Le gocce di pioggia rigano il finestrino percorrendo rapide traiettorie prive di una qualsiasi meta, mentre lo sferragliare delle ruote lungo i binari crea un’armonia perfetta tra acqua e metallo. La carrozza è malamente illuminata e l’anziano omino con gli occhiali pesta dentro la sua pipa un po’ di tabacco annusandosi indice e pollice con sonori respiri.
“Buonasera!” esclama un giovanotto entrando nello scompartimento.
“Buonasera a lei!” risponde l’omino distraendosi un attimo dalla delicata operazione.
“Che tempaccio, vero?” il giovanotto in maglia nera guarda di sbieco fuori e prende posto di fronte all’anziano fumatore di pipa. Arrotola con calma le lunghe maniche della maglia fino all’altezza dei gomiti, lasciandosi andare in un sospiro affannoso mentre sprofonda lentamente nel sedile marrone e sdrucito.
“Eh già! Ma mi è sembrato di capire che sia abbastanza coreografica come cosa.”
“Chi lo dice?”
“Il controllore.”
“Non l’ho ancora visto.”
“Ripasserà… e poi non c’è da stupirsi alla fine, lo faceva anche nel ’76!”
“Cosa?”
“Piovere, no?”
“Probabilmente, ma, e mi scusi tanto se oso, non ne vedo il nesso.”
“Quale nesso?”
“Col la storia del ’76.”
“Ah!” esclama tronfio il vecchio facendo roteare la pipa in aria. “Ne son successe delle belle nel ’76, lo ricordo ancora. Il primo volo del Concorde, i Ramones, i movimenti femministi, la morte di Visconti… eh si, ne son successe di cose!”
“Visconti?”
“Il regista, ha presente?” chiede stranito cercando di accendere la pipa con un fiammifero.
“Veramente no”, risponde il ragazzo con un filo d’imbarazzo.
“Peccato. Ha fatto un sacco di bei film.”
“Non sono un gran patito di cinema. Giusto qualche film d’azione.”
“Per carità! Con tutte quelle esplosioni e botte che volano. Non me ne parli nemmeno. A parte questo, è stato un bel posto!”
“Che posto?”
“Il millenovecentosettantasei. Quale altrimenti?”
“Anno, caso mai!”
“Quale anno?”
“Il settantasei.”
“Può dirlo forte, amico caro! Se lo ricorda anche lei?”
“Direi proprio di no, non ero ancora nato.”
“Non era ancora nato? E come si permette allora?” sussulta tra sbuffi di fumo e filamenti di tabacco bruciacchiato che volano nell’aria.
“A far cosa?”
“A nascere dopo il ’76 e a chiamarlo in causa!”
“Mi scusi nuovamente, ma non credo di aver capito dove lei voglia arrivare.”
“Dove voglio arrivare… mmm, però, bella domanda!”
“Già, bella, non trova?”
“Debbo dargliene atto. Mi sarei aspettato uno di quei soliti panegirici impietosi ed irregolari. Invece lei è andato proprio dritto al cuore della cosa.”
“Senza tralasciare, caro signore, che la mia era una domanda priva del punto di domanda!” gongola il giovane.
“Davvero encomiabile!” esclama il vecchio insieme ad una nuvola di fumo denso e grigiastro.
“Cosa?”
“Come dice, prego?”
“Cos’è encomiabile?”
“Citando un qualsiasi vecchio dizionario, direi qualsiasi cosa degna di encomio.”
“Non mi riferivo al significato.”
“Allora forse al significante?”
“Questa la so!” scatta il ragazzo.
“Sentiamo allora!”
“Non è quell’insieme di suoni e parole che hanno la proprietà di richiamare un certo significato?”
“Non saprei dirle”, risponde amareggiato l’omino portandosi una mano alle tempie. “Credo di essermi perso. Ma dovrebbe essere una cosa perfettamente normale. Ho vaghi ricordi di un controllore che mi diceva che può capitare e non c’è stupirsi delle amnesie e dei deja vu.”
“Deja?”
“Vu!”
“Sarebbe?”
“Una delle ultime lettere dell’alfabeto, no?”
“Non mi sembra stessimo parlando d’alfabeto!”
“Sapesse quanto mi dispiace. Ma senta un po’… cosa ne direbbe se ricominciassimo da capo?”
“Perché no!”
“Vado allora.”
“Prego.”
“Buonasera!” lo guarda il vecchio con occhi sgranati e carichi di sorpresa.
“Buonasera a lei” risponde il giovane.
“Ehm… non ricordo la battuta.”
