Cosa ci siamo persi? ⥀ Alcune Osservazioni sulla poesia di Marco Giovenale

La mirabile capacità percettiva del poeta Marco Giovenale che assorbe e rielabora dati, formule, fenomeni esterni e interni partendo dalla vista e dall’udito. Oggi Rossella Renzi recensisce le raccolte poetiche “Delle osservazioni” (Blonk, 2021) e “La gente non sa cosa si perde” (Tic Edizioni, 2021)

 

«I morti lavorano fino a sfiancarsi, per governare»
Marco Giovenale

 

Cosa ci siamo persi? È il titolo che intendo dare a questi appunti sparsi, scritti a margine di due opere pubblicate nel 2021, frutto della penna dell’autore romano Marco Giovenale: voce dinamica, intrigante, in continua evoluzione, impegnata da anni nella scrittura di ricerca e nelle sue poliedriche forme. Le opere in questione sono due libri dalle piccole dimensioni, ma assai concentrati nei contenuti: Delle osservazioni, uscito per Blonk Editore (collana Fuorimenù diretta da Andrea De Alberti) e La gente non sa cosa si perde, pubblicato da Tic Edizioni (Roma).

Due proposte apparentemente diverse, che hanno tuttavia radici comuni. In primo luogo la folgorante capacità percettiva del poeta, che assorbe e rielabora nel suo laboratorio alchemico dati, formule, fenomeni esterni – ed interni, alla sua stessa produzione – attraverso campi percettivi diversi, partendo dalla vista e dall’udito che, vedremo, hanno tempi di elaborazione differenti. Gli elementi accolti e raccolti vengono rimaneggiati in quella officina dove nulla sembra chiaro, lineare, scontato… in cui lo straniamento che emerge dai testi, dai versi, dalle stesse parole, è l’effetto preponderante e ricorrente della produzione poetica di Marco Giovenale.

Non parlerei di poesia comica bensì di poesia straniante, alienante, che ha il pregio di stimolare maggiormente una riflessione, di insinuare il dubbio, una domanda o molte domande; lasciando il lettore di fronte al mondo delle possibilità, trasportandolo in una dimensione altra, dove il testo – creato, ricreato, reinventato – non è leggibile né interpretabile alla maniera tradizionale.
Lo stesso autore, a conclusione delle Osservazioni, afferma che il suo «libro tenta di dimostrare che una sequenza/selezione/riscrittura è qualcosa di diverso di una semplice somma».

Delle osservazioni comprende infatti testi e riscritture già presenti in altri libri di Giovenale (come Storia dei minuti, Criterio dei vetri e altre pubblicazioni), dove il campo percettivo della vista si mescola a quello dell’udito, sebbene l’occhio colga prima dell’orecchio. La luce arriva prima del suono, come accade con i lampi o i fuochi d’artificio, così l’immagine resta impressa su pagina, prima del suo significato dettato, e non sempre le cose coincidono in questo tempo così rapsodico.

Alle osservazioni si mescolano le voci, i frammenti, i fotogrammi, «i detriti, il tetro puro dei dati» che abitano i luoghi (case, ospedali) sino a giungere alla «Contemplazione che si nega», alla perdita di segno e senso, in un vero e proprio processo labirintico della scrittura.

Il luogo della scatola celeste
del cranio che presiede all’equilibrio
si chiama labirinto

che intorno si organizzano
le cose come stanno

Non è affatto chiaro come stiano le cose, ma linee, filoni, tracce ricorrenti compongono questo lavoro di tessitura nelle due opere di Giovenale, che sono libretti esili ma roventi, da consultare come manuali con le non-istruzioni per l’uso, di ciò che è incomprensibile… Questo forse è l’unico fatto certo.
L’inciampo, a volte la caduta, è ciò che ci permette di fermarci ad osservare veramente, poiché ci distoglie dall’impasse del quotidiano, del prevedibile, ci sottrae dall’incantesimo e ci fa vedere – una volta almeno – il cielo, con le sue «Nuvole su un’incandescenza inutile». Cosa è udito e cosa è immaginato? Cosa è corretto e cosa è frutto di errore? Perché vengono custoditi e riproposti i detriti, i frammenti di una esistenza ritagliata nel suo margine, a tratti così scadente? «Ma basta, è la storia dei minuti, dei minimi».

