ARTICUNO

Uccello leggendario, notevole il piumaggio.
Di nobile lignaggio, celeste dignitario.
Si scopre solo e bieco, non ha mai avuto un nido.
Se lancia alto un grido, risponde solo l’eco.
Dal fondo dei ghiacciai, lamenta questo esilio.
Strilla: «Nulla nessuno, in nessun luogo mai».

Risponde – se risponde – il dio-poeta Drowzee:
«Perché non ti trattieni e ostenti il tuo sapere?
Che pensi di ottenere citandomi Sereni?
Lo fai per compiacermi, ma io che posso fare?
Altissimo Articuno, se ci pensavi prima…
D’altronde tu fai rima da sempre con “nessuno”».

 

 

HAUNTER

Scriveva bene, Haunter, con grazia sepolcrale. Racconto
di Natale, Amleto, Poe & Bram Stoker,
letture un po’ datate, ma un buon apprendistato.
Talvolta era riuscito, scrivendo paginate
a prendere una forma: consistere incarnato.

Non spettro di se stesso, non madido riflesso.

Ma tutto quel talento, vuoi colpa del mercato
vuoi il tempo ahimè sprecato, rimase vivo a
stento. Mancò forse un maestro, un riconoscimento.
Sprecò il suo genio, Haunter, di fine narratore:
di un arido scrittore fu semplice ghost writer.

L’abisso che era scrivere se lo sentiva addosso.

 

DITTO

Lo si sapeva, del dramma di Ditto:
essere un corpo da sempre in
affitto. Spalmato sul divano
lo sento, dice piano:
«Esser me stesso: ne avrò mai il diritto?»

 

 

DIGLETT

La catàbasi, l’affondo
le sue doti naturali.
Un legame assai profondo
familiare con l’abisso.

All’attacco del nemico lui
oppone la sua mossa:
resistendo, combattendo
Diglett scava la sua fossa

 

KAKUNA

Kakuna non ha altro che lo sguardo –
bozzolo acuminato come un cardo –
il sistema ha una falla
non sarà mai farfalla:
già spunta il pungiglione, quel bastardo.

 

 

Un estratto dalla post-fazione “Per un romanzo d’informazione” di Rosaria Lo Russo.

[…]La drammatica evoluzione è collocabile nell’ambito di una ete-rogenea e ben nutrita corrente della poesia italiana contem-poranea che, usando un termine vintage, direi giocosa. Fra tanti, un riferimento possibile (anche per vicinanza geogra-fica) è forse la poesia di Marco Simonelli, in generale, e in particolare il suo Palinsesti, dove si parodiano i similmiti te-levisivi, accerchiandoli e neutralizzandoli tramite la roboante aulicizzazione in forme metriche chiuse, in particolare il so-netto italico e shakespeariano, varianti del mantra eterno messo a canone fine novecentesco dagli Ipersonetti zanzottiani. In questa corrente possiamo coinvolgere dai più an-ziani sbeffeggiatori di mass-media Paolo Gentiluomo e Guido Caserza, agli immediatamente successivi, per età edi-toriale, Luigi Socci e Giovanna Marmo, ma la tendenza è dif-fusa (come ogni tendenza, la poliautorialità poetante attuale rende molto difficile un discorso variegato e unitario su eventuali correnti letterarie). Pacini ha scelto la figura reto-rica della prosopopea: chi parla, gli attanti, sono alcuni dei più noti Pokémon. Prosopopee per exempla, senza fini di esaustività (dovrebbe scrivere tomi), i protagonisti di tre su quattro parti in cui è suddiviso il libro, sono Drowzee, Slow-bro e Jigglypuff. Il primo, il divoratore di sogni già incon-trato, si esprime in epigrammi a schema rimico chiastico e in perfetti alessandrini; il secondo parla in ottave tutte di per-fetti endecasillabi; il terzo in mottetti montaliani, estrema-mente musicali e variamente ma costantemente rimati.

I Pokémon vengono catturati dalle sfere Poké, e qui per me-tonimia allegorica, le sfere Poké diventano magicamente le forme metriche tradizionali, scelte apposta per allertare i lec-tores in fabula alla fagocitazione tribale e successiva espulsione dell’invasore dell’immaginario. Non si tratta qui di poesia neometrica, una corrente poetica abbastanza ben delimitata (Trinci, Frasca, Valduga) e che “si prende sul serio” nell’im-presa sublime della riattivazione del canone formale appli-cato a contenuti seri, in una parodia nel senso etimologico del termine, volta comunque al sublime, che sia un sublime alto o d’en bas. La scelta della metrica chiusa non può essere una pacifica, ancorché dolente, restaurazione letteraria per chi è nato alla fine del millennio, a civiltà occidentale già tra-montata, con la postmodernità già acquisita e neutralizzata in partenza.

Ne La drammatica evoluzione le forme metriche sono necessa-rie, sono le sole che hanno la capacità, nel senso contenitivo del termine, di catturare, ovvero circoscrivere, descrivere come il soggetto è costretto a farsi oggetto, l’individuo a farsi merce. La forma, pertanto, non è mera scelta letteraria ma è a suo modo imposta dal conflitto intraculturale, che si schiera come un formulario apotropaico per esorcizzare le paure dell’infanzia, quella Paura che è l’Infanzia.

I Cinque dispetti rancorosi di Slowbro sono esemplari in tal senso: opposto al rispetto, il dispetto è una forma poetica dell’odio, il segno di una contrapposizione interiore esperita come vio-lenza. Superare l’infanzia è sempre un atto violento, una morte, qui resa più drammatica da una dissipazione evolutiva che non approda, che lascia sospesi in sfere vuote di plastica non biodegradabile, all’infinito apparente. Dieci limerick dram-matici dell’evoluzione, una forma anglosassone, non apparte-nente alla nostra tradizione (a parte Rodari), in linea con la proliferazione globalizzante e degenerativa del non-sense, ci suggerisce che questa raccolta potrebbe anche essere l’anti-cipazione di ulteriori evoluzioni del tema. Ce lo auguriamo.

La drammatica evoluzione, di Bernardo Pacini (Oedipus edizioni, 2015). Elaborazione grafica di Riccardo Bargellini e Manuela Sagona.