“Quella sul tempo”, gli sussurra il ragazzo guardandosi intorno circospetto.
“Ah già! Tempaccio, eh?!”
“Non me lo dica guardi. Non accenna proprio a smettere di piovere.”
“Ha proprio ragione…” un piccolo attimo di pausa permette all’omino fumante di ragionare. “No no, non mi piace!”
“Cosa non le piace?”
“Si è perso quel senso di spontaneità che caratterizza la bellezza di un dialogo casuale.”
“Non posso darle torto in effetti.”
Il ragazzo sprofonda sempre di più nel sedile dando una veloce occhiata fuori. I suoi respiri sono pesanti come l’acqua che bagna il finestrino dello scompartimento grigio di antichità e fumo di pipa. Il vecchio signore con la pipa guarda il riflesso degli occhi del giovane nel finestrino e gli sorride. Negli attimi di silenzio scanditi dalla pioggia e dalle boccate presuntuose e schioccanti del vecchio un controllore apre la porta dello scompartimento. Un unico colpo secco accompagnato da un Buonasera privo di espressione e freddo come tanti altri.
“I signori vogliono avere la gentilezza di mostrarmi i loro biglietti?”
“Ben volentieri, buon uomo”, risponde l’omino tenendo stretta tra le labbra la sua pipa mentre cerca con la mano destra il biglietto dalla tasca interna della giacca.
Glielo porge con un sorriso che il controllore ricambia sforzato.
“Ansiolitici, dovremmo esserci tra dieci minuti. Forse anche meno”, gli ridà il biglietto dopo averglielo vidimato con un affare molto simile ad un piccolo schiaccianoci. “Mentre lei?” indugia osservando il biglietto direttamente dalle mani del ragazzo. “Finestra di palazzo. Settimo piano… però… era un po’ che non vedevo nessuno andarci.”
“Ora dove siamo di preciso?”
“Mi lasci controllare”, prende un taccuino dalla tasca dei pantaloni ed inizia a sfogliarne le pagine avanti e indietro. “Abbiamo passato da poco Rasoio in vasca e siamo appunto in direzione Ansiolitici.”
“Per la mia fermata manca molto?”
“Temo che per Finestra di palazzo debba avere ancora un bel po’ di pazienza. È la nostra ultima fermata.”
“Capisco”, mormora mogio il giovane rimettendo il biglietto nella tasca dei jeans strappati.
“Se può interessarle, però, c’è una ragazza nello scompartimento accanto che è diretta lì. Potreste farvi compagnia.”
“Oh, mille grazie!”
“Dovere signore. Dovere.” prende commiato il controllore rientrando nel corridoio centrale del treno.
“Beh, se non altro hai trovato compagnia per il resto del viaggio”, gli sorride goffamente il vecchietto.
“Già. E magari è anche carina.”
“Chi?”
“La ragazza di là.”
“Ah già!”
“Ansiolitici, eh?” chiede il giovane con un filo d’imbarazzo. “Come mai?”
“Cosa vuoi che ti dica, amico mio. Forse la noia della mia solitudine, forse mia moglie che non c’è più da sei anni. Non saprei… anzi, al momento temo d’averlo anche dimenticato. Tu invece? Non ho ben capito la tua fermata.”
“Finestra di palazzo.”
“Interessante!” spipacchia l’uomo tra larghi cerchi di fumo aromatizzato. “Me ne avevano parlato. È subito dopo Pallottola nel cervello, se non ricordo male.”
“Credo di sì.”
“Ma toglimi una curiosità.”
“Mi dica.”
“Sempre che io riesca a ricordarmi quello che sto per chiederti nell’arco dei prossimi quarantadue secondi.”
“Chieda pure.”
“È vera quella storia che non è lo schianto ad ucciderti, ma è l’adrenalina che fa esplodere il tuo cuore?”
“Mmm, direi proprio di no.”
“No eh?”
“Proprio no. Io ricordo esattamente tutte e quattro le costole del fianco sinistro che bucano uno dei miei polmoni e le dita frantumate all’altezza del viso. Per non parlare di tutto quel sangue. Una cosa ben strana visto che non ricordo come son salito su questo treno.”
“Lo sapevo che era tutta una stronzata. Non bisogna mai credere alla televisione.”
“Non la guardo così spesso.”
“E fai bene, ragazzo mio. Fai bene!” si mette in piedi l’uomo chinandosi per sbirciare fuori le lievi luci della stazione dove a breve scenderà. “Ultimamente poi era tutto un pout pourri di nani e ballerine, di nane e ballerini o di ballerine nane!”
“Chi?”