C’è nello sviluppo di questa scrittura una progressione della forma, della formula che sembra condurre alle origini, alla parola secca, al suono isolato che agisce come uno scarto, un recupero che nella sua imprevedibilità riesce a donare struttura ai testi, ai libri, all’opera che si compone nel tempo. Una composizione inattesa che comprende l’errore (l’inciampo sulla tastiera) come unità generativa, motivo stesso del dettato, vertebra di un organismo-libro che si torce cercando di restituire la visione, l’immagine di un processo di metamorfosi continua.

Una simile sensazione si coglie nel secondo volume, La gente non sa cosa si perde, che propone una prosa in prosa che a tratti si fa verso (ma dove sta veramente il confine?) con un ritmo più serrato e travolgente. La gente si perde gioie, dolori e insensatezze del nostro tempo, amalgamati sulle pagine di un libretto che produce nel lettore un effetto divertente e sconcertante allo stesso tempo. È così sottile il filo del ragionamento che lo anima, sottili i collegamenti espliciti ed impliciti dei testi che danno vita ad uno spettacolo unico, che porta il riso e il pianto, che lascia sbigottiti; uno spettacolo a cui non possiamo rinunciare.
Marco Giovenale, nel suo percorso di studio e di ricerca, mette a nudo – attraverso la sua posizione radicale e se vogliamo provocatoria – lo stato della poesia e del poeta attraverso il linguaggio della poesia stessa, in modo irriverente e potentemente antilirico.
Lo dice molto bene nel componimento n. 21 quando ironicamente racconta dell’arte del centrino:

 

21

Cerco di convincermi dicendo che è un’opera di grande
raffinatezza metrica. Che se ci si concentra sulla metrica,
sulle ricorrenze, sulla impressionante tramatura di
armonici e risonanze, si rimane affascinati e persuasi.

La metrica.

Rimango perplesso e deve capirlo dalla mia espressione,
ma non gli rispondo mentre saliamo la scala, arriviamo,
in primo piano è l’autore, molto giovane, o comunque
abbastanza giovane, troppo per essere invitato lì,
che stasera ascolteremo.

Mettendo l’accento sul metro. Sulla metrica. Mettendo lì
l’accento, dimenticando cosa c’è scritto e che fa ridere fa
pena.

Come se mi chiedessero di andare in giro nudo ma coperto
da un raffinato tramato e complesso centrino all’uncinetto, di
venti per venti centimetri. E io a dire ma no, non mi copre,
sono nudo, datemi una mutanda. Loro insistere: dai non
vedi? che rigoglio, che ragnatela di intrecci. Indossalo il
centrino, tu, datti gioia, siine orgoglioso, tutti apprezzeranno.
È un centrino, dico e l’arte dei centrini è nobile. Ma io
rischio l’arresto, voi non capite.

E loro: sei tu che non capisci.

 

E infatti non capiamo, e continueremo a non capire, facendo finta invece di capire (o essendone convinti), scrivendo, leggendo, piangendo, ridendo, godendo per tutto quello che pensiamo di aver compreso; naufragando in quel mare di voci imperterrite, nella loro eco scomposta che accompagna il nostro tempo. Nella schizofrenia della messaggeria contemporanea, nella distorsione cacofonica dei suoni e dei segni da cui siamo travolti, a volte nasce il desiderio di perdersi, abbandonarsi ad una fuga nel silenzio, nell’assenza della parola o nel bianco della pagina. Per chiederci, in un tempo che arriverà dopo, cosa veramente ci siamo persi.

 

5

Per un periodo della mia vita sono stato barista. C’erano
dei déjà vu. Ero molto veloce, non mi potevo soffermare,
io guardavo. Quando il ritmo rallentava avevo i déjà vu,
sapevo che li giudicavo fondati però li volevo ignorare.

Per un periodo della mia vita sono stato assente, non mi
trovavo da nessuna parte, in realtà stavo bene, poi sono
tornato. Li salutavo con energia.

Per un periodo della mia vita sono stato cinese. Avevo
precisi tratti somatici, come gli occidentali e tutti. I miei
erano cinesi. Parlavo e scrivevo anche, in cinese. Solo amici
italiani, però, avevo. Non capivano gli scherzi nemmeno
quando erano muti, gli italiani sono un popolo riflessivo.

Per un periodo della mia vita sono stato accanto alla
finestra a guardare fuori che tuttavia non c’era niente.
Non c’è niente nemmeno nel caminetto quando è acceso,
ma è lo stesso: si guarda, uno guarda dentro. Cambia che
è un dentro invece di un fuori. Le cose cambiano e per
un periodo della vita non si sa come, poi si sa. Dopo lo
sai, ma non sai quando è dopo