silenzio-1024x6701-300x196E perché non dirlo? Suona quasi come un coming out, come se la vergogna e il pudore mi avessero impedito prima di parlare. La vergogna si, ma non quella per aver fatto qualcosa di male: la vergogna di non aver saputo reagire mista a un senso di ritegno nel criticare il paese d’adozione, e che, per quante siano le difficoltà, si considera parte di sé e si prova a capire giustificandone, come un amante troppo amato, i difetti. Cosa avrei dovuto fare? Di quel periodo ricordo soltanto la confusione e una sensazione diffusa di paura e di solitudine. Soprattutto di solitudine. A distanza di tempo ho provato a ripensare all’accaduto. Il ping pong…

In Giappone le STD, Sexual Transmetted Diseases, non esistono. Le malattie sessuali si contraggono al sento, il bagno pubblico, o all’onsen, le terme, o allo stagno in mezzo alle carpe… Eravamo io e lui, di fronte a un medico donna che spiegava come mi ero beccata la tricomoniasi, in seguito familiarmente detta trick. Su internet un’altra storia, quella di una malattia sessualmente trasmissibile che può annidarsi nell’apparato riproduttivo per anni e manifestarsi improvvisamente: malattia non grave, molto diffusa, ma poco conosciuta, non la prova certa di un tradimento. Era stato un medico italiano al telefono a mettermi sull’avviso, perché in Giappone, il paese dell’armonia e del silenzio, per due mesi, in un girovagare di ospedali, le perdite verdi erano state definite naturali… ecologiche, avevo ironizzato io. La terapia: le medicine a base di cortisone con l’annesso rischio di effetti collaterali, gli antibiotici e i controlli a me, e a lui? E a me? Aveva pure chiesto lui timidamente, fosse il caso che ce l’avesse anche lui. No, se lui non ha nessun sintomo, non ha bisogno né di controlli, né di terapie, aveva replicato serenamente il medico donna. E i rapporti sessuali? Durante la cura no.

Di nuovo al telefono, lo stesso medico italiano scherzando mi aveva suggerito rapporti con lo scafandro, ma il protozoo che causa la trick, aveva aggiunto, oltre che parassita è pure anerobio, e sul muricciolo della vasca dell’onsen era difficile che l’avessi preso, se poi affogasse o sapesse nuotare non si sapeva… Si sapeva, invece, che in genere la tricomoniasi nell’uomo è asintomatica, mentre nella donna no – molte malattie a trasmissione sessuale sono asintomatiche nell’uomo o nella donna –, e che, sopratutto e necessariamente, il trattamento andava dato anche al partner per evitare il rischio di un nuovo contagio, il famigerato ping pong. In Italia, e stavolta spezzavo una lancia a favore del mio paese, senza entrare nell’intimità della coppia, e senza tradurre la malattia in un atto di accusa contro il partner, il medico estende obbligatoriamente la terapia al fidanzato o alla fidanzata, e richiede di informare i precedenti partner sessuali. Qui no. La trick si prende al sento, ci aveva ripetuto ostinatamente il medico donna, d’altronde sedersi ignudi sulle tavole di legno della vasca non é molto igienico… E se non si poteva escludere a priori il contagio alle terme (al mare tra le isolette di Ise l’anno precedente, con l’immagine catastrofica dei bimbetti che nuotavano in quelle acque ammalati pure loro, o nello stagno tra le carpe dove mai mi ero buttata), non chiamare le cose con il proprio nome, negare l’evidenza di una malattia che si contagia soprattutto per via sessuale, rifiutare di estendere la terapia al partner, significava diffondere… E non era finita. Al controllo, da sola, alla domanda se potevamo riprendere i rapporti, lo stesso medico mi aveva rilanciato la palla dicendo che ormai guarita rischiavo di riprendermi la malattia: lui aveva fatto i controlli?

Ma ero stata avvertita. Tempo prima un’artista, che per tanti anni si era prostituita, mi aveva raccontato che tra i problemi del suo precedente mestiere c’era stato anche quello che nella terapia delle malattie sessualmente trasmissibili pochi erano i medici veramente preparati, e che, nonostante il rischio della ritrasmissione, i partner non erano curati, figuriamoci i clienti fissi di una prostituta. Alla mia richiesta di spiegazioni, lei non aveva potuto, o voluto, rispondermi.

Non avevo riflettuto, allora, sul valore delle parole della mia amica, e il comportamento del medico donna mi aveva trovata completamente impreparata. Esso si apriva all’immagine di una colonna attorcigliata di dubbi e a quella di alte palizzate, portoni chiusi e finestre oscurate delle case silenziose del mio quartiere, per me fortezze inespugnabili e indifferenti alla mia esistenza. Non vedevo la fragilità di quei cancelli. Mille bocche cucite, mille occhi chiusi, mille orecchie tappate, come quelli del medico donna che non aveva voluto fare il suo dovere: per salvare le apparenze? per evitare che il mio partner prendesse medicine inutilmente? per proteggermi dalle ire di qualcuno, se ci fossero state? perchè qui l’uomo non si ammala e non contagia? A distanza di parecchio tempo non so ancora rispondere, ma so che, a favore di un’armonia apparente e omertosa, il nome delle STD era stato taciuto: qualcuno aveva giocato a ping pong con la mia salute, e in seguito, anche con i miei sentimenti.