“Chi cosa?”
“Chi lo era?”
“Lascia stare, l’ho già dimenticato. Gran bella rottura questa memoria a breve termine. È la prima che se ne va a pallino per lasciare il posto alla dimenticanza.”
“Ah, se ne va già via?”
“Si, questa dovrebbe essere la mia fermata.”
L’attempato ometto svuota la pipa dentro il cestello metallico dei rifiuti con due colpetti precisi e sonori. Porta poi il fornelletto della pipa, splendente in tutta la sua lignea e marrone lucentezza, vicino le labbra soffiandoci vigorosamente dentro per eliminare gli ultimi residui di tabacco e le piccole impurità.
“Sai da quanti anni fumo questa pipa, mio giovane amico?” chiede facendola risplendere alla luce fioca dello scompartimento.
“Trenta?”
“La prossima settimana sarebbero stati quarantasei anni. Il mio rapporto con questa bellezza è durato più di molti matrimoni e per la cronaca, sì lo ammetto, io quel giorno fumavo la pipa per le strade di Roma.”
“Quale giorno?”
“Sai, la faccenda di Kennedy. C’era questa storia della domanda delle domande che girava in America subito dopo che gli spararono. Il dov’eri quando hanno sparato a Kennedy divenne un tormentone molto in voga negli anni successivi. Ma tu del resto cosa puoi saperne…”
“Era il ’63, non è vero?”
“Precisamente. Io passeggiavo per l’Appia Antica. Era sera ed avevo appena chiesto a Caterina di sposarmi. Lei per tutta risposta mi aveva dato un bacio e regalato questa pipa.”
“Non la facevo così romantico!” ride il ragazzo.
“Che dirti, fumare in treno mi ha sempre reso nostalgico. Strano ricordare così bene cose accadute così tanto tempo fa e perdersi poi in stupidi discorsi, non trovi?”
“Proprio vero, forse il cervello non assimila più.”
“Gran bella rottura questa memoria a breve termine! Saltella un po’ dove le pare.”
Sistema la giacca alla meglio stirando con le mani le pieghe sui fianchi e spolverando le maniche. Prende il suo cappello dalla rastrelliera. Un vecchio Borsalino grigio a tesa larga. Lo indossa sistemandoselo in testa con pochi e delicati movimenti.
“Come sto?” chiede al ragazzo.
“Direi bene. La rincontrerà?”
“Forse sì, forse no. Il posto sarà grande temo, ma con un pizzico di fortuna dovrei trovarci anche la mia Cate qui.”
Il treno rallenta sempre di più. Stride sulle rotaie fino a fermarsi del tutto. L’anziano uomo scende con calma e cautela gli scalini di metallo, giocherellando con la sua pipa tra le mani. Nella stazione di Ansiolitici scendono un gruppo di quasi venti tra uomini e donne. Percorrono la banchina senza parlare, scambiandosi pochi e fugaci sguardi. Ci sono anche quattro ragazzi molto giovani che si guardano tra loro spauriti ed una signora un po’ avanti con l’età che materna indica loro di seguire il gruppo.
L’uomo con la pipa è fermo sulla banchina. Le gocce di pioggia lo accarezzano. Lui guarda la donna e le sorride, rispondendo col capo al suo invito a seguire il gruppo. Inizia ad incamminarsi. Poi, quasi in un lampo di reminiscenza pallida dettata da un ippocampo impazzito, si volta verso il treno, verso il suo giovane compagno di viaggio che intanto, appoggiato a braccia conserte al finestrino abbassato, contempla la parata dei viaggiatori silenziosi.
“Ti saluto ragazzo. Sono state piacevoli chiacchiere, se solo ricordassi minimamente di cosa diavolo abbiamo parlato.”
“Anche per me signore. Stia bene.”
“Ho ancora dell’ottima miscela di tabacco per la mia pipa.”
Solleva il cappello in cenno di saluto mentre il controllore fischia al capotreno per indicargli che, quando vuole, può far ripartire il convoglio. Il ragazzo lo guarda svanire in uno dei passaggi che fiancheggiano la stazione. Chiude il finestrino e si rimette a sedere, cercando di trattenere il ricordo dell’uomo impresso nella sua mente. Si sforza come meglio può, stringendo con tenacia le palpebre, ma già non riesce più a focalizzare il suo viso e l’unica cosa che vede riaprendo gli occhi sono le gocce di pioggia che rigano il finestrino là fuori. E mentre le osserva scendere rapide in buffe traiettorie senza senso, si chiede perché nello scompartimento ci sia uno strano odore dolciastro di tabacco.

