Scannaciucce, nel materico dialetto lucano di Sant’Arcangelo, è l’agave, pianta dalle foglie taglienti come lame. Con le loro spine scannano il mansueto asino, gli tagliano la gola, dando al raglio – il verso più straziante che esista nel mondo animale – una potenza ctonia, oltremondana, apicale.
È quel raglio lanciato nel vuoto – litania, supplica, appello, preghiera – a imporre al verso poetico la sua forma scabra e rovente, la sua numinosa essenzialità. Ascoltandolo e facendolo proprio attraverso un atto empatico che lega il patire animale a quello umano, Domenico Brancale palesa che a farci vivi è il nostro comune morire.
Le illuminazioni poetiche consegnate alla carta, e ancor prima alla voce, nascono nella materna lingua lucana, un dialetto duro, aspro, mugghiante, pietroso che obbliga il verso a una parsimonia intransigente. Come se la poesia fosse un’operazione d’intaglio che richiede scalpello, bulino e soprattutto tempo e una visione dell’a venire indenne da errori.

A tradursi nella lingua italiana, idioma appreso e mai del tutto aderente al linguaggio delle origini, mai suo semplice calco, è Brancale stesso. Colmare il vuoto tra le due lingue è un atto di sutura, ma anche di verifica: acustico, ritmico, corporeo.
Privi di punteggiatura, punteggiati da accapo che sono spazi di silenzio (ad eccezione degli ‘inediti’, raccolti a chiusura del volume e ad esso, in qualche modo, estranei), i compiuti frammenti poetici di Scannaciucce parlano la lingua tersa dei morituri o, ed è lo stesso, di chi è vivo e sa di esserlo.

«Solo una fra queste parole / conficcate nella terra / ha i segni dell’agave / forse deve essere perché / ha la foia di tagliare i pensieri / sull’orlo della lingua».

Tagliare i pensieri sull’orlo della lingua, macerando la calcina delle parole, sempre le stesse, patrimonio di un’economia di sopravvivenza. Parole/cose, tangibili, meteorologiche, a ridosso del corpo, che di continuo muovono tra denotazione e connotazione, oggettivo e soggettivo: pietre, ossa, trafittura, buio, luce, morte, vento, sole, scheggia, graffio, schianto, sciame, bianco, nero.
Brancale le modula secondo un nitido ordine ad alto tasso di ambivalenza. La catena sintattica oggetto verbo-soggetto a lui così cara («il grido che emana un papavero» di pagina 148) costringe chi legge a interrogarsi sull’atto non solo umano di volizione e sui suoi riverberi. La «piena di pietre» equivale, sulla pagina, a un vuoto di parole che rime e assonanze consapevolmente disossano. La morte è una scheggia o un grumo di buio.

Lisbona, 3 novembre 2019.

Maria Nadotti


Cché ni vuo’ sapè
u gride ’nzangulentate di nu puorc’accise
’ngastrate nd’o recchie di nu surde
nciutèje
e non ti làsse
pp’amore ca ti sènte nu frate

Che ne vuoi sapere / il grido sanguigno di un maiale ammazzato / incastrato nelle orecchie di un sordo / stordisce / e non ti lascia / per amore di sentirti un fratello

***

I’ere nu silenzie ianghe di milliche
culle c’a lla tavele
si spartìje ’a vita noste
e nisciune
nemmene ppi scànge
avésse pupetàte nd’o ’recchie di cull’ate
Gozàmene
ne ’ne nzippàte daìnte

Era un silenzio bianco di mollica / quello che a tavola / si spartiva la vita nostra / e nessuno / nemmeno per sbaglio / avrebbe sussurrato all’orecchio dell’altro // Alziamoci / ci hanno murati dentro

***

Nonn’avésse màie cuòte u fiore
pp’amore di non le scippà
’a voce
a nu povere criste
ch’è scangiàte
u pedìncule ppi na croce
qquà andò ’a lagne d’o lagne
si fàce cante
a skerdà l’arie d’u firmamente
no’ ng’è zinzele d’ombre
Cèrche nu nome ca no ’mmi chiàme

Non avrei mai colto il fiore / per amore di non strappare / la voce / a un povero cristo / che ha scambiato / lo stelo per una croce // qui dove il lamento dei lamenti / si fa canto / a scheggiare l’aria del firmamento / non c’è straccio di ombra // Cerco un nome che non mi chiama


Domenico Brancale, poeta e performer, nato in Basilicata nel 1976. Ha pubblicato: L’ossario del sole (Passigli, 2007), Controre (Effigie, 2013), incerti umani (Passigli, 2013), Per diverse ragioni (Passigli, 2017), e Scannaciucce (Mesogea, 2019) che raccoglie tutti i suoi testi in dialetto. Ha curato il libro Cristina Campo in immagini e parole, e tradotto Emil Cioran, John Giorno, Henri Michaux, Claude Royet-Journoud, Giacinto Scelsi. Da qualche anno è uno dei curatori della collana di poesia straniera «Le Meteore» per Effigie e «Prova d’Artista» per la Galerie Bordas. Vive a Bologna e a Venezia.