Ho visto glicini – come fanno i grappoli dei fiori del glicine – cadere dal pergolato – immaginario – e trasformarsi in nuguli di api venefiche.
I piedi avvelenati sanguinano.
Ho visto un sogno – come fa solo un sogno – trasformarsi in incubo.
Come hai fatto? Come è successo? Come.
In principio era la felicità di vedere cambiare in un lento passare il pieno e il vuoto.
Qualcosa si è rovinato.
Un incubo.
Quale incubo? Non voglio dormire, non posso dormire, incontrarti neppure nel buio dei miei sogni.
Non posso dormire, non posso dormire.
Ma la stanchezza incombe.

Mi raccontava Yoko il processo creativo delle sue coreografie. Ballerina di danza classica, passata alla contemporanea, corpo michelangiolesco, Yoko tratteggiava le forme che le trascorrevano in testa, quindi con gli acquarelli le colorava. – Come le nuvole! – Aveva danzato eseguendo le forme abbozzate su quei fogli, filmandoli, e poi, in un lavoro da editor, ritagliandoli in fotografie. Stop una posizione, stop un’immagine, stop una statua, stop il Lacoonte. Yoko tagliava il tempo e lo spazio in un’emozione. Parlandone, aveva paragonato il suo pezzo, Enigma, a un mosaico. Ogni singolo tassello un movimento, ogni movimento un’emozione. Tasselli emotivi o tasselli di movimento? Emozioni e movimenti non sono la stessa cosa? Alcuni tasselli si richiamavano ad altri. Il pezzo di Yoko, indeciso tra sogno e veglia, era un enigma.
Era un incubo: senza capire il perché della metamorfosi dalla materia chiara dei sogni all’insonnia e al dolore. Era quello il sogno sudato di Fauré.

Volevo la grazia. Di sentire il rosa. Agnellino, coniglietto e pecorella. In sé rivolto e appena addormentato. Piccoli globi rossi che si muovono al respiro. Cellule silenziose.
Hai ucciso il rosa, mago dei colori. Ora è rimasto il prugna. Dove sono finiti i giorni della tenerezza?

Toshimi, la partner di Yoko, andava ad aggiungere strati di mistero. Mi aveva spiegato l’antefatto di Enigma: andare in una città sconosciuta della quale si intravedono a mala pena strade e piazze, una città vista da lontano, appannata dai vapori estivi. Kagerou significa in giapponese i vapori che si levano ondeggiando dalla terra al sole d’estate; ma kagerou è anche la trascrizione fonica di Gregorio, il protagonista della Metamorfosi di Kafka… un indizio di quel lento processo di trasformazione. Forse Toshimi voleva raggiungere l’Eldorado.
In un angolo del palco, sollevata dal pavimento e abbagliata da un fascio di luci, un aspirapolvere. Durante le prove, in un piccolo studio sotterraneo, l’aspirapolvere l’aveva aiutata a definire il limite spaziale dei suoi movimenti, e a non invadere lo spazio di Yoko. Verso la fine dello spettacolo l’aspirapolvere scendeva dal soffitto, lei lentamente lo prendeva e usciva dalla scena. In tutto il tempo Toshimi non aveva fatto altro che strisciare a terra, mentre Yoko le danzava intorno. Un bruco, le avevo detto scherzando. Un bruco senza gambe e senza braccia, i cui occhi solo guardano e non parlano.
Il bruco e l’aspirapolvere di Toshimi erano parte del sogno-incubo danzato da Yoko sulla riscrittura musicale dell’Après un rêve.
L’aspira sogni: e non ho rinunciato a leggerci una storia.
Pensavo che non venisse più giorno.

Tu implume,
io pelle di trucioli. Faceva troppo freddo per sopravvivere all’inverno.

Enigma (Dance Enviroment Project)
Kyoto, 21-22 Gennaio 2012