dal quale si aspetta il nuovo piano industriale della società; ma sono passati due anni dall’acquisizione dell’impianto e il piano non si vede. Tutto appare ancora fermo.
Merita anche una segnalazione importante l’insediamento di Terni, che produce acciai speciali e oggi, dopo la privatizzazione e l’acquisizione da parte della Thyssen Krupp, subisce le vicende della capogruppo; apparentemente l’impianto non rientra nelle strategie di ristrutturazione in atto della casa tedesca, che, tra l’altro, sta licenziando a livello di gruppo 20.000 persone per superare delle grandi difficoltà in atto. Così Terni è sul mercato, con la proprietà che cerca dei possibili partner o anche la vendita dell’impianto.
Una sorte relativamente meno sfortunata ha subito la Dalmine, ceduta al gruppo Techint e in esso integrata.
Comunque non ci sono soltanto gli stabilimenti ex-pubblici. Oggi il grosso della produzione di acciaio nel nostro paese, con il blocco delle strutture sopra descritto, è in mano a delle piccole e medie realtà private, collocate tra Lombardia, Veneto, Friuli Venezia Giulia, strutture che operano con i forni elettrici e con rottami di ferro. Tali imprese ottengono normalmente dei risultati abbastanza positivi, ma anche esse ora subiscono dei grandi contraccolpi dalla crisi.
Ricordiamo poi incidentalmente, due imprese in qualche modo “laterali” al settore, da una parte la Marcegaglia, che opera nel comparto della prima trasformazione dell’acciaio e che ora sembra interessata all’acquisizione di Terni e la Danieli, società di impiantistica, che acquisito una forte presenza a livello mondiale.

Un piano per l’acciaio

A questo punto dovrebbe essere condivisibile l’idea che appare necessario ed urgente un piano nazionale per l’acciaio.
Esso dovrebbe prevedere, tra l’altro, un forte rilancio del settore, con adeguati investimenti di modernizzazione e disinquinamento degli impianti, nonché la tutela dell’occupazione diretta ed indiretta; il piano dovrebbe essere promosso anche dall’ingresso di una partecipazione pubblica rilevante, già peraltro in qualche modo promessa dal governo, almeno nella ex-Ilva e a Piombino, con l’obiettivo di tutelare la messa in opera degli obiettivi sopra ricordati.
Per quanto riguarda in specifico l’Ilva, comunque, se non si riuscisse a trovare un accordo con gli indiani di Arcelor Mittal, va considerato che nessun gruppo italiano potrebbe subentrare come controllante, viste le loro limitate dimensioni e capacità finanziaria, cosa che invece appare fattibile per Terni e Piombino; quindi dovremmo per necessità ricorrere di nuovo ad un’impresa estera.
Va anche tentato, per lo sviluppo del settore, un possibile raccordo con altre imprese a livello europeo, mentre le risorse del Recovery Fund potrebbero essere utilizzate per facilitare un completo disinquinamento dell’impianto.


Vincenzo Comito (1940) ha lavorato per molti anni nell’industria (gruppo Iri, Olivetti) e nel movimento cooperativo, nelle aree dell’amministrazione e finanza, del controllo di gestione e del personale. Già docente di finanza aziendale prima all’Università Luiss di Roma, poi all’Università di Urbino, fa parte del gruppo “Sbilanciamoci”. Tra i suoi libri: Idee e capitali. Mercati finanziari e decisioni di impresa, Isedi 1994; Idee e capitali. Modelli strumenti e realtà della finanza aziendale, Utet 2002; Storia delle finanza d’impresa. Dalle origini al XVIII secolo, Utet, 2002; Storia della finanza d’impresa. Dal XVIII secolo ad oggi, Utet 2002; L’ultima crisi, la Fiat tra mercato e finanza, L’Ancora del Mediterraneo 2005; Le armi come impresa. Il business militare e il caso Finmeccanica, Edizioni dell’Asino 2009; La fabbrica dei veleni. Il caso Ilva e la crisi della siderurgia (con Riccardo Colombo), Edizioni dell’Asino 2013; L’Ilva di Taranto e cosa farne. L’ambiente, la salute, il lavoro, Edizioni dell’Asino 2013; con Natalia Paci e Giuseppe Travaglini, Un paese in bilico. L’Italia tra crisi del lavoro e vincoli dell’euro, Ediesse 2014; La sharing economy. Dai rischi incombenti alle opportunità possibili, Ediesse 2016; L’economia digitale, il lavoro, la politica, Ediesse 2